Io prima di te

“Così stanno le cose. Sei scolpita nel mio cuore, Clark, fin dal primo giorno in cui sei arrivata con i tuoi abiti ridicoli, le tue terribili battute e la tua totale incapacità di nascondere ogni minima sensazione. Tu hai cambiato la mia vita…”

Ammetto subito la mia colpa: credevo che sarei uscito dal cinema con un “ma io te l’avevo detto che era il solito polpettone romantico” e invece mi son dovuto ricredere perché Io prima di te è stata una bella sorpresa, un film che parla d’amore ma senza annoiare eccessivamente lo spettatore poiché presenta anche un argomento che difficilmente viene trattato in questa tipologia di film. Me before you è prima di tutto un libro di successo mondiale di Jojo Moyes (in Italia è stato pubblicato da Mondadori), autrice londinese specializzata in letteratura rosa, che ha anche un sequel intitolato Dopo di te (After you), ma io vi parlerò della trasposizione cinematografica di Thea Sharrock che finalmente sono riuscito a vedere al cinema in una serata libera dal lavoro!

Louisa Clark (Emilia Clarke) è una ventiseienne che apprezza la semplicità della sua vita: ha un lavoro come cameriera nella caffetteria del paese, una famiglia che le vuole bene e un fidanzato fissato con il suo lavoro di personal trainer. La sua tranquillità viene interrotta dalla chiusura dio-prima-di-te-emilia-clarke-sam-claflin-me-before-youel locale in cui ha lavorato per sei anni, ritrovandosi senza un lavoro e una famiglia da mantenere poiché il padre è disoccupato da anni. Dopo un goffo colloquio con Camilla Traynor (Janet McTeer), Lou viene assunta come un assistente personale del giovane figlio della signora, rimasto quasi paralizzato dopo un terribile incidente. Will Traynor (Sam Claflin) in passato era un uomo che aveva tutto dalla vita come un lavoro di successo, soldi e belle donne, ma ormai odia la sua vita. In questo strano rapporto di incontro-scontro, le due diverse personalità impareranno ad accettarsi ma soprattutto capiranno quanto la vita possa essere crudele togliendoti quello che più ami, per poi ridarti una seconda possibilità grazie a quel misterioso sentimento che è l’amore.

Emilia Clarke, volto noto al pubblico per vestire i panni di Daenerys Targaryen ne Il Trono di spadeGame of thrones, interpreta un’eccentrica ragazza di una piccola cittadina della campagna inglese, amante dei vestiti stravaganti e molto buffa. Per molti versi ricorda Bridget Jones nella sua allegria e nella capacità di creare situazioni imbarazzanti di cui deve sempre scusarsi, ma la dolcezza intrinseca del suo animo e la naturalezza dei suoi sentimenti, la fanno diventare la miglior medicina per il cinico Will. Il signorino della famiglia Traynor è interpretato da Sam Claflin, il Finnick Odair di Hunger Games, uomo che non è più interessato alla sua vita terrena tanto da desiderare la cosiddetta “morte dolce”. Se inizialmente il rapporto fra i due personaggi è di tipo lavorativo, la dolce Lou capisce che la sua vocazione da infermiera tuttofare va al di là della semplice assistenza personale cercando di far apprezzare la semplicità della bellezza della vita a un uomo che ha già preparato tutto: alla fine dei sei mesi prestabiliti con i suoi genitori, Will si recherà in Svizzera, in una clinica specializzata in assistenza medica nel “dare la morte” a individui con una vita compromessa da malattie gravi.

“Non voglio pensarti in un mare di lacrime. Vivi bene. Semplicemente, vivi.”

Non siamo davanti al patetismo di adolescenti malati e sfigati alla Colpa delle stelle, ma di persone adulte che prendono decisioni difficili: non è così facile parlare di eutanasia, argomento che da sempre divide l’opinione pubblica per motivi sia religiosi sia etici. Louise non può accettare che l’uomo che ha imparato ad amare nei sei mesi di lavoro voglia andarsene proprio nel momento dell’apice della loro felicità ma Will è determinato nella sua scelta. Un tema veramente angosciante che non ho voglia di affrontare in una semplice recensione cinematografica perché si tratta di una scelta molto personale che non si può liquidare in poche righe.

Fin dove si può amare? Si dice spesso che amare è anche saper lasciare andare la persona amata verso direzioni che non si condividono, quindi si può considerare amore la libertà di lasciare il proprio uomo compiere un tale gesto?

GUARDATELO. Il mio unico consiglio è di guardarlo e di non lasciarvi ingannare da un trailer eccessivamente mieloso… non potete nemmeno perdervi gli eccessivi outfit kitsch della dolce Lou! Ah… lacrime assicurate! XD

LINO

Lacrime di spine

“Conosci la storia della Principessa Rosaspina? Lei non faceva altro che aspettare, protetta dalle spine.”

A volte ritornano… ed eccomi qua, con una nuova recensione di un volume unico pubblicato la settimana scorsa da Goen Edizioni. Sarei voluto ripartire con il botto parlandovi di una bellissima storia ma questo Lacrime di spine è proprio un fumettino insulso che non colpisce né per originalità né per uno stile carino e gradevole.

Ibara no namida è un manga shoujo ai/ yuri di Rikachi, autrice che non conosco e di cui non si trovano molte informazioni sul web – la sua opera più famosa dovrebbe essere Meiji Hiiro Kitan (“A scarlet romance of the Meiji Era), un josei storico-sentimentale pubblicato sulle pagine di Be Love di Kodansha, raccolto poi in quattordici volumi e che ha anche un sequel intitolato Meiji Melancholia.

Maki è una giovane studentessa universitaria che ha chiuso il suo cuore da molto tempo a causa di una vecchia delusione amorosa: quando era bambina aveva una grande ammirazione per la sua amica del cuore Hiromi ma con il passare del tempo le due ragazze si allontanano perché alle medie Juli, una nuova studentessa, si mette in mezzo portandosi via l’amata compagna d’infanzia. Nel frattempo conosce Lilia, una ragazza dai capelli corti neri che diventerà la sua migliore amica fino a quando, dopo l’ennesima delusione amorosa, si accorgerà che quest’ultima è sempre vissuta nell’ombra per il bene di Maki, tenendo nascosto il suo amore per lei. Lacrime di spine Rikachi Tears of thorn

La trama non è originale anche se cerca di usare la fiaba de La bella addormentata nel bosco come metafora di un cuore ferito che non vuole sbocciare. Sarebbe un bel parallelo peccato che viene sviluppato nel più noioso dei modi: Maki s’innamora, è delusa, poi si rinnamora e si riprende un altro bel due di picche… peggio di Candy Candy! La protagonista inoltre, nonostante sia lesbica, aspetta il Principe Azzurro che la risvegli dal suo lungo sonno… c’è qualcosa che non va… ma se ti piace la vaniglia, che c’entra il cioccolato?! Se lei sembra più stupida di una qualsiasi bionda cheerleader dei telefilm americani, la sua amica Lilia è ancora peggio ricordandomi il povero André che ama in silenzio Oscar. Pensieri buttati frettolosamente su carta peggio di alcuni scioggiominkia in circolazione, con nessun approfondimento psicologico, e il pretesto di un’omosessualità al femminile usata per dare un senso in più alla storia.

Un volume unico che aveva tutte le premesse per essere una lettura originale e particolare quindi lo boccio in pieno sia per la storia sia per lo stile dell’autrice (abbastanza noioso). Qualcosa nel mondo dei manga si sta muovendo per il fronte omosessuale femminile, lontano dalle fantasie perverse degli uomini eterosessuali, ma siamo lontani da opere come Girl Friends di Milk Morinaga (Magic Press) o Aoi Hana di Takako Shimura (Renbooks), o da slice of life come quelli dei volumi unici di Ebine YamajiLove my life, Indigo blue e Free soul.

Super delusione!

LINO

Il cane che guarda le stelle

Rieccomi! Non sono morto, ero soltanto in quel periodo dell’anno in cui vengo risucchiato dal “nulla” e questo senso di vuoto s’impossessa di tutti gli aspetti della mia vita, compreso il mio triste blog (sempre più abbandonato a se stesso). Spero di non essere in ritardo per consigliarvi una lettura da regalare (o regalarvi) con la dolce storia del piccolo Happy e del suo sfortunato padrone: Natale si avvicina e abbiamo bisogno di tanti buoni sentimenti ma soprattutto di emozionarci.

Il cane che guarda le stelle è un manga seinen che s’inserisce perfettamente nel filone dello slice of life, focalizzandosi sul rapporto fra un uomo e il suo cane (come in Allevare un cane di Jiro Taniguchi) e puntando dritto alle emozioni con un finale strappalacrime (io sono annegato fra le mie XD ). La cosa principale che distingue i due fumetti è che Takashi Murakami ha dato voce ai pensieri del cane come se fosse un vero e proprio bambino, creando sia dei siparietti comici sia dei momenti di riflessione.

“I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa…”

Hoshi Mamoru Inu comincia presentandoci un’auto abbandonata in un sentiero ritrovata dalla polizia e l’identificazione di due cadaveri di un uomo e di un cane, perché l’autore comincia a raccontare proprio dal triste finale: la bellissima amicizia fra i due protagonisti ci viene narrata attraverso un lunghissimo flashback cominciando proprio dal ritrovamento di Happy, abbandonato in uno scatolone e portato a casa dalla piccola Miku, la figlia del protagonista umano della storia. Gli anni passano e purtroppo le cose non vanno bene per il padrone di Happy e, dopo aver perso il lavoro, la moglie chiede il divorzio e la figlia, un adolescente ribelle, pensa solo a divertirsi disinteressandosi della famiglia e del cagnoIl cane che guarda le stelle Takashi Murakamilino. Dopo aver venduto la casa, Happy e il suo padrone partono per un viaggio on the road verso il sud del Giappone, dove vogliono ricominciare una nuova vita, magari vicino al mare, in una casetta di campagna. Purtroppo i soldi rimasti sono pochi e l’uomo, da tempo ammalato di cuore, non riesce più ad andare avanti in quest’avventura e, in una gelida sera d’inverno, si addormenta per sempre. Happy non capisce cosa sia successo al suo padrone e continua la vita di tutti i giorni sperando che il suo “papà” si svegli. Il tempo passa e pure il cane inizia a sentirsi stanco e, rientrando nell’auto abbandonata, si accascia ai piedi dell’uomo e cade anche lui nel lungo sonno… è inutile, anche a riassumere la storia, mi emoziono! 😥

Nel volume è presente anche un’altra storia parallela alla vicenda principale in cui Kyosuke Okutsu, un assistente sociale, si ritrova a lavorare sul caso dell’auto abbandonata in un campo e a cercare l’identità di quest’uomo e del suo piccolo amico. Okutsu ricorderà tutta la sua infanzia passata insieme ai nonni e al cane che amava stare fuori a guardare le stelle, sentendosi in colpa per non essere stato un bravo padrone.

La storia raccontata in questo fumetto è di una semplicità quasi disarmante: il modo sincero con cui Happy ama il padrone penso che sia simile a quello che i nostri animali domestici provino nei nostri confronti, che ci aspettano sempre e soffrono quando non ci siamo, che sono subito pronti a riappacificarsi anche se li hai sgridati pesantemente, che ci amano in un modo così naturale, così disinteressato, così bello che difficilmente un altro essere umano potrebbe fare. È un libro che ti porta a riflettere sul tuo personale rapporto con l’animaletto che hai in casa, per cui ti chiedi se anche lui pensa le stesse cose di Happy e se anche lui prova quelle emozioni, soprattutto se ti stai comportando nel migliore dei modi ricambiando nella maniera giusta il loro affetto.

Serializzato fra le pagine del magazine Weekly Manga Action di Futabasha Publishing, in Giappone il manga ha avuto così tanto successo (più di quattrocentomila copie vendute) che ha pure goduto anche di una trasposizione cinematografica nel 2011 diretta da Tokiyuki Takomoto. L’edizione italiana è a cura di JPop Manga che ha presentato l’opera sia con la copertina originale sia con una variant cover disegnata da Elisa Macellari disponibile in tutte le librerie Mondadori.

Consigliato? Penso che non ci sia bisogno che vi dia una risposta affermativa perché si capisce perfettamente che mi è piaciuto molto! Forse mi sono immedesimato troppo nella storia che ho voluto scrivere la recensione velocemente per non rattristarmi nuovamente nel ricordare la trama (io senza il mio Happy/Chicco morirei). È un ottimo regalo di Natale per chi apprezza i fumetti semplici ma di grande emozione, ma soprattutto è consigliato a chi ama gli animali e possiede un amico pelosino nella propria famiglia.

LINO

La ragazza dai sette nomi: la mia fuga dalla Corea del Nord

“Lasciare la Corea del Nord non è come lasciare un qualsiasi altro paese. È come lasciare un altro universo. Per quanto possa spingermi lontano, non sarò mai del tutto libera dalla sua forza di gravità.”

Testimonianze come quella di Hyeonseo Lee sono preziose perché ti consentono di aprire gli occhi su realtà molto diverse dalle nostre tanto da pensare che non esistano nel nuovo millennio. The girl with seven names è il racconto della fuga di una giovane ragazza dalla Corea del Nord, paese in cui vige tuttora la dittatura, nazione in cui il popolo è abbandonato nella propria ignoranza, usata come strumento di controllo da parte del regime.

L’autrice ricorda molto Malala Yousafzai sia per coraggio sia per voglia di raccontare la verità, un’altra eroina dei nostri tempi che si è battuta contro una società maschilista che non le permetteva nemmeno di studiare solo perché era di sesso femminile. Proprio come nell’autobiografia Io sono Malala, La ragazza dai sette nomi racconta la storia della famiglia della disertrice nordcoreana, iniziando dall’incontro dei suoi genitori fino alla sua fuga per Seul, passando dalla Cina. Nella stesura del libro, Hyeonseo è stata aiutata dallo scrittore americano David John e il nome che utilizza non è il vero: se avesse usato quello reale della nascita, avrebbe potuto causare la tortura e/o la morte di famigliari rimasti in patria. Raggiunta la libertà, decide di tagliare con la vecchia se stessa e opta per il nome odierno formato da Hyeon (“luce del sole”) e Seo (“buona sorte”) proprio per

“…poter vivere la mia vita nella luce e nel calore, e per non dover mai più nascondermi nell’ombra.”

Dall’infanzia ai diciassette anni, la vita di Hyeonseo era come quella di tutti i suoi coetanei che crescevano nel mito di abitare nella nazione più forte del mondo, cercando di essere dei bravi comunisti. Vissuta inizialmente a Hyesan, città di confine con la Cina, fu costretta a trasferirsi in varie città della Corea del nord a causa del lavoro del padre nell’esercito.  In tutte le scuole che frequentò,  l’indottrinamento ideologico si basava su una “storia riscritta”, finalizzata al culto della famiglia Kim con racconti e leggende riguardanti i due leader e a una politica del terrore in cui i nemici soprattuto erano la Corea del Sud e gli americani. A Hyeonseo veniva detto che dall’altra parte del paLa ragazza dai sette nomi Hyeonseo Lee Mondadoriese le persone morivano per strada perché erano poverissimi, che i bambini erano costretti a rovistare nella spazzatura e che gli yankee americani si divertivano a picchiare la gente.

Crescendo, tutta la propaganda del Regime cominciò a starle stretta e, avendo ereditato il carattere ribelle della madre, iniziò a dubitare del suo paese perché inizia a conoscere anche il lato oscuro della società: le esecuzioni di massa in piazza a cui erano obbligati ad assistere, le denunce dei “bravi cittadini”, le impiccagioni dimostrative con i corpi lasciati appesi per settimane per le strade, il bowibu (la polizia segreta) e il banjang (il capo quartiere). Tutti conoscevano questo sistema di terrore ma allo stesso tempo ogni singola persona faceva finta di non sapere nulla fin quando non veniva toccata la propria famiglia proprio come successe a  Hyeonseo. Il  padre fu accusato di corruzione e abuso di potere e morì in ospedale dopo aver subito terribili torture.

La vita di Hyeonseo cambiò per sempre quando una fredda sera di dicembre, poco prima di compiere diciotto anni, decise di attraversare il fiume Yalu che separa Hyesan dalla proibita Cina, cercando di sfruttare il fatto che non essendo ancora maggiorenne, non avrebbe avuto pene severe come quelle riservate agli adulti (in questo caso la pena di morte) se l’avessero scoprita. Purtroppo qualcosa andò storto e sua madre la obbligò a non tornare indietro. D’ora in poi comincia la nuova vita di Hyeonseo in cui per più di dieci anni dovrà cavarsela da sola, in un paese sconosciuto, con la costante paura di essere rimpatriata e consegnata direttamente alla polizia di Pyongyang. La ragazza vivrà da clandestina cambiando nome e identità per ben sette volte (eccovi spiegato il “sette nomi” del titolo) fingendosi sino-coreana e lavorando grazie a documenti falsi. Riuscirà a ottenere la cittadinanza sudcoreana assicurandosi la salvezza? E la madre e il fratello che fine avranno fatto? Saranno stati puniti a causa della sua fuga?

Il racconto autobiografico dell’autrice è semplice e ti tiene incollato alle pagine perché vuoi sapere se ce la farà e se riuscirà a ricongiungersi ai famigliari rimasti a Hyesan. La vita di questa ragazza coraggiosa si scontra con la realtà, perché se cresci in una nazione fuori dal mondo in cui l’unica cosa che devi fare è adorare la Famiglia Kim, l’impatto con la normalità può essere traumatico. Hyeonseo conoscerà la cattiveria delle persone come chi denuncia alla polizia i fuggiaschi nordcoreani o cerca di estorcere denaro, vivrà sempre sotto copertura (e scapperà per non essere condannata a una morte certa), dovrà sempre convivere con l’ansia dell’essere sola al mondo e di non ricevere mai un abbraccio, una parola di conforto o una carezza prima di andare a dormire.

Un libro stupendo che trasmette speranza e che, come nel caso di Malala, consiglierei di far leggere nelle scuole alle nuove generazioni perché se è giusto studiare Dante Alighieri o la Grecia classica, è opportuno anche far conoscere la storia contemporanea, che aiuta a far riflettere la realtà che viviamo.

L’edizione italiana è a cura di Mondadori, abbellita da cartine geografiche in cui vengono mostrati la Corea in generale e i vari “percorsi per la libertà” fatti dai disertori nordcoreani, e un inserto fotografico personale dell’autrice.

Consigliato e promosso a pieni voti.

LINO

La quinta camera

Molti autori giapponesi, e stranieri in generale, sono attratti dalla cultura occidentale e amano soprattutto l’Europa. L’Italia è uno dei paesi più amati dal popolo giapponese e Natsume Ono è un’autrice che ha un rapporto particolare con il nostro bel paese perché spesso ambienta le sue opere nelle nostre città (Ristorante paradiso e Kuma no interi) e opta per titoli in lingua italiana (Gente e Amato Amaro) – ha vissuto per brevi periodi in Italia e dimostra di conoscere molto bene i nostri usi e costumi.

La quinta camera è il manga d’esordio della Ono, pubblicato originariamente nel 2003 come web comic da Penguin Shobou e raccolto successivamente nel 2006 in un singolo volume da Shogakukan, casa editrice con cui ha pubblicato la sua opera più famosa Saraiya Gorou (House of five leaves), seinen storico serializzato sulla rivista Ikki, ambientato nel periodo Edo. Pubblica manga anche con lo pseudonimo di Basso, quando si tratta di manga boys love più o meno espliciti.

Gobanme no heya è uno slice of life ambientato a Bologna dove c’è un appartamento abitato da quattro uomini e una quinta camera sempre disponibile per essere affittata a studenti universitari. Massimo ha un bar ed è il proprietario della casa, Al inveLa quinta camera Gobanme no heya Natsume Onoce fa il camionista e ha un matrimonio finito alle spalle, Cele è un eccentrico fumettista e infine c’è il piccolo Luca che è un’artista di strada. Nei sei capitoli autoconclusivi che compongono il volumetto, conosceremo Charlotte, studentessa danese venuta in Italia per frequentare un corso di lingua italiana e che inciucerà con Al, l’americano Mike che segue una dieta particolare a base di patatine fritte, poi Akio, il piccolo giapponese a cui sono dedicati anche i capitoli extra sulle festività del Natale e del Capodanno e Brooke, sceneggiatrice americana.

I quattro ragazzi vivranno insieme fino a quando saranno costretti a separarsi per vari motivi: *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° Anna, la fidanzata di Massimo, aspetta un bambino. Lui le chiede di sposarla e vivranno nell’attuale appartamento che condivide con gli altri tre ragazzi. Cele accetta la proposta di lavoro come insegnante in una scuola di fumetto a Roma, Luca si trasferisce in Sicilia e Al (anche se viene detto esplicitamente) andrà a convivere con Charlotte *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Il manga non brilla per grandi colpi di scena e presenta una storia “genuina” tipica del genere, però durante la lettura si avverte un bel senso di calore domestico, di tranquillità e di quotidianità di questo strano gruppo di coinquilini. Massimo e i suoi amici sono tutti molto diversi fra loro e come in una grande famiglia, ci sono i litigi ma allo stesso tempo ci si aiuta a vicenda, e la cosa più importante è che alla fine ci si vuole bene anche se non si dice apertamente.

L’edizione italiana è a cura di J-Pop Edizioni che per la stampa non usa il classico bianco e nero ma una variante del marrone (lo chiamerei l’effetto seppia delle nostre fotocamere) che dona anche un po’ di malinconia al volume.

Consigliato? A me è piaciuto molto ma non so se tutti potrebbero apprezzarlo per vari motivi: il primo è il genere che non è apprezzato da tutti perché lo slice of life può cadere nell’errore del “non dire nulla”; il secondo motivo è lo stile dell’autrice, lontano dai disegni curati di molte sue colleghe, preferendo tavole poco curate nel dettaglio con personaggi dalle anatomie solamente abbozzate, anche se c’è da ammettere che fa parte del suo essere alternativo.

Purtroppo non sono mai arrivate altre opere di Natsume Ono e/o Basso in Italia sia perché una leggenda (in casa degli ex Kappa Boys) narra che l’autrice non voleva essere pubblicata nel nostro paese sia perché non è un “nome” che ha lo stesso appeal di un qualsiasi autore di shonen o shojo di basso spessore (ma di grande successo commerciale).

LINO

Immanuel Casto: Da grande sarai fr**io

Al mio primo ascolto ho pensato: “Immanuel sei un fott**o genio!” e ammetto di aver avuto un po’ la pelle d’oca perché questa canzone che si presenta con un titolo provocatorio in realtà è un inno al coming out per la comunità LGBT.

Spesso quando si legge qualcosa inerente a Immanuel Casto, ci aspettiamo che si tratti di una delle sue “porcate” che conosciamo (…e che ci piacciono!), ma stavolta non è così perché il Re del porn groove mi ha piacevolmente sorpreso! Da grande sarai fr**io, l’ultimo singolo scritto con Fabio Canino, non è una canzone nata per divertire ma per fare riflettere, ed è pure il secondo singolo di The Pink Album, ultimo lavoro discografico che sarà disponibile dal 25 settembre.

Messi da parte gli espliciti riferimenti sessuali a cui ci ha abituato in molti singoli, in questa ballad elettropop Casto s’impegna raccontando la storia di accettazione comune a tante persone, iniziando proprio dall’infanzia – Attenzione! Gender! Propaganda Gender! XD non ditelo ad Adinolfi e alle Sentinelle in piedi! XD – in cui un bambino è se stesso, ignaro del mondo dei pregiudizi degli adulti. Crescendo imparerà che la vita per lui non sarà una passeggiata perché spesso sarà considerato come un“diverso” ma Immanuel lo rassicura dicendogli che c’è passato pure lui.

Il video è molto semplice, con il cantautore che recita in vari ruoli del mondo omosessuale come il nerd, il bear barbuto, il fighetto fino ad arrivare al suo alter ego drag. Io non voglio aggiungere altro a parte ribadire la mia ammirazione per questa canzone e lasciarvi con il video e il testo della canzone!

TESTO

“È palese a tutti, è una pura ovvietà / inutile negarlo, lo sa anche il tuo papà / danzi in cameretta con la tua manina al vento / l’ho capito al volo, mi è bastato un momento.

Da grande sarai fr**io / è scritto nelle stelle / il dolore arriva ma tu tanto sei già diva.

Da grande sarai fr**io / ma non si può dire / oggi a Pordenone nasce un piccolo busone.

Cresci, sogna, balla e canta / cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Col tuo grembiulino stirato e perfetto / con un poster di Justin Bieber sul tuo letto / e ripensi a lui poco prima di dormire / lo scrivi sul diario e cambi il nome al femminile.

Da grande sarai fr**io ma tanto gay è bello / dai libero sfogo a quell’istinto ricchioncello

Da grande andrà meglio ma tu ancora non lo sai / piccolo uranista non fermarti mai.

Cresci, sogna, balla e canta / Cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

E ti chiedi perché / se ne accorgono tutti / tutti tranne te /e imparerai che / per nascondere il dolore basta un po’ di correttore.

Conosci a memoria tutti i programmi tv / guardi tutto tranne il calcio, tuo papà non ne può più / come reagirà quando dopo cena / gli dirai che per Natale tu vuoi Barbie Sirena?

Da grande sarai fr**io e lo stai per scoprire / fidati di me può far paura da morire / ma non stare zitto in un paese che t’ignora /esci allo scoperto quando verrà l’ora.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / ci sono passato.”

LINO

Nostalgic Wave in Music: Sigle, Trash e Anni Novanta

Continua il viaggio nella nostalgic wave , iniziato ieri con i cartoni animati e/o anime, parlando di musica e di canzoni-simbolo del passato!

L’idolo dell’infanzia è Cristina D’Avena che ha cantato tutte le sigle dei miei cartoni animati preferiti, canzoni di cui ricordo tuttora i testi e che riascolto con piacere. Ogni volta cCristina D'Avena Kiss me Licia Love me Liciahe usciva una Fivelandia o Cristina e i suoi amici in tv iniziava la tortura ai miei genitori per andare alla caccia della cassettina desiderata. Oltre alle sigle dei cartoni, della D’Avena ho amato anche tutte le colonne sonore sia dei telefilm dedicati a Kiss me LiciaLove me Licia, Licia dolce Licia, Teneramente Licia e Balliamo e cantiamo con Licia – sia le serie televisive in cui era la protagonista – Arriva Cristina, Cristina, Cri Cri e L’Europa siamo noi.

Oltre alle canzoni della D’Avena, da piccolo amavo tantissimo ballare e rimanevo affascinato dalle dive che si esibivano nei varietà della televisione italiana, focalizzandomi su alcune icone che oggi chiameremmo trash o comunque amate soprattutto dalla comunità LGBT: Heather Parisi (Cicale e Disco Bambina), Lorella Cuccarini (La notte vola, Liberi liberi e Io ballerò), Viola Valentino (Comprami), Amanda Lear (Tomorrow), Sabrina Salerno (Boys boys boys), Ivana Spagna (Easy lady e Call me), le Ragazze Cin Cin (Cin cin) e, l’ho lasciata appositamente per ultima, la fantastica e bravissima Raffaella Carrà con tutto il suo repertorio! *cin cin cin cin ricoprimi di baci, cin cin cin cin assaggia e poi mi dici, cin cin cin cin diventeremo amici…*

Piccola menzione va anche alla dance anni novanta contenuta nelle varie compilation estive come Hit Mania Dance (ma anche quelle del Festivalbar), di cui ricordo soprattutto pezzi come The summer is crazy di Alexia, What is love di Haddaway, Rhythm is a dancer degli Snap!, Sweet dreams (are made of this) degli Eurythmics, All that she wants degli Ace of base, Sweet Harmony di The Beloved, Would I lie to you di Charles & Eddie e Please don’t go di Double You.

Tutta questa premessa serve a confessare i miei cinque peccati musicali, quelli indimenticabili, che hanno traviato la mia esistenza (come fece Sailor Moon per i cartoni animati). Pronti?

  1. AMBRA ANGIOLINI: T’appartengo
  2. SPICE GIRLS: Wannabe
  3. BRITNEY SPEARS: …Baby one more time
  4. CHRISTINA AGUILERA: Genie in a bottle
  5. CELINE DION: My heart will go on

Adesso potete pure abbandonare il blog e vergognarvi di seguirmi su tutti i social network! XD XD XDBritney Spears Baby one more time

Alle elementari ero completamente pazzo dell’ex-ragazza prodigio della scuola di Gianni Boncompagni e cercavo di non perdermi neanche una puntata di Non è la RAI, trasmissione creata ad hoc per il sottoscritto pieno di balletti, stacchetti musicali e tanta roba inutile, fino a quando nel 1994 fu presentato il singolo T’appartengo che divenne un’ossessione tanto da sapere a memoria la coreografia fatta da Ambra in trasmissione. Ho tuttora la cassetta originale conservata in una scatola, un reperto storico che ha più di vent’anni!

Triste per la fine del programma con le ragazze sgallettanti in playback e che piangevano davanti alla telecamera, ci pensò una girlband venuta dall’Inghilterra a farmi impazzire nuovamente… le mitiche Spice Girls! C’è veramente bisogno di parlare di Wannabe? Il primo album Spice si consumò a furia di riavvolgere il nastro della cassettina originale comprata da Ricordi (oggi si chiama Feltrinelli) e le seguì fino all’abbandono da parte di Geri Halliwell, con l’album delle quattro disperate e il definitivo scioglimento che distrusse il mio giovane cuore. Ovviamente io ero del team Baby Spice/ Emma Bunton e cercavo di avere tutto di loro: album, singoli, magliette, figurine, l’orrendo film (con tanto di bus in cui Emma aveva un’altalena al suo interno) e i chupa-chups con le loro foto. L’anno di Spice World, quello di Spice up your life, le cinque inglesine più amate del mondo vennero in tour a Milano e mio padre non mi portò facendomi piangere per mesi (e ancora oggi non l’ho perdonato).

Dopo le Spice Girls mi drogai di tutto quel teen pop inglese che trasmetteva l’MTV UK Chart pieno di personaggi finiti nel dimenticato ma arrivò la verginella pura d’America a risanare il mio cuore frantumato: Ladies and Gentlemen, the legendary Miss Britney Spears! Le treccine con i pon pon rosa, la divisa da scolaretta sexy e una canzone pop orecchiabile e pulita, furono gli ingredienti vincenti di un’icona che seguì fino a quando non si peChristina Aguilera XTINA fighters Genie in a bottlerse per strada nel suo blackout personale. Iniziai con Baby one more time, passando per Crazy (nel video c’era Melissa Joan Hart, l’attrice che interpretava Sabrina, vita da strega) e per Ooops!…I didi t again, amandola definitivamente in I’m a slave 4 U.

Nel frattempo una vecchia amica della Spears conosciuta anni prima al Mickey Mouse Club cercò d’imporsi sulle scene come nuova reginetta del teen pop, grazie a una voce nettamente superiore e all’aspetto della tipica ragazza bionda americana della porta accanto. Christina Aguilera in Genie in a bottle si strusciava sulla spiaggia e, al contrario della collega, rivendicava già una sessualità più spinta sia per il testo della canzone e sia per le moine che faceva alla telecamera. L’eterna rivale di Britney s’impose sulla scena internazionale grazie al riconoscimento delle sue doti vocali da parte di tutta la critica musicale, finendo per voler mostrarsi come la bad girl del pop con il suo secondo album Stripped.

Terminiamo la carrellata con una bella canzone smielata sfornata da Celine Dion che fu colonna sonora di tutti gli innamorati del tempo (chissà se poi i loro amori naufragarono come il Titanic). My heart will go on portò la Dion nell’Olimpo delle dee della musica rendendola famosa in tutto il mondo. Erano gli anni di Jack & Rose, in cui tutti andavano al cinema a piangere guardando Titanic e le ragazzine erano impazzite per Leonardo Di Caprio… insomma, tutti volevamo una storia d’amore come la loro, non pensando che alla fine lui muore assiderato: romanticismo macabro. La canzone divenne un tormentone ma il peggio venne quando a scuola mi fecero suonare una versione pacchiana con il flauto dolce per le lezioni di musica o quando mi fissai che dovevo rifarla al pianoforte come la versione originale di James Horner che si sente nel film.

Tirate fuori gli scheletri dagli armadi e ditemi le vostre canzoni del passato!

LINO

Ancora non conosciamo il nome del fiore che abbiamo visto quel giorno

Non amo gli shonen manga perché generalmente sono un tripudio di botte e tette al vento però, qualche volta, si trovano opere che si discostano dai classici stereotipi e presentano una trama che scavalca i generi. È il caso del manga in tre volumi Ano hi mita hana no namae wo bokutachi wa mada shiranai, che nonostante sia stato pubblicato sulle pagine della rivista maschile Jump Square di Shueisha, è un fumetto molto dolce e poetico, che affronta temi abbastanza difficili come la morte e la reincarnazione.

Conosciuto dal fandom internazionale come Ano Hana, il manga disegnato da Mitsu Izumi non è altro che la trasposizione cartacea di un famoso anime di undici episodi, disponibile in Italia per Dynit e trasmesso anche su Rai4, basati sul soggetto originale di Mari Okada che si è occupata dei due romanzi apparsi a puntate sulla rivista Da Vinci di Media Factory.

Ai tempi delle elementari, Jintan era il capo dei Super Busters della pace, un gruppo creato da lui e dai suoi inseparabili cinque amici – Poppo, Menma, Anaru, Tsuruko e Yukiatsu – che aveva l’Ano Hana Jpop manga Menmaabitudine di giocare nel bosco dietro la scuola che frequentavano. Purtroppo la spensieratezza della loro infanzia viene distrutta dal tragico incidente che coinvolge la piccola Menma che muore scivolando nel fiume. I cinque bambini, traumatizzati dall’accaduto, crescono e prendono strade diverse, rompendo il patto di rimanere per sempre amici.

Passano gli anni, Jintan vive passivamente la sua vita rimanendo rinchiuso in casa senza frequentare la scuola, e una mattina appare Menma all’improvviso. Il fantasma dell’amica morta ricompare perché ha una missione da portare a termine e chiede al ragazzo di aiutarla nell’esprimere il suo ultimo desiderio, coinvolgendo anche i vecchi amici d’infanzia. Ritornando alla “vecchia base” nel bosco, Jintan rincontra Poppo che crede alle sue parole e decide di aiutarlo, coinvolgendo prima Anaru e poi Tsuruko e Yukiatsu. Purtroppo solo Jintan è in grado di vedere Menma e per aiutarlo ad avere più affidabilità, il fantasma della defunta, durante una cena, disegna il simbolo dell’infinito con delle fiaccole, come fece da piccolo lo stesso Jintan.

Purtroppo i ragazzi non riescono ancora a capire quale sia il vero desiderio di Menma, nemmeno dopo che la madre dona il vecchio diario segreto della bambina, ma durante le pulizie della base nel bosco, salta fuori un vecchio progetto sulla costruzione di un razzo che volevano realizzare da piccoli…

Ancor prima della morte, il tema principale di quest’opera è l’amicizia, quella vera, quella che si allontana ma che si ritrova perché è un sentimento così nobile che può sopravvivere ad anni di tempesta. Dopo la tragedia di Menma, i Super Busters superstiti cercano di colpevolizzarsi per una morte di cui non c’entrano nulla perché si tratta solo di una cattiva fatalità. Crescono affrontando il lutto in modo personale: Jintan chiudendosi in se stesso, Yukiatsu studiando per crearsi un buon futuro, Poppo viaggiando (e scappando dal Giappone) e Anaru recitando la parte di ragazza che non è. Questi amici si ritrovano ad affrontare insieme il che stava nascosto nel profondo del cuore di ognuno,  che scoppia quando non si riesce più a sopprimerlo, aiutandosi a vicenda.

“Chissà come si chiamava il fiore sbocciato in quella stagione? Ondeggiava nel vento e se lo toccavi, ti pungeva. Il suo profumo leggero ricordava le giornate soleggiate e il cielo azzurro.”

L’evento drammatico della morte viene visto in modo meno negativo della logica occidentale, parlando di reincarnazione soprattutto quando la madre di Jintan in ospedale, quasi alla fine dei suoi giorni a causa di una malattia, afferma di non aver paura di morire perché è convinta che un giorno tutti si rincontreranno, e strappa una promessa alla piccola Menma… che si rivelerà il desiderio per cui è tornata sulla terra e che non vi anticipo! XD

Ano Hana è una storia toccante di crescita e di consapevolezza della vita, che alla fine vi strapperà qualche lacrima e che possiamo leggere pure in italiano grazie all’edizione proposta da JPop in tre volumi, raccolti in un box da collezione, con pagina a colori all’inizio.

Consigliato!

LINO

Cicala d’inverno – Fuyu no semi

Prendete una delle storie d’amore più tragiche di sempre come Romeo e Giulietta e rielaboratela: al posto della figlia dei Capuleti metteteci un Giulio, lasciamo l’Italia della Verona cinquecentesca per trasferirci nel Giappone dei Samurai dell’Ottocento e, infine, nessun odio fra famiglie bensì rivalità fra clan diversi di samurai.

Cicala d’inverno è “una storia nella storia” ovvero è la trasposizione OAV del film che i due protagonisti del manga Haru wo daiteita di Youka Nitta (in Italia Tra le braccia della primavera, pubblicato da Magic Press), interpretano insieme come protagonisti: Kyosuke Iwaki e Yoji Kato abbandonano i panni di pornoattori per girare un dramma storico a tinte gay.

La storia è divisa in tre capitoli – Melodia a Edo, Cronaca della guerra a Ezo, La tragedia di Tokyo – e lo trovate sia in un unico dvd di Yamato Video o sul loro canale Youtube ufficiale, Yamato Animation, in streaming gratuito e legale.Cicala d'inverno Fuyu no semi Youka Nitta Yaoi  (1)

ATTENZIONE! SPOILER SELVAGGIO XD

Giappone, seconda metà dell’Ottocento – inizio dell’epoca Bunkyuu, la nazione non è più dominata dal potere del sakoku (“paese chiuso”) dello Shogun ma passa a essere un impero che si apre al resto del mondo, in particolare con l’occidente.  Toma Kusaka è un samurai appartenente al clan dei Choshu che ha idee diverse dai suoi compagni giacché trova positivo avere rapporti pacifici con gli altri paesi poiché permette di arricchirsi sia culturalmente sia economicamente. Purtroppo alcuni membri del clan, che da sempre sono contrari all’apertura del paese oltre i propri confini, progettano un attentato all’ambasciata britannica, cercando d’incendiarla, e Kusaka cerca di fermarli ma si trova costretto a scappare per non essere arrestato. Nella sua fuga viene aiutato da un samurai Bakufu – la guardia militare al servizio della famiglia Tokugawa – che rincontrerà anni dopo e che diventerà il suo insegnante privato. Keiichirou Akizuki è un ragazzo diverso da Kusaka, poiché discende da una famiglia aristocratica, e i due ragazzi devono stare attenti a non farsi notare troppo insieme perché non gradirebbero la frequentazione.

La loro amicizia è un legame forte che va oltre all’insegnamento e al semplice affetto, ed è proprio Toma a capire di provare qualcosa di più per Keiichirou, pensando di troncare anche i rapporti con i Choshu. Proprio nel momento in cui voleva mettere fine ai legami con il suo clan, gli viene offerta, in segreto da un anziano maestro, la possibilità di poter studiare a Londra e conoscere l’occidente in tutta la sua complessità. Prima di partire Toma però vuole dichiarare i propri sentimenti all’amico-maestro e dopo una  resistenza iniziale di entrambi, i due giovani si abbandonano alla passione.

Dopo quattro anni, Toma torna in Giappone e si ritrova subito a dover affrontare la guerra Boshin ma purtroppo accade l’incubo di ogni cuore innamorato: lui e Keiichiro si ritrovano a dover combattere l’uno contro l’altro, il primo dalla parte degli imperiali sostenitori di Meiji e l’altro per i sostenitori dello shogunato dei Tokugawa. Durante una battaglia, Toma lascia la propria postazione e va alla ricerca dell’amato che nel frattempo perde una gamba ed era pronto per compiere il seppuku (il suicidio d’onore), ma riesce a salvarlo e a nasconderlo dai nemici.

Gli anni passano Toma lavora per il nuovo governo, che ha finalmente deciso d’intraprendere un percorso di modernizzazione. Keiichirou, scampato alla pena di morte e alla prigione, vive in una stanza segreta dietro la casa del compagno ma il peso del disonore gli grava sulle spalle e vorrebbe morire. Toma lo controlla e si prende cura di lui, finché il nascondiglio viene scoperto e… TRAGEDIA! Non vi anticipo nulla. XDCicala d'inverno Fuyu no semi Youka Nitta Yaoi  (2)

I due innamorati, come Romeo e Giulietta, devono lottare per il loro amore ostacolato sia dalla diversa estrazione sociale sia dagli eventi storici del tempo. Un amore puro che viene macchiato dall’orrore della guerra in cui gli uomini vengono accecati dal potere e dal gusto di sottomettere gli altri, senza farsi scrupoli nell’eliminare chi s’intromette nei loro piani di dominio. A causa delle ferite psicologiche create dai ricordi del campo di battaglia, il loro sentimento terminerà tragicamente ma allo stesso tempo il loro rapporto durerà in eterno.

Fuyu no semi è un anime che appassionerà tutte le amanti del genere yaoi/ boys love e della letteratura MxM, con la presenza di una trama drammatica arricchita da melodramma e alcuni stereotipi del genere – come i due personaggi, classici bishonen pronti a conquistare il cuore di tante fanciulle. Se siete sensibili, preparate i fazzoletti perché fin dal principio si respira un’aria di morte che ti fa ben capire che non sarà una storia con il “e vissero felici e contenti per tutta la vita”.

LINO

The Giver: Il mondo di Jonas

È sempre piacevole quando un film, di cui nutrivi poche aspettative, finisce con il rivelarsi una sorpresa e piacerti molto. Questo è il caso di The GiverIl mondo di Jonas, film fantasy distopico di Philipp Noyce (Ore 10: Calma piatta e Il collezionista di ossa), che credevo che fosse un surrogato del genere alla Hunger Games, che va tanto di moda in questo periodo, e che invece si è rivelato un inno alla vita, ai sentimenti e alle emozioni.

The Giver si basa sul primo libro della serie The Giver Quartet di Lois Lowry che comprende Il donatore, La rivincitaGathering Blue, Il messaggero e Il figlio, che gli è valso nel 1994 anche la Newberry Medal ovvero il premio per il miglior libro americano per ragazzi, nonostante sia stato censurato e/o boicottato per via dei suoi espliciti riferimenti alla morte (infanticidio ed eutanasia).

Jonas (Brenton Thwaites) vive in una società perfetta, dove non esistono la violenza e i sentimenti negativi ma allo stesso tempo sono bandite emozioni come l’amore e i ricordi del passato. Le case sono tutte uguali e il sole splende sempre (non esiste la pioggia o la neve), e tutti i membri della comunità hanno un compito preciso da svolgere al fine di non stravolgere l’ordine prestabilito. C’è un giorno importante per tutti i cittadini che è la Cerimonia dei Dodici ovvero quando il Consiglio degli Anziani, guidati da Capo Elder (Meryl Streep), affida agli adolescenti il loro futuro lavoro, in base alle loro inclinazioni naturali. Jonas, che fino a quel giorno ha vissuto spensieratamente la sua infanzia insieme ai migliori amici Asher (Cameron Monaghan) e Fiona (Odeya Rush), si ritroverà da solo poiché sarà il prossimo Accoglitore di memorie, un ruolo difficile, che può fare solo una persona in tutta la comunità e di cui è vietato sapere le mansioni. Per il suo tirocinio, viene affidato alle cure del Donatore (Jeff Bridges), colui che conosce il segreto che c’è dietro quel mondo perfetto, un uomo anziano che racchiude in sé tutto quello che è stata in passato l’umanità.

“C’è una grande differenza tra il modo in cui le cose sembrano e quello in cui le cose sono”

Inizia il particolare apprendistato in cui il ragazzo uscirà da quella patinata realtà, fatta di apatia ed estrema uniformità, conoscendo cose normalissime che son state proibite all’umanità come la sensazione della neve che cade, la musica e la danza, la nascita di una nuova vita, il sole che accarezza la pelle, i colori (la loro esistenza è tutta in bianco e nera), fino ad arrivare a sentire delle pulsioni come l’attraThe Giver Il mondo di Jonas Meryl Streep Jeff Bridgeszione fisica e i diversi sentimenti d’affettività. Jonas è così meravigliato da queste scoperte che vuole condividere con qualcuno queste sensazioni, in particolare con Fiona, consigliandole di saltare l’iniezione mattutina – un metodo di controllo a cui tutti i cittadini devono sottoporsi, che reprime le emozioni e gli impulsi sessuali. Purtroppo il Donatore deve fargli conoscere anche le cose negative come la violenza, la morte, le guerre, gli omicidi e tutta la cattiveria dell’essere umano, ma Jonas non è pronto a tutto questo e si rifiuta di continuare il tirocinio. In seguito scoprirà il segreto dell’atteggiamento distaccato dell’anziano maestro: circa dieci anni prima Rosemary (Taylor Swift), la precedente tirocinante, si rifiutò di continuare l’incarico e scomparì nel nulla, ma la giovane ragazza era in realtà la figlia del Donatore.

Jonas, tramite l’addestramento, scopre cosa fa il padre (Alexander Skarsgård) e le altre persone con lo stesso incarico ovvero una selezione fra i neonati in cui quelli ritenuti non idonei vengono congedati (uccisi pochi giorni  dopo dalla nascita). Il ragazzo cerca di salvare Gabriel, bambino destinato a questa pratica, e grazie all’aiuto del Donatore, prepara il piano per oltrepassare il Confine delle Memorie che divide il loro mondo da una zona proibita dove sono custoditi tutti i ricordi.

Il mondo in cui vive Jonas è controllato in tutto e per tutto, in cui l’idea di purezza viene giustificata e in cui l’omicidio diventa legale e chiamato “congedo”, ma esso non è altro che una pena di morte. Non esistono la libertà di pensiero o di opinione, spesso osteggiati dall’espressione “precisione di linguaggio”, in modo che non nascano discussioni e confronti che potrebbero portare a degli scontri. I sentimenti sono inutili perché han portato sempre al male poiché, come dice Capo Elder, “quando la gente ha la possibilità di scegliere, fa scelte sbagliate!”.

Particolare è l’uso dei colori perché la prima metà del film è in bianco e nero e man mano che il ragazzo prende coscienza delle sue potenzialità, la realtà inizia a colorarsi. Il primo colore che vedrà sarà il castano dei capelli di Fiona, quindi l’emozione dell’amore e dell’attrazione saranno le prime sensazioni che imparerà a conoscere.

Purtroppo nonostante il cast pieno di attori famosi, il film non ha avuto il successo sperato forse perché presentato troppo come una variante della The Divergent Series quando in realtà è un film molto più adulto e pieno di spunti di riflessione.

Promosso a pieni voti e quindi consigliato!

LINO