famiglia

Il DDL Cirinnà spiegato a tutti (capre comprese)

In questi giorni ho letto tante cavolate sul DDL CIRINNÀ inventate da alcuni personaggetti famosi come Mario Adinolfi, Alessandra Mussolini, Roberto Formigoni, Matteo Salvini e amichetti vari, che cercano di fare una propaganda sbagliata utilizzando argomenti che non rientrano nel disegno di legge.

Ho deciso di fare un post molto semplice, comprensibile a TUTTI, per spiegare questo contestatissimo DDL anche alle capre che fanno finta di non capire. Il Decreto Legislativo della Senatrice Monica Cirinnà si basa due concetti principali:

  1. Unione Civile
  2. Stepchild Adoption

Due persone maggiorenni (per lo Stato Italiano devono aver compiuto il diciottesimo anno di età) consenzienti possono costituire un’unione civile, ovvero un rapporto di convivenza legato da vincoli affettivi ed economici, indipendentemente dal sesso biologico dei membri della coppia. Non ha la stessa valenza di un matrimonio ma la coppia acquisisce dei diritti e dei doveri nei confronti del proprio partner, come la mutua assistenza o diritti naturali di eredità in quanto coniuge, costruendo una famiglia a tutti gli effetti. È giusto parlare di unione perché è un legame di affetto reciproco fra due persone, ma il termine matrimonio non c’entra nulla con questo tipo di rapporto perché è una parola specifica che indica l’istituto giuridico (o il sacramento) con cui si legalizza l’unione fra un uomo e una donna che diventano rispettivamente marito e moglie. Basta conoscere la lingua italiana per capire che nel Testo Cirinnà si parla SOLO di unioni civili e NON di matrimonio gay. Semplice, no?

Il secondo punto è quello che fa incavolare tutti quegli ipocriti sostenitori della famiglia tradizionale e di eventi stupidi come il Family Day, ovvero la stepchild adoption che, tradotto letteralmente dall’inglese, significa “adozione del figliastro”. È semplicemente la possibilità per la persona convivente di poter adottare il figlio biologico del proprio partner. Non si parla di adozioni in orfanotrofio da parte di coppie omosessuali o di pratiche che sono vietate dal nostro ordinamento, ma è un’ulteriore tutela per il cittadino minorenne: qualora il genitore biologico venisse a mancare improvvisamente, il/la compagno/a diventa il suo tutore legale. NON vengono menzionati l’utero in affitto, i donatori di sperma anonimi, la procreazione assistita, la maternità surrogata o altro. Che piaccia o no è già famiglia

Perché essere contrari a un disegno di legge semplice, innocuo e quasi ovvio per una società civile e moderna come la nostra? Non c’è nessun pericolo: i rapporti eterosessuali continueranno a esistere, così come le famiglie tradizionali – quei bei nuclei in cui regna l’amore e tutti i suoi componenti si mettono a far colazione cantando a tavola, magari dentro a un mulino con le galline che girano per la cucina. Nessuno ha il diritto di creare famiglie di serie A e famiglie di serie B perché una famiglia è semplicemente un gruppo di persone legate fra loro da un rapporto di convivenza, di parentela e di affinità, che costituisce l’elemento fondamentale di ogni società, definizione in cui non è specificato nessun sesso in particolare.

Se Lilo spiega all’extraterrestre Stich cosa vuol famiglia – “Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato” – concludo prendendo spunto da questa citazione esprimendo il mio totale sostegno al DDL CIRINNÀ perché la famiglia è prima di tutto il luogo dell’amore, il posto in cui ti senti al sicuro, il legame che ti fa sentire parte di qualcosa più grande di te.
LINO

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La Famiglia Belier

Spesso quando guardo film che vengono da oltralpe sono dubbioso perché i nostri “cugini” francesi hanno una cultura cinematografica “particolare” che spesso non riesco a farmi piacere, trovando molti loro lavori abbastanza spocchiosi e noiosi, ma con La Famiglia Belier è stata tutt’altra storia. La locandina recita “Un film che vi farà bene!” ed è una garanzia: una commedia divertente ma con tanti spunti di riflessione!

La Famille Bélier è un film di Éric Lartigau, campione del box office dello scorso periodo natalizio francese – è uscito il 17 dicembre 2014 – diventando campione d’incassi e portando al cinema una famiglia poco ordinaria e una giovane promessa del cinéma français.

Paula (Louane Emera) è una sedicenne che vive in Normandia in una fattoria dove producono formaggi, insieme alla sua famiglia. La particolarità dei Bélier è che tre membri su quattro sono sordi, tranne la protagonista che è la “vLa Famiglia Belier Louane BIMoce” dei suoi genitori e del fratello in tutte le situazioni della vita quotidiana, dal mercato in cui vendono i loro prodotti a una semplice visita medica. La ragazza, che frequenta il liceo, è più matura delle sue coetanee perché oltre allo studio, deve occuparsi dei suoi cari e lavorare nell’azienda di famiglia, sacrificando l’essere un’adolescente come tutte le altre. Durante la scelta per un corso scolastico, Paula viene presa nel coro dove l’insegnante, M. Thomasson (Éric Elmosnino), si accorge del suo talento e la sprona a migliorare fino a proporle di partecipare al concorso canoro di Radio France a Parigi che potrebbe cambiarle totalmente l’esistenza. Attratta dalla musica, la ragazza cerca di conciliare le lezioni di canto con il lavoro nella fattoria ma fallisce: messa alle strette, confessa ai genitori la decisione di voler dedicarsi alla musica e di partire per la capitale francese. I genitori si sentono traditi e non accettano che la figlia li abbandoni, soprattutto perché lei è l’interprete ufficiale dei Bélier. Paula accantona il progetto ma la sera prima del concorso, il padre non riesce a rimanere indifferente al sogno della figlia e si mettono in viaggio per Parigi…

La famiglia Bélier usa il tema della sordità come una risorsa piena di comicità e di amore, accantonando l’occhio morboso dei “normali” che vedono nelle disabilità, un limite a condurre una vita come la loro. Non c’è tempo per fossilizzarsi sul pietismo della diversità perché loro si sentono parte integrante della realtà in cui vivono poiché essere sordi non vuol dire essere scemi, e spesso il tutto viene smorzato dai siparietti fra la madre Gigi (Karin Viard) e il padre Rodolphe (François Damiens): la parte comica viene montata soprattutto fra la fusione dei gesti e la traduzione di Paula, che spesso evita appositamente di dire quello che pensano realmente i suoi genitori!

Il tema dell’affetto familiare va a confrontarsi con quello principale del film cioè la crescita e il passaggio all’età adulta, incarnato da Paula che ama follemente la sua famiglia ma capisce che è giusto che lei pensi a se stessa e provi a cercare la sua strada. Non è un caso che la canzone che porta al concorso sia Je vole di Michel Sardou che nelle sue liriche canta “Mes chers parents, Je pars / Je vous aime mais Je pars / Vous n’aurez plus d’enfant / Ce soir / Je n’m’enfuis pas Je vole / Comprenez bien, Je vole…” (“Miei cari genitori, io vado via / Vi voglio bene ma vado via / Non avrete più una bambina / Stasera / Io non fuggo io volo / capite bene, io volo…”), un messaggio diretto all’amata famiglia, cercando di spiegare che il suo non è un addio ma solo il bisogno di prendere il volo verso il futuro.

È proprio una giovane ragazza a dare il volto all’adolescente che cerca di spiccare il volo, Louane Emera, giovane star francese, classe 1996, famosa per aver partecipato alla seconda edizione di The Voice: la plus belle voix nel team di Louis Bertignac, celebre chitarrista e produttore musicale francese (famoso per aver prodotto, arrangiato, scritto i testi e suonato la chitarra nel primo album di Carla Bruni), ma esclusa dalla finale perché eliminata alla semifinale proprio dopo aver cantato Quelqu’un m’a dit della Bruni XD Dopo aver aperto lo showcase di Jessie J a Parigi, lo scorso 2 marzo è uscito l’album di debutto Chambre 12 trainato dal singolo Avenir, ma è con il ruolo di Paula Bélier che conferma la sua fama d’artista sia in patria sia fuori dai confini francesi, vincendo il Most Promising Actress ai César Awards 2015.

Il film è nelle sale cinematografiche italiane dal 26 marzo grazie a BIM Distribuzione e vi consiglio di vederlo perché troverete pochi film che riescono a mescolare intelligentemente comicità e dramma, che tocca nel profondo dove non pensavate di essere vulnerabili e vi farà scappare una lacrima – ammetto che io e mia madre ci siamo trattenuti e non siamo affogati in un lago di lacrime solo per pudore! XD

Ottimo cast, valori positivi e chansons françaises classica del pluricitato Michel Sardou. Consigliato a pieni voti.

LINO

La famiglia tradizionale veste Dolce e Gabbana

Dopo una mattinata passata a rincorrere Chicco al parco perché insegue l’odore delle cagnette in calore, ritorno alla mia virtual social life e davanti agli occhi mi ritrovo la copertina di Panorama di questa settimana che ha fatto infuriare la comunità LGBT italiana.

Viva la famiglia tradizionale, perché essa non può essere considerata come una moda passeggera ma pilastro della società.

I protagonisti di questa frase non sono Mario Adinolfi, Matteo Salvini, Daniela Santanché o qualsiasi altro difensore dei valori della società italiana, ma il famosissimo duo di stilisti Dolce e Gabbana.

Da icone dello stile amate dalla comunità gaya a difensori della famiglia.Dolce e Gabbana Viva la famiglia tradizionale Panorama

Nella lunga intervista che trovate sul settimanale, gli stilisti parlano di temi attuali come il riconoscimento delle coppie di fatto, il matrimonio omosessuale, le famiglie arcobaleno, i figli nati da coppie omogenitoriali, l’utero in affitto e di altre questioni legate alla famiglia e alla situazione omosessuale italiana.

Domenico Dolce afferma:

“[…]tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore […]”

Non contento di aver espresso la sua idea con “definizioni tristi” come figli della chimica, aggiunge:

“Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia.”

Insomma, il nostro trend setter ci insegna che se sei omosessuale devi privarti di qualcosa come il desiderio di creare una famiglia, magari salvando da orfanotrofi (o da vite di abusi e violenze) bambini che hanno bisogno solamente di amore e calore umano.

Ovviamente l’amico del cuore, ed ex compagno, Stefano Gabbana è già ricorso al tweet paraculo in cui incolpa i giornalisti di non scrivere cose vere… Che cattivoni questi signori che intervistano e sbagliano sempre a trascrivere le dichiarazioni, dovrebbero tutti comprarsi un bell’apparecchio Amplifon per le orecchie.

L’unica cosa che mi fa ridere, e che vi mostro qui sotto, è la copertina di un numero di Vanity Fair del 2005 in cui loro dichiaravano tutta la loro voglia di paternità: INCOERENZA IS THE NEW BLACK.Dolce e Gabbana Vanity Fair Italia

Con queste dichiarazioni su Panorama, Dolce e Gabbana si sono tirati la zappa sui piedi e non è stata una mossa astuta dal punto di vista del marketing: sono i gay e i fashion victims il loro principale target di riferimento, non la famiglia, e se perdi l’affetto della comunità LGBT, rischi di perdere una buona fetta di mercato. Io non recrimino nessuno per le proprie idee e non emetterò nessuna sentenza negativa come hanno fatto tanti miei colleghi perché si son sentiti traditi da ‘sti due… posso dire machissenefrega? Sopravvivremo anche se loro disegneranno la nuova linea di camice verdi per la Lega Nord.

Non saranno le loro idee a farmi cambiare l’opinione su certi temi, soprattutto perché per me non sono altro che due professionisti del mondo della moda, di cui non mi occupo e non ho una buona opinione. Chi esalta un mondo così vano e attaccato alle apparenze, alla ricerca dell’ultima tendenza da mostrare e che come fulcro della sua filosofia di vita ha “il bello a tutti i costi”, non merita la mia ammirazione. Inoltre ritengo che si possa essere anche Top con un look Cheap&Chic, senza spendere cifre assurde per delle cose prodotte a venti euro e rivendute a un prezzo vergognoso (senza tralasciare che la qualità rimane abbastanza low profile anche se spacciata per high).

Come successe per le dichiarazioni della Barilla e sulla sua ostinazione nel proporre solo la famiglia tradizionale nelle sue pubblicità, adesso i pecoroni son tutti contro i loro (ex)miti del fashion. Quanto siete noiosi.

LINO

Conchita Wurst canta Heroes a Sanremo 2015

Se lei è nei paraggi, la polemica è subito servita su un piatto d’argento! Conchita Wurst, vincitrice dell’Eurovision song contest 2014 con Rise like a phoenix, è arrivata sul palco dell’Ariston rigorosamente dopo la mezzanotte per non urtare la sensibilità di quelle menti pure cheConchita Wurst canta Heroes a Sanremo 2015 si sarebbero sentite offese dalla Drag con la barba.

La cantante austriaca si è esibita sulle note di Heroes, il suo ultimo singolo, presentandosi con un nuovo taglio di capelli e un vestito lungo, con molta grazia e femminilità (che molte donne non hanno).

Durante la prima serata di Sanremo abbiamo dovuto sopportare il mega spot sulla famiglia tradizionale: gli Aniana vantano sedici figli e si basano sui valori di religione, patria e famiglia. Che bel quadretto, che sarà piaciuto tanto a Mario Adinolfi e a tutti i suoi amici omofobi che si battono per la tutela di questa istituzione e che hanno urlato allo scandalo per la partecipazione della Wurst. Siamo sinceri, ma a noi, che ce frega della famiglia più numerosa d’Italia? Aveva un senso se uno dei suoi membri fosse un cantante famoso, ma questa marketta (rigorosamente con la kappa, come piace a Chiambretti) non è servita a nulla se non a tranquillizzare le sentinelle che ci proteggono dai cattivoni che voglio sovvertire l’ordine sociale.  Insomma, la mia conclusione è che i coniugi Aniana o non avevano il televisore in camera o non conoscevano i semplici strumenti anticoncezionali.

Ritornando alla diva con la barba, Conchita è stata di un’eleganza magnifica, ha cantato e portato il suo messaggio: tutti devono essere se stessi, indipendentemente dalla loro immagine, e nessuno ha il diritto di dirti cosa essere e cosa fare. Lo sanno tutti che è un personaggio nato per provocare, come ha affermato lei stessa, poiché Conchita Wurst è nata come Drag queen e la barba non è altro che una metafora sulla libertà di essere. La cantante austriaca ci tiene a portare il suo messaggio d’amore in tutto il mondo, perché fino a oggi ci sono persone che rischiano la vita solo per una sessualità diversa dall’eterocrazia che vige nella maggior parte delle società.

“Non importa da dove vieni o come ti mostri, conta chi sei ed io sono questo”

Penso di avere un gusto sadico per andarmi a leggere le polemiche ma soprattutto i “simpatici” aggettivi con cui molte persone etichettano questa cantante… Scherzo della natura, mostro, schifo umano, persona malata, abominio, creatura del diavolo e tante altre dolci paroline che non sto a riportarvi! Si lamentano pure che pagano il canone Rai per un’ospite del genere… beh, sapete che io lo pago per finanziare programmi come quella stupidata dei pacchi o per il contenitore pomeridiano di Caterina Balivo? Non so cosa sia peggio! XD Se una cosa non vi piace, esiste il telecomando e si può usare per cambiare canale.

Ma che glie frega a Conchita, che sa di portare scompiglio e che viene invitata ovunque, dalle sfilate di moda di Jean Paul Gautier alle cerimonie più famose come quella dei Golden globes, facendo una piccola sosta anche al Crazy horse di Parigi. Mi stavo dimenticando che sarà la presentatrice dell’Eurovision 2015 e a maggio uscirà il suo album di debutto!

La sua ospitata sanremese ha superato il 50% di share, ancora di più della meravigliosa Charlize Theron, e  tutti i canali d’informazione parlano di lei.

CONCHITA WINS

Parafrasando alcune frasi del testo di Heroes, dovremmo abbattere i muri che ci circondano e di usare l’amore come un grido di battaglia, sul quale danzeremo per diventare gli eroi di noi stessi.

La sua esibizione e l’intervista la potete trovare sul sito della Rai. Io invece vi lascio il video ufficiale di Heroes! 🙂

Adinolfi, sentinelle in piedi e tutti i derivati, fatevene una ragione: l’odio non vi porterà da nessuna parte.

LINO

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

N.B. Questo è un aggiornamento di un mio vecchio post. È possibile che abbiate letto il precedente (soprattutto chi mi segue da molto tempo).

La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stata scelta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre del 1999, prendendo il 25 novembre come giorno simbolo della lotta a questa forma di violenza che purtroppo non si ferma, anzi, è in continuo aumento nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione e un cambiamento nello stile di vita del nostro mondo occidentale.Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (1)

Come mai proprio questa data? Il fatto è semplice e ha radici storiche: il 25 novembre del 1960 le tre sorelle Mirabal furono assassinate perché si opposero alla tirannia di Rafael Leonidas Trujillo, nella Repubblica Dominicana. Le tre donne furono intercettate dagli uomini del dittatore, mentre si andavano a trovare i propri mariti in carcere, e furono portate nei campi dove furono uccise a bastonate. Per simulare una morte casuale, furono riportate in macchina e spinte in un burrone. Il sacrificio di Maria Argentina Minerva, Antonia Maria Teresa e di Patria Mercedes, è diventato il simbolo della denuncia contro il maltrattamento fisico e psicologico sulle donne.

Lezione di storia a parte, la cosa che mi preoccupa maggiormente è tutto quello che leggo sui giornali o sento alla televisione: la violenza domestica è la prima causa di morte nel mondo per le donne fra i sedici e i quarantaquattro anni! Si contano già più di un centinaio femminicidi dall’inizio dell’anno con una media di una donna uccisa ogni due giorni dal proprio compagno, partner o familiare.

Il 5% delle donne è stato vittima di stupri o tentati stupri e un’italiana su tre fra i sedici e i settanta anni (più di sei milioni di donne), è stata vittima dell’aggressività di un uomo, di molestie fisiche o sessuali. Inoltre c’è anche lo stalking, in costante aumento negli ultimi anni, per cui tanti degli omicidi avvenuti in Italia hanno avuto in precedenza periodi di stalking da un partner rifiutato o da un uomo qualunque.

Questi sono solo alcuni dei fenomeni di violenza sulle donne ma posso elencarne altri:

  • Matrimoni forzati,
  • Schiavitù sessuale,
  • Stupro di guerra,
  • Uxoricidio,
  • Aborto selettivo,
  • Sterilizzazione forzata,
  • Stupro etnico,
  • Incesto,
  • Mutilazione genitale.

Io mi son sempre chiesto come un uomo possa abusare fisicamente di una donna che soffre sotto i suoi occhi. Quale meccanismo perverso c’è nella sua mente. Cosa gli scatta in quel momento in cui fa del male a una persona indifesa… Mi fa semplicemente schifo. Odio anche le persone che difendono con motivazioni assurde atti di violenza del genere attribuendo la colpa alle ragazze perché si mettono una gonna corta o hanno un atteggiamento troppo libero.

Purtroppo, e lo dico a malincuore, penso che l’eliminazione totale di questo tipo di violenza sia un’utopia, ma qualcosa si può fare, iniziando dalle generazioni più giovani, educando all’uguaglianza fra le persone e il rispetto della diversità di genere. Bisogna sradicare quella visione maschilista che la donna sia “una cosa dell’uomo”, insegnare ai bambini chGiornata mondiale contro la violenza sulle donne (2)e una femminuccia è uguale a un maschietto in tutto e per tutto: libera di correre e di sporcarsi al parco, di mangiare senza avere l’ansia d’ingrassare, d’indossare la gonna o i pantaloni, di non dover apparire per forza “graziosa e femminile”, di giocare con le bambole ma anche con un trattore.

C’è una cosa, fosse la più importante, che riguarda la lotta contro la violenza sulle donne e si chiama CERTEZZA DELLA PENA. I magistrati non devono assecondare il criminale, non possono sminuire il problema ma è indecente se lasciano a piede libero il criminale dopo due o tre giorni dalla sentenza.

Le mie posizioni sono state spesso oggetto di discussione come teorie vecchie, che strizzano l’occhio a un femminismo populista se non addirittura intrise di un fascismo latente. Mi dispiace che gente stupida pensi questo, io sono semplicemente a favore del RISPETTO DELLE PERSONE (donne, bambini, anziani e minoranze varie), non favorisco il becero maschilismo ma nemmeno il femminismo aggressivo (con cui ho litigato spesso perché gridano allo scandalo anche per un vestito di Ilary Blasi a Le Iene) e vivo oggettivamente la quotidianità italiana, non sputando sentenze da dietro una scrivania o filosofeggiando con teorie e ideali di altri tempi.

LINO

Si dà il caso che

Just so happens è il classico esempio di un bel slice of life ma lasciato a metà, una graphic novel dell’artista anglo-giapponese Fumio Obata che cerca d’indagare nella profondità dell’animo umano ma non ci riesce del tutto.

Io e i “capolavori” dichiarati dalla Bao Publishing abbiamo qualche problema. Dopo la delusione di E la chiamano estate di Jillian e Mariko Tamaki, anche questo Si dà il caso che mi ha lasciato abbastanza indifferente.

Due sono le cose: o io non capisco nulla di fumetto (probabile come cosa, mica possiedo la verità assoluta) o gli intellettualoni critici della narrazione a fumetti gridano al “capolavoro” troppo facilmente per ragioni commerciali o di pubblicità.

Si dà il caso che racconta il ritorno di Yumiko in Giappone a seguito della morte del padre, a causa di un incidente durante un’escursione in montagna. La ragazza vive da anni a Londra, dove lavora come designer, ed è legata sentimentaSi dà il caso che Fumio Obata Bao Publishinglmente a Mark. Subito dopo la telefonata del fratello, Yumiko vola in Giappone un po’ controvoglia, dove la aspettano familiari e cerimonie funebri. Inizialmente la giovane non riesce a capire come si sente, frastornata dal jet lag e da tutte quelle formalità che le vengono imposte, non prova niente ma solo tanto fastidio, tranne nel momento in cui mettono il padre nel forno per cremarlo e la ragazza si scioglie in un mare di lacrime. In seguito Yumiko ne approfitta per andare a trovare la madre, divorziata dal marito quando lei e il fratello erano adolescenti, che è sempre stata un modello per la protagonista: essendo una donna intellettualmente emancipata, ha cercato di seguire il suo sogno di diventare scrittrice andando contro tutta la famiglia e scegliendo una vita di solitudine. Quando apprende che la figlia ha una relazione stabile con un uomo, la madre non reagisce molto bene perché ha paura che Yumiko possa finire a essere la classica casalinga soggiogata al potere maschile. Nel viaggio di ritorno a Londra, la ragazza ripensa al Giappone e capisce che la vita di Londra è quella che le appartiene.

Il tema del viaggio e del ritorno a casa, è stato usato in tante produzioni culturali e anche nel fumetto, e spesso comporta una profonda analisi del personaggio che ritorna nei luoghi dell’infanzia e della vita famigliare di un tempo. Just so happens mi ha ricordato Al tempo di papà ma senza quella bella analisi che fa Jiro Taniguchi sull’interiorità di una persona: si percepisce che Yumiko non è molto contenta di tornare in Giappone ma non si capisce il perché, considerando che nel racconto non ci sono elementi di rottura con il passato e il nucleo famigliare ma solo il suo sogno di studiare design a Londra. La protagonista si sente sia un’estranea nella capitale inglese sia in Giappone, ma questo non viene spiegato, a parte il contare gli anni di residenza nella città. Dopo aver sbadigliato alla commemorazione del padre, si scioglie in lacrime nel momento della cremazione, va a trovare la madre e torna a Londra – tutto troppo velocemente.

Troppi temi buttati fra le pagine e non analizzati, un minestrone di sentimenti che cambia da una pagina all’altra, un’incompletezza narrativa che ti porta a valutare questa graphic novel come un fumetto a metà.

Le illustrazioni di Obata sono bellissime, come anche l’edizione cartonata di Bao Publishing, ma diciannove euro sono eccessivi per centoquaranta pagine. È vero che le graphic novel costano sempre più dei manga o dei comics, ma certi prezzi stanno diventando proibitivi: molti volumi per cui ho dei dubbi, possono stare tranquillamente a prendere la polvere negli scaffali di una libreria. Ringrazio di aver preso l’e-book di quest’opera! XD

Consigliato? Non saprei. Forse voi, che avete una sensibilità diversa dalla mia, potreste trovare particolari che non ho saputo apprezzare.

LINO

La solita Destra omofoba

Non potevo evitare di dare la mia breve opinione sul manifesto proposto da Fratelli d’Italia che ha usato una fotografia di Oliviero Toscani, senza chiedergli il permesso, per l’ennesima campagna omofoba tutta italiana.

Il movimento di destra guidato da Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto, si è sentito indignato dopo la decisione del Tribunale dei minori di Roma, di permettere l’adozione di una bambina alla compagna della madre biologica, una sentenza immorale, anticostituzionale e di allarme sociale perché, sempre secondo loro, si sta perdendo il valore etico della famiglia tradizionale.

Va bene, abbiamo capito che lo sviluppo culturale di una certa parte politica si è fermato ad almeno due/tre secoli fa.

Avevo già affrontato l’omogenitorialità in un precedente post ma ritengo di doverne riparlare perché, al contrario di Giorgina e i suoi amici, la questione delle famiglie arcobaleno c’è, esiste ed esisterà anche in futuro quindi, se si è dei bravi politici, andrebbe affrontata seriamente e non a suon di slogan che sembrano rubati a quei mattacchioni omofobi di Forza Nuova o Lega Nord.No alle adozioni gay per Fratelli d'Italia Omofobia

La foto in sé rappresenta un’idea sbagliata e stereotipata della coppia gay, in cui “casualmente”, gli omosessuali sono fotografati con sguardi ammiccanti, tatuaggi e piercing, al contrario della classica famiglia eterosessuale, che mangia le brioches appena sfornate nel Mulino Bianco, dove regna l’eleganza e la sobrietà. La parte più bella della foto è senza dubbio lo slogan “Difendiamo il diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma” e qui casca l’asino Giorgina perché tu rappresenti l’esempio di come una ragazza può crescere senza una figura genitoriale: Vladimir Luxuria in un tweet ha rinfacciato ai compagni di squadra della Meloni che proprio la loro capo gruppo fu abbandonata dal padre! Riconosco che non sia una cosa carina attaccare una persona nelle vicende famigliari, ma che rispetto possono pretendere persone che quotidianamente incitano all’odio verso uomini e donne che semplicemente AMANO – e ci terrei a parlare di amore – persone del loro stesso sesso? Giorgina non fare la vittima perché se sei indignata e ti senti offesa nel tuo privato, pensa a tutte le persone che a causa dell’ignoranza tua e dei tuoi amichetti, tutti i giorni devono sopportare una società ancora ostile verso le minoranze?

Devo per forza fare della demagogia spicciola spicciola? Dicendo che molti bambini sfortunatamente non hanno la madre o il padre o, peggio ancora, sono orfani del tutto? Devo ricordare quante persone sono cresciute senza nessun problema, anche se uno dei due genitori li ha abbandonati o non l’ha voluto riconoscere come proprio figlio?

Diritti o adozione, la questione non cambia: alla base ci sta la NON accettazione di una diversità naturale dell’affettività dell’essere umano e la continua discriminazione di essa.

Non si può liquidare tutto sempre con frasi come “se Dio ha creato l’uomo e la donna, un motivo ci sarà?” perché se no capisco che Darwin sbagliò tutti i suoi studi sull’evoluzione umana e noi siamo rimasti al medioevo.  Allora possiamo anche affermare che la donna è inferiore all’uomo perché sarebbe nata da una sua costola?

Perché me la prendo così tanto? Parlo di adozioni gay quando ancora in Italia non abbiamo una legge che tuteli le coppie di fatto! E le unioni civili non riguardano solo gli omosessuali ma anche tutte quelle coppie eterosessuali che convivono e non sono sposate ufficialmente.

Parole e spiegazioni sprecate per un paese fatto di persone che, ancora nel 2014, scrivono nei commenti che l’omosessualità è una malattia o che dovrebbero riaprire i forni e infilarli dentro.. mio caro italiano, pigliati la tua ca**o di birra e rutta davanti alla partita di calcio, che è la cosa che ti riesce meglio.

LINO