esperienze

Le figlie perdute della Cina

Ci sono libri che si leggono e si rimane soddisfatti per una storia piacevole o per un argomento d’interesse ben sviluppato, limitandosi a un soddisfacimento solo oggettivo di lettura, poi ci sono libri come quello di Xinran Xue che ti colpiscono semplicemente raccontando la realtà di un determinato fenomeno socio-culturale del proprio paese d’origine.

L’autrice de Le figlie perdute della Cina è una giornalista e scrittrice famosa per il programma radiofonico Parole nel vento della sera (“Words on the night breeze”), andato in onda dal 1989 al 1997, in cui raccontava le storie di donne che non avevano voce nella vita di tutti i giorni e prendevano coraggio per esprimersi su temi diversi come la vita matrimoniale o la maternità in una società che le relegava sempre a un ruolo casalingo, e diede vita al suo best-seller mondiale The good women of China (pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer Editore con il titolo di La metà dimenticata), che anticipa questo libro. Le storie raccontate, sono le esperienze piene di dolore, confessate all’autrice, di donne che si sono trovate nella situazione di dover “sistemare” la figlia femmina, spiegando così anche la grande presenza di orfani cinesi adottati da famiglie straniere, di cui la maggior parte sono di sesso femminile.

“Hai mai sistemato una bambina?”

La prima volta che fanno questa domanda a Xinran, rimane perplessa perché non capisce cosa voglia dire ma dietro a questa frase si nasconde una terribile realtà di molte zone del paese: nel mLe figlie perdute della Cina Xinran Xue Longanesi Editoreigliore dei casi una figlia viene abbandonata vicino a un orfanotrofi o a luoghi dove si spera che qualcuno possa prendersi cura di lei, se no viene eliminata fisicamente appena nata. “Sistemare una bambina” era una pratica diffusa perché il primo dovere di una brava moglie è dare alla luce un erede, che sarebbe stato in grado di continuare la discendenza di famiglia. Preferire il figlio maschio, oltre a convinzioni culturali, ha antiche radici storiche che risalgono al sistema di distribuzione della terra, con cui una donna riceveva meno suolo arabile rispetto a un uomo, ma la giornalista si focalizza sulla politica del figlio unico del 1979 per spiegare questo problema sociale. Nata per limitare l’incremento demografico del paese, produsse grossi effetti negativi su tantissime famiglie perché avere un figlio in più, indipendentemente dal sesso di nascita, significava perdere il lavoro, non avere una casa e dover rinunciare a tutti gli aiuti previsti dalle politiche statali (istruzione, sanità, razioni alimentari e altro). Inoltre la poca educazione sessuale provocò una nuova generazione di giovani che erano sessualmente più liberi dei loro genitori ma ancora incastrati nei valori tradizionali della società, quindi gli abbandoni aumentarono a causa di gravidanze indesiderate nate da relazioni non “autorizzate” (senza dimenticare il business dell’aborto). Fortunatamente le cose cambiano e la Cina, grazie anche al boom economico che guarda sempre più all’Occidente e la voglia di diventare una delle principali potenze mondiali, nel 2001 ha promulgato una legge in cui è vietato qualsiasi atto di discriminazione e maltrattamento nei confronti delle donne che partoriscono figli di sesso femminile o che non sono fertili, e che è illegale discriminare, maltrattare e abbandonare le neonate.

“Ogni donna che ha partorito ha provato dolore, e le madri delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore.”

Le dieci storie raccontate in Message from an Unknown Chinese Mother sono di forte impatto emotivo, e spesso mi hanno colpito per la crudezza delle immagini descritte ma una storia mi ha colpito più di tutte, raccontata nel quinto capitolo (“I guerriglieri delle nascite clandestine: un padre in fuga”): durante un viaggio in treno, l’autrice conosce un uomo di mezz’età che viaggia insieme a una bambina di un anno e mezzo seduta sulle sue gambe. Xinran è intenerita dalla premura di quest’uomo nei confronti della figlia che lo abbraccia, ma poche ore dopo vede la bambina sulla banchina della stazione con un panino in mano, mentre il treno riparte e lei rimane sola. Inorridita, perché capisce cos è appena successo, si mette alla ricerca dell’uomo in treno e lo trova accanto a una donna in avanzato stato di gravidanza. Scopre che erano una coppia in fuga dai funzionari che controllavano le nascite, che attraversavano il paese da più di sette anni per non essere scoperti perché avevano già avuto altre tre figlie femmine che avevano già abbandonato in altre città. Mi si è stretto il cuore. L’immagine di questa bambina che prima gioca con il padre e subito dopo vede il treno allontanarsi non capendo il perché (“fortunatamente” grazie alla sua giovane età) mi ha fatto diventare così piccolo piccolo… senza pensare il dolore di una donna che è stata costretta a privarsi della gioia di essere madre per ben quattro volte.

Le figlie perdute della Cina non può lasciare indifferenti e s’inserisce a pieno nel genere dell’inchiesta giornalistica che si occupa dei diritti delle donne e in particolare dei minori, realtà che ci sembrano così lontane da noi, dove essere donna è ancora pericoloso (basta ricordare la storia di Malala Yousafzai) e la tua vita vale meno di quella di un uomo.

L’edizione italiana è di Longanesi Editore e comprende anche degli approfondimenti interessanti come le lettere sia delle madri che aspettano il ritorno della figlia abbandonata sia di quelle che hanno adottato, le leggi sulle adozioni e un’appendice dedicato anche al triste fenomeno del suicidio fra le donne.

CONSIGLIATO.

LINO

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Siamo una generazione non abituata al lavoro

La polemica mi è stata servita su un piatto d’argento: i giovani sotto i trent’anni non vogliono impegnarsi. E chi lo dice? Gli organizzatori di quella minchiata chiamata EXPO 2015 che, come sapete tutti, si svolgerà nel capoluogo lombardo dal 1 maggio al 31 ottobre – quindi nel dettaglio l’agenzia Manpower che si occupa di cercare il personale.

Non volevo parlarne ma quando leggo certe cose, mi gira troppo il ca**o – diciamolo pure senza problemi, le buone maniere le lascio ai life coach di Real Time.

Alcuni titoli di testate giornalistiche:

  • Corriere della Sera: “Turni scomodi per lavorare all’Expo. Otto su dieci ci ripensano.”
  • Il Fatto Quotidiano: “Expo 2015. 645 giovani rifiutano contratto di lavoro a 1300 netti al mese.”
  • TgCom24: “Expo, in fuga dall’impiego estivo. Otto giovani su dieci rifiutano il lavoro.”
  • Huffington Post Italia: “Turni scomodi per i 600 giovani reclutati. L’80% ci ripensa.”
  • Il Giornale: “Se i nostri giovani rifiutano il lavoro e poi si lamentano”

Eccoli i nostri ‘cciovani italiani sempre così FANNULLONI anzi, come diceva la nostra amica Fornero, questi ragazzi così CHOOSY.EXPO Milano 2015 logo e slogan

Noi giovani (mi ci metto nel mezzo anch’io) rifiuteremmo questa incredibile esperienza per vari motivi:  sarebbero solo sei mesi di contratto, si dovrebbe lavorare anche il sabato e la domenica, coinciderebbe con l’estate e il contratto di apprendistato di 1200/1500 euro al mese sarebbe troppo da povery per le nostre aspettative… quindi ragazzi andiamo tutti a Ibiza a fare baldoria! Yeah!

Questo è l’ennesimo tentativo di gettare fango sulla generazione odierna di giovani che agli occhi di tanti politici, intellettuali e saccenti del cavolo, sarebbero colpevoli di non essere modesti e di non tirarsi su le maniche per lavorare… peccato che spesso chi sentenzia è gente benestante che ha avuto la strada spianata o l’azienda di famiglia in cui infilarsi senza problemi.

Partiamo dal fatto che questa notizia sia una stronzata a metà (ci sarà sempre qualche cretino che si sarà rifiutato), ma voi credete seriamente che, con la crisi che c’è, un giovane disoccupato si lascerebbe scappare l’opportunità di lavorare per sei mesi consecutivi a 1300 euro netti al mese? È possibile che su 27mila candidati, e ripeto che sono 27000 CANDIDATURE (chissà la mia dov’è finita…), non riescano a trovare 600 persone da mettere nell’organico? Ma se riescono a trovare facilmente i volontari (cioè per me schiavi) che lavorano gratis, non è strano che quando si deve pagare qualcuno (in questo caso molte persone) si cercano tanti motivi per non assumerlo?

Siamo obiettivi, secondo voi realmente per un contratto di apprendistato vi darebbero 1300 euro quando spesso nei centri commerciali o nelle aziende te ne offrono 400 per un full time di quaranta ore? A me sa di bufala, senza dimenticarci che abbiamo superato la seconda metà di aprile ed è molto tardi per iniziare corsi di formazione per gli addetti da mettere al lavoro il primo maggio.

Mi sono un po’ stancato di questo dito puntato alla mia generazione (e a quella dopo), noi che vorremmo solo vivere in ville hollywoodiane fra feste in piscina e soldi del papà. La verità è un’altra: sanno tutti che l’organizzazione dell’Expo è stata fatta alla carlona con i padiglioni ancora lasciati a cielo aperto e i soldi finiti ancora prima d’iniziare i lavori, quindi per spostare l’attenzione con chi ce la prendiamo? Con i nostri giovani che piangono miseria ma non vogliono lavorare, categoria facile da colpevolizzare perché così spostiamo l’attenzione dai problemi principali di questa manifestazione mondiale.

Non voglio prolungarmi nella polemica perché devo portare fuori il cane, cosa più interessante di leggere certe robacce che scrivono persone che si fanno chiamare giornalisti, ma mi chiedo, anzi, vi chiedo: dove sono le mie candidature? Se v’interessa io per 1300euro netti al mese vengo a lavorare all’Expo, compresi i festivi e sei giorni su sette a settimana, però casualmente non mi avete mai richiamato per un colloquio… non è che siete anche voi troppo choosy nei confronti dei vostri candidati?

LINO

Pyongyang di Guy Delisle

Tutte le volte che leggo una graphic novel di Guy Delisle, non faccio altro che amare sempre di più quest’uomo! Dopo Cronache di Gerusalemme e Il diario del cattivo papà (trovate le recensioni su questo blog), stavolta è toccata a Pyongyang e al racconto del surreale soggiorno in Corea del Nord, sempre con il suo stile sarcastico che non è stato molto apprezzato (o capito) dai coreani stessi.

Nel 2001 Delisle vola a Pyongyang con un permesso speciale di due mesi per seguire il lavoro di uno studio di animazione che si occupa della produzione di un cartone animato francese. Con il suo blocco da disegno cerca di prendere appunti per creare i ricordi di un viaggio in una nazione inavvicinabile per un occidentale, con a capo un dittatore comunista che costringe il suo popolo a sacrifici giornalieri per il bene della Nazione. La Corea del Nord è anche conosciuta come una delle nazioni appartenenti all’Asse del Male insieme all’Iraq e all’Iran, definizione introdotta da George W. Bush per identificare un insieme di paesi che tramano alle spalle dell’occidente e che stanno sviluppando armi di distruzione di massa, favorendo il terrorismo internazionale.

La prima impressione dell’autore non è positiva: il cellulare gli viene confiscato all’aeroporto e gli verrà restituito solo alla fine del suo viaggio, non può girare da solo ma deve essere obbligatoriamente accompagnato da una guida e/o un traduttore e, regola importante, è vietato qualsPyongyang Guy Delisle Rizzoli Lizardiasi tipo di humour su Kim Il – Sung, l’amato Padre della Nazione, venerato come un Dio e considerato un benefattore da tutti i cittadini.

Questa graphic journalism è angosciante perché, nonostante Delisle cerchi di farci ridere con le sue battuttine da intellettuale snob (un aspetto di lui che amo perché non scade mai nel ridicolo), l’atmosfera che si respira per tutta l’opera è molto pesante, grigia e claustrofobica. Bisogna cominciare parlando dell’ideologia della Juche ovvero dell’autosufficienza, la base della società nord coreana, il principio per cui sono una grande nazione e non hanno bisogno di aiuti esterni perché ce la fanno da soli, sottoponendo la popolazione ad atti di “volontariato obbligato” in cui le persone scelgono “volontariamente” di andare a ridipingere un ponte, di falciare l’erba di un’aiuola pubblica e altre cose per il bene pubblico. Non ti obbligano mica, tu ti alzi la mattina e dici “perché oggi non vado a spazzare le strade del centro città?” – un ragionamento giusto, semplice e lineare. XD

L’atmosfera di un’imminente guerra si respira in tutta la città, per esempio la metropolitana è costruita a novanta metri sotto terra e serve anche come rifugio antiatomico, e tutti possono essere arrestati come cospiratori anche per una frase interpretata male e finire in uno dei campi di rieducazione che non dovrebbero esistere ma tutti sanno che sono sparsi per il paese.

Una dittatura vera e propria, dall’aspetto moderno ma che in realtà lascia nell’oblio la maggioranza della gente per il piacere di pochi. Cinema di propaganda, un unico canale televisivo, manifesti del regime per tutte le strade, foto e quadri raffiguranti Kim Il – Sung e il figlio Kim Jong – Il presenti in tutti gli uffici pubblici.

Gli stranieri non sono benvoluti perché visti come delle spie che hanno dei piani malefici per destabilizzare il sistema socialista, per questo in tutta la città ci sono solo tre strutture che possono ospitare i “turisti”.

Potrebbe essere un racconto di fantascienza, se solo la Corea del Nord non esistesse davvero” dice il The London Free Press ma io aggiungo che esiste e spesso minaccia noi consumisti occidentali con le sue immagini di armamento nucleare ed esercitazioni militari.

Un volume consigliato, didattico, intelligente e che dimostra che il fumetto non è solo roba per bambini.

LINO

L’uomo che cammina

Scrivere una recensione su Haruku hito è abbastanza difficile. Quest’opera del grande sensei Taniguchi, è un manga seinen che può essere interpretato in vari modi, ma soprattutto è soggetto al gusto personale del lettore perché può non piacere a causa del suo modo “particolare” di raccontare le avventure del protagonista.

Jiro Taniguchi ci porta alla scoperta delle piccole cose del quotidiano e i diciassette capitoli brevi, che compongono il volume de L’uomo che cammina, si focalizzano su un aspetto in particolare del mondo in cui viviamo ma che spesso tralasciamo per mancanza di tempo e di attenzione.

Il protagonista del manga è un uomo che si traferisce nella periferia di Tokyo, molto rilassato e che non si preoccupa del tempo che passa. È un individuo curioso che cammina con tranquillità, che non si lascia sfuggire neanche un piccolo dettaglio, L'uomo che cammina Jiro Taniguchi Planet Mangache rimane affascinato anche da un semplice albero di ciliegio in fiore o da una particolare razza di uccello. L’uomo che cammina trova la bellezza anche nella semplicità di un viale ciottolato in una zona periferica dimenticata da tutti, assaporandone il momento, i colori e gli odori.

Haruku hito ha pochi dialoghi, solo immagini e illustrazioni curate nel minimo dettaglio per tante pagine: durante la lettura ti sembra di guardare un film muto, in cui vieni rapito dal disegno minuzioso dell’autore che vale più di tante parole e nelle sue passeggiate quotidiano insieme a Neve, un cane abbandonato nel giardino dell’abitazione e adottato dalla coppia di coniugi, ti trasmette un senso di pace e tranquillità.

Perdendosi fra vecchi vicoli o percorrendo strade deserte di campagna, è bello poter vedere (e leggere) come cose “banali” come un’improvvisa nevicata o una notte stellata possano assumere una valenza poetica. La nuotata notturna completamente nudi, l’arrampicata sull’albero come un gatto, la gita al mare e l’ansia per il passaggio di un tifone, sono quelle sensazioni così “dimenticate” che non riusciamo più a provare nelle nostre grandi città di palazzi, macchine e smog.

Pubblicato in Giappone a puntate sui numeri speciali della rivista Morning Party, l’edizione italiana è a cura di Planet Manga nella sua collana Jiro Taniguchi collection.

Consigliato? Sì, ma non a tutti. Essendo un manga d’autore non può essere apprezzato da tutti perché è molto lento e non piacerebbe alle persone che amano le storie che hanno un inizio e una fine ben definita. Lo consiglio invece a chi ha voglia di una lettura poetica e diversa dalle solite.

LINO

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

N.B. Questo è un aggiornamento di un mio vecchio post. È possibile che abbiate letto il precedente (soprattutto chi mi segue da molto tempo).

La Giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stata scelta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre del 1999, prendendo il 25 novembre come giorno simbolo della lotta a questa forma di violenza che purtroppo non si ferma, anzi, è in continuo aumento nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione e un cambiamento nello stile di vita del nostro mondo occidentale.Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (1)

Come mai proprio questa data? Il fatto è semplice e ha radici storiche: il 25 novembre del 1960 le tre sorelle Mirabal furono assassinate perché si opposero alla tirannia di Rafael Leonidas Trujillo, nella Repubblica Dominicana. Le tre donne furono intercettate dagli uomini del dittatore, mentre si andavano a trovare i propri mariti in carcere, e furono portate nei campi dove furono uccise a bastonate. Per simulare una morte casuale, furono riportate in macchina e spinte in un burrone. Il sacrificio di Maria Argentina Minerva, Antonia Maria Teresa e di Patria Mercedes, è diventato il simbolo della denuncia contro il maltrattamento fisico e psicologico sulle donne.

Lezione di storia a parte, la cosa che mi preoccupa maggiormente è tutto quello che leggo sui giornali o sento alla televisione: la violenza domestica è la prima causa di morte nel mondo per le donne fra i sedici e i quarantaquattro anni! Si contano già più di un centinaio femminicidi dall’inizio dell’anno con una media di una donna uccisa ogni due giorni dal proprio compagno, partner o familiare.

Il 5% delle donne è stato vittima di stupri o tentati stupri e un’italiana su tre fra i sedici e i settanta anni (più di sei milioni di donne), è stata vittima dell’aggressività di un uomo, di molestie fisiche o sessuali. Inoltre c’è anche lo stalking, in costante aumento negli ultimi anni, per cui tanti degli omicidi avvenuti in Italia hanno avuto in precedenza periodi di stalking da un partner rifiutato o da un uomo qualunque.

Questi sono solo alcuni dei fenomeni di violenza sulle donne ma posso elencarne altri:

  • Matrimoni forzati,
  • Schiavitù sessuale,
  • Stupro di guerra,
  • Uxoricidio,
  • Aborto selettivo,
  • Sterilizzazione forzata,
  • Stupro etnico,
  • Incesto,
  • Mutilazione genitale.

Io mi son sempre chiesto come un uomo possa abusare fisicamente di una donna che soffre sotto i suoi occhi. Quale meccanismo perverso c’è nella sua mente. Cosa gli scatta in quel momento in cui fa del male a una persona indifesa… Mi fa semplicemente schifo. Odio anche le persone che difendono con motivazioni assurde atti di violenza del genere attribuendo la colpa alle ragazze perché si mettono una gonna corta o hanno un atteggiamento troppo libero.

Purtroppo, e lo dico a malincuore, penso che l’eliminazione totale di questo tipo di violenza sia un’utopia, ma qualcosa si può fare, iniziando dalle generazioni più giovani, educando all’uguaglianza fra le persone e il rispetto della diversità di genere. Bisogna sradicare quella visione maschilista che la donna sia “una cosa dell’uomo”, insegnare ai bambini chGiornata mondiale contro la violenza sulle donne (2)e una femminuccia è uguale a un maschietto in tutto e per tutto: libera di correre e di sporcarsi al parco, di mangiare senza avere l’ansia d’ingrassare, d’indossare la gonna o i pantaloni, di non dover apparire per forza “graziosa e femminile”, di giocare con le bambole ma anche con un trattore.

C’è una cosa, fosse la più importante, che riguarda la lotta contro la violenza sulle donne e si chiama CERTEZZA DELLA PENA. I magistrati non devono assecondare il criminale, non possono sminuire il problema ma è indecente se lasciano a piede libero il criminale dopo due o tre giorni dalla sentenza.

Le mie posizioni sono state spesso oggetto di discussione come teorie vecchie, che strizzano l’occhio a un femminismo populista se non addirittura intrise di un fascismo latente. Mi dispiace che gente stupida pensi questo, io sono semplicemente a favore del RISPETTO DELLE PERSONE (donne, bambini, anziani e minoranze varie), non favorisco il becero maschilismo ma nemmeno il femminismo aggressivo (con cui ho litigato spesso perché gridano allo scandalo anche per un vestito di Ilary Blasi a Le Iene) e vivo oggettivamente la quotidianità italiana, non sputando sentenze da dietro una scrivania o filosofeggiando con teorie e ideali di altri tempi.

LINO

La curvy philosophy di Meghan Trainor

“Every inch of you is perfect from the bottom to the top”

A dirci che ogni parte del nostro corpo è perfetta, è Meghan Trainor, il fenomeno americano del momento che da giugno è nella top ten della classifica americana, raggiungendo più volte la numero uno con la sua All about that bass.

Finalmente anche le radio italiane si sono accorte di questa giovane cantautrice americana che vanta già due album alle spalle e un’importante carriera come scrittrice di canzoni per artisti come i Rascal Flatts e… udite udite… Raffaella Carrà! Io sono shockato dal sapere che lei ha scritto Replay per la nostra RAFFA NAZIONALE! XD

Già altre artiste hanno provato a sdoganare il concetto di bellezza nella loro musica. Poco tempo fa avevo parlato di Try di Colbie Caillat e della sua battaglia a favore della bellezza naturale, ma prima di lei Christina Aguilera ci ha regalato Beautiful, un inno contro la discriminazione e un invito ad amarsi per come si è realmente. Su quest’ultima avrei qualcosa da ridire perché se nel periodo di promozione di Your Body e dell’album Lotus andava in giro affermando quanto si sentisse bene nelle sue curve, poi l’abbiamo ritrovata nell’edizione americana di The Voice figa come agli esordi… This is the SHOWBIZ! XD

All about that bass, con una melodia spensierata che ricorda i ritmi doo-wop e “laccheggianti” di Hairspray, parla dell’imperfezione fisica, un problema che diventa il principale nemico di molti giovani, soprattutto in un mondo fatto di social network, selfie e modelli a limite della salute fisica.

“I see the magazines working that Photoshop / We know that shit ain’t real”

Meghan propone il suo modello curvy, con un video dominato da colori pastello, soprattutto il rosa, e elementi che definiremmo kawaii come cupcakes, zucchero filato, veli colorati e una scenografia che ricorda la casa di una bambola.Meghan Trainor All about that bass cover

La sua lotta contro le skinny bitches non è nulla di aggressivo o noiosamente moralista, ma è un invito a fregarsene di quegli stereotipi che assillano la nostra quotidianità. E come dare torto a sua madre che le consiglia di non preoccuparsi perché, come dico sempre pure io, i ragazzi hanno bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi! Se sei magra scheletrica, scivoli via! XD

“Yeah, my momma she told me don’t worry about your size / She says, boys they like a little more booty to hold at night”

Chi non si è mai sentito imperfetto guardandosi allo specchio? Chi non ha mai pensato di non essere all’altezza per una determinata situazione? Ma… chi non si è mai sentito “inferiore” nei confronti di un/una ragazzo/a che trovava attraente?

Nella mia scarsa esperienza di vita, posso solo dirvi di lasciar perdere di seguire modelli irraggiungibili come donne taglia 38 e quarta di seno o uomini che hanno degli addominali così perfetti che sembrano disegnati da una fabbrica di tavolozze di cioccolato, perché sono palesemente finti grazie a Photoshop.

Anch’io sono stato “vittima” di questo sistema che ci vuole tutti perfetti, mettendo da parte momentaneamente il mio vero IO per seguire qualcosa che potesse piacere agli altri, e ringrazio di essere cresciuto senza social come Instagram, basati solo sull’immagine, se no chissà che fine avrei fatto. Se prima potevo avere dei sensi di colpa nell’assaggiare qualcosa fuori dall’orario dei pasti, oggi mi fermo volentieri davanti a una vetrina colorata con i cupcakes, entro e me li magno senza rimorso, alla faccia di tutte le f***ing skinny bitches che sopravvivono con un’insalatina al giorno.

Io e Meghan possiamo tranquillamente affermare che…

CURVY IS THE NEW BLACK 😉

Vi lascio con il divertente video della Trainor e vi ricordo che anche nel nostro paese è disponibile l’ep Title con All about that bass e il prossimo singolo Dear future husband!

Meghan Trainor è assolutamente promossa!

LINO

Io, laureata, motivata… sfruttata… in stage!

Una volta ogni tanto possiamo anche permetterci di ridere su una questione spinosa come la ricerca del lavoro, soprattutto per i giovani che, dopo anni di studi, si ritrovano solo con un pezzo di carta e tanta buona volontà.

Io, laureata, motivata… sfruttata… in stage! è una bande dessinée di Yatuu, nome d’arte di Cyndi Barbero, una fumettista e blogger francese che racconta le proprie disavventure da neolaureata alla ricerca di un contratto di lavoro che non sia il solito stage sottopagato. Con molta comicità si concentra in particolare nel raccontare uno stage presso una famosa agenzia di comunicazione: lo sfruttamento degli stagisti e gli orari straordinari richiesti senza possibilità di rifiuto, l’analisi dei “tipi da ufficio” come l’impiegato commerciale o l’art director, la stanchezza e l’alienazione personale che ti portano alla demotivazione professionale.Io laureata motivata sfruttata in stage Yatuu Hop Edizioni

Il volume Moi, 20 ans, diplômée, motivée… exploitée! nasce dal successo delle vignette apparse sul blog dell’autrice, come è accaduto alla collega Pénélope Bagieu (di cui ho già parlato su questo blog), e lo stile si presenta meno “particolare” della sua amica, ricordando molto i manga (essendo lei stessa una fan di fumetti giapponesi come Ranma ½ e Rurouni Kenshin).

Attraverso le sue strisce umoristiche, cerca di dar voce ai pensieri che molte persone hanno in testa in particolari situazioni e che non possono dire apertamente, diventando un logoramento interiore fatto di lunghi monologhi, incubi, desideri svaniti nel nulla, pianti soffocati e quella “sana” voglia di fare del male a chi cerca sempre di approfittarsi di te. Non si può non amare questa giovane stagista “in saldo” e non riconoscersi in tanti suoi pensieri!

Satira, verità e autobiografia in un volume che si può leggere anche in Italia grazie a Hop! Edizioni che l’ha pubblicato nella collana de La vie en rose (la stessa delle opere della Bagieu), dedicata alle BD al femminile.

Consigliato 🙂

LINO