Pubblicato in: Cinema, Libri

Io prima di te

“Così stanno le cose. Sei scolpita nel mio cuore, Clark, fin dal primo giorno in cui sei arrivata con i tuoi abiti ridicoli, le tue terribili battute e la tua totale incapacità di nascondere ogni minima sensazione. Tu hai cambiato la mia vita…”

Ammetto subito la mia colpa: credevo che sarei uscito dal cinema con un “ma io te l’avevo detto che era il solito polpettone romantico” e invece mi son dovuto ricredere perché Io prima di te è stata una bella sorpresa, un film che parla d’amore ma senza annoiare eccessivamente lo spettatore poiché presenta anche un argomento che difficilmente viene trattato in questa tipologia di film. Me before you è prima di tutto un libro di successo mondiale di Jojo Moyes (in Italia è stato pubblicato da Mondadori), autrice londinese specializzata in letteratura rosa, che ha anche un sequel intitolato Dopo di te (After you), ma io vi parlerò della trasposizione cinematografica di Thea Sharrock che finalmente sono riuscito a vedere al cinema in una serata libera dal lavoro!

Louisa Clark (Emilia Clarke) è una ventiseienne che apprezza la semplicità della sua vita: ha un lavoro come cameriera nella caffetteria del paese, una famiglia che le vuole bene e un fidanzato fissato con il suo lavoro di personal trainer. La sua tranquillità viene interrotta dalla chiusura dio-prima-di-te-emilia-clarke-sam-claflin-me-before-youel locale in cui ha lavorato per sei anni, ritrovandosi senza un lavoro e una famiglia da mantenere poiché il padre è disoccupato da anni. Dopo un goffo colloquio con Camilla Traynor (Janet McTeer), Lou viene assunta come un assistente personale del giovane figlio della signora, rimasto quasi paralizzato dopo un terribile incidente. Will Traynor (Sam Claflin) in passato era un uomo che aveva tutto dalla vita come un lavoro di successo, soldi e belle donne, ma ormai odia la sua vita. In questo strano rapporto di incontro-scontro, le due diverse personalità impareranno ad accettarsi ma soprattutto capiranno quanto la vita possa essere crudele togliendoti quello che più ami, per poi ridarti una seconda possibilità grazie a quel misterioso sentimento che è l’amore.

Emilia Clarke, volto noto al pubblico per vestire i panni di Daenerys Targaryen ne Il Trono di spadeGame of thrones, interpreta un’eccentrica ragazza di una piccola cittadina della campagna inglese, amante dei vestiti stravaganti e molto buffa. Per molti versi ricorda Bridget Jones nella sua allegria e nella capacità di creare situazioni imbarazzanti di cui deve sempre scusarsi, ma la dolcezza intrinseca del suo animo e la naturalezza dei suoi sentimenti, la fanno diventare la miglior medicina per il cinico Will. Il signorino della famiglia Traynor è interpretato da Sam Claflin, il Finnick Odair di Hunger Games, uomo che non è più interessato alla sua vita terrena tanto da desiderare la cosiddetta “morte dolce”. Se inizialmente il rapporto fra i due personaggi è di tipo lavorativo, la dolce Lou capisce che la sua vocazione da infermiera tuttofare va al di là della semplice assistenza personale cercando di far apprezzare la semplicità della bellezza della vita a un uomo che ha già preparato tutto: alla fine dei sei mesi prestabiliti con i suoi genitori, Will si recherà in Svizzera, in una clinica specializzata in assistenza medica nel “dare la morte” a individui con una vita compromessa da malattie gravi.

“Non voglio pensarti in un mare di lacrime. Vivi bene. Semplicemente, vivi.”

Non siamo davanti al patetismo di adolescenti malati e sfigati alla Colpa delle stelle, ma di persone adulte che prendono decisioni difficili: non è così facile parlare di eutanasia, argomento che da sempre divide l’opinione pubblica per motivi sia religiosi sia etici. Louise non può accettare che l’uomo che ha imparato ad amare nei sei mesi di lavoro voglia andarsene proprio nel momento dell’apice della loro felicità ma Will è determinato nella sua scelta. Un tema veramente angosciante che non ho voglia di affrontare in una semplice recensione cinematografica perché si tratta di una scelta molto personale che non si può liquidare in poche righe.

Fin dove si può amare? Si dice spesso che amare è anche saper lasciare andare la persona amata verso direzioni che non si condividono, quindi si può considerare amore la libertà di lasciare il proprio uomo compiere un tale gesto?

GUARDATELO. Il mio unico consiglio è di guardarlo e di non lasciarvi ingannare da un trailer eccessivamente mieloso… non potete nemmeno perdervi gli eccessivi outfit kitsch della dolce Lou! Ah… lacrime assicurate! XD

LINO

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Pubblicato in: Music, Società

Immanuel Casto e Romina Falconi: Who is afraid of gender?

“Who is afraid of gender? Who is afraid of gender? They want us to live in darkness but who is the real monster?”

GENIALE. Post già concluso XD Torna una delle mie coppie preferite, che amo shippare (termine nerd che serve per parlare di coppie ideali ma non reali) e che spero che si amino per sempre e continuino a collaborare. Who is afraid of gender? è il nuovo singolo nato dalla collaborazione fra Immanuel Casto e Romina Falconi, canzone che è diventata la sigla ufficiale del Gay Village di Roma per questo 2016 con un testo interamente in inglese! Se il Casto Divo è sempre in tour portando il suo ultimo lavoro The pink album da cui ha estratto la meravigliosa Da grande sarai frxxio anche Romina non è stata con le mani in mano e dopo la pubblicazione del suo primo full album Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio (titolo che raggruppa i tre ep usciti in precedenza solo in digitale), adesso sta preparando il video per il suo nuovo singolo Circe.Immanuel Casto Romina Falconi Who is afraid of gender

In WIAOG la musica è molto divertente e danzereccia e il video mette in scena un Glee nostrano in salsa gaya, ambientato nella tipica high school americana dove fanno vari camei alcuni personaggi dello spettacolo: Eva Grimaldi interpreta una professoressa della gay academy, l’attore Federico Pacifici nei panni di un medico sostenitore delle teorie riparative, il nuotatore Alex Di Giorgio, il duo di drag queen Karma B, la Vanity Crew apparsa l’anno scorso a Italia’s Got Talent, la giovane attrice Marica Cotognini e la fantastica Vladimir Luxuria nei panni della preside della scuola. Se il messaggio è quello di non nascondersi e di essere sempre se stessi, ho amato la citazione satirica contro movimenti bigotti come quello delle sentinelle in piedi. XD

Bravi i miei ragazzacci della musica italiana e… quanto è bella Romina, biondissima, che fa la teenager?

Alla faccia di chi si perde in stupidi pregiudizi e che si occupa troppo dei fatti degli altri!

PROMOSSI

LINO

Pubblicato in: Le Journal

Liebster Award 2016 Edition

È bello sapere che qualcuno ancora si ricorda di te e del tuo blog nonostante non lo aggiorni più come una volta… effettivamente passo troppo tempo alla cassa di un noto fast food, torno a casa stanco e mi rimane ben poco per coltivare le mie passioni (che ultimamente sono l’oziare sul divano e dormire). Nonostante il periodo poco attivo da blogger, ho ricevuto ben tre nomination al Liebster Award 2016 da tre miei colleghi, che mi hanno posto varie domande che soddisfino le loro curiosità… iniziamo? XD LiebsterAward_logo

Ringraziare il blogger che ti ha nominato.
Non una, non due ma ben tre nomination! Quindi ringrazio:
Le manga-pagelle di Caroline
Say Adieu to Yue
Io non sono quella ragazza

Scrivere qualche riga per promuovere un blog che seguite.
Non promuoverò nessun blog ma nominerò semplicemente quelli che seguo di più, oltre ai tre precedentemente ringraziati, vi consiglio di seguire:

  • My Millennium Puzzle
  • Love or Dead
  • Hana blog journal
  • Ore-Sama

Rispondere alle undici domande dei blogger che ti hanno nominato:

*°*°*°*°*° CAROLINE di Le manga-pagelle di Caroline *°*°*°*°*°

Dolce o Salato? Dolce e salato. Salato e dolce. Dolce. Ancora dolce e poi salato. Insomma, entrambi! Quando se tratta de magnà… se magna! XD

Una delle vostre serie tv preferite degli ultimi cinque anni (non quella in assoluto, ma quella appunto che vi è piaciuta di più negli ultimi cinque anni): Non saprei, perché ultimamente non ho seguito molte serie televisive, perdendo interesse poiché trovavo delle storie a cui non mi appassionavo quasi a nulla. Mi mancano il coinvolgimento che provavo per Dawson’s creek, Gilmore Girls (Una mamma per amica) e Sex & the city. Ne nomino alcune ovvero The Carrie diaries, per l’ambientazione anni ottanta e tutto il glam che ci sta dietro, e Glee, che inizialmente non amavo ma ho apprezzato andando avanti nella visione sia per tematiche sia per la mia anima da musical.

Il titolo di uno dei libri più brutti che avete letto (o dovuto leggere per forza, tipo perché assegnato a scuola ecc): I cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. Non posso dimenticare lo stupore nel leggerlo poiché lo trovai per caso spulciando fra gli scaffali della libreria, credendo di leggere una storia d’amore adolescenziale… ero così giovane e ingenuo che me lo feci regalare per Natale.

Pensate che prima o poi le coppie gay potranno sposarsi in Italia o è astrofantascienza? Ricordiamoci sempre che in Italia deve sempre metterci becco la CEI – Vaticano. Però la speranza è l’ultima a morire, no? Che ne pensate…fatemi sapere: Io sono pessimista. È già tanto se nel 2016 ci sia stato un riconoscimento legale delle coppie di fatto, figuriamoci altre cose. Forse in un futuro molto lontano, ma io sarò già morto. Potrei definirla fantascienza utopica.

Preferite i cani o i gatti? Ammetto di essere del TEAM DOG! Nessuno mi toglierà dalla testa che il rapporto che s’instaura fra un essere umano e un cane sia paragonabile a quello con un gatto. Dotato di una sensibilità simile a quella umana, esso è l’animale da compagnia per eccellenza con occhi che sanno comunicano tutto quello che non riescono a dire con le parole.

Estate (ovvero vacanze, caldo, mare, tempo libero) o Inverno (festività natalizie, freddo, vestirsi tipo omino Michelin)? Tutte e due perché rispecchiano il mio essere borderline: in inverno vado in letargo, mi piace il divano, le copertine in pile disperse per casa, la cioccolata calda, le tisane e il rotolarmi nel piumone come un involtino; in estate mi piace il mare (a modo mio cioè nelle ore meno calde e all’ombra), il sole che rimane alto fino a tarda ora, l’aria che si respira, il gelato, il rilassarsi nei parchi all’aria aperta, i locali con le proprie terrazze e/o dehor. Però se devo per forza scegliere uno dei due scelgo l’inverno – sì, lo so, sono una persona triste u.u

Avete visto L’Eurovision Song Contest 2016? Qual era il vostro pezzo preferito? Tifavo per Sound of silence di Dami Im dell’Australia ma ammetto che 1944 di Jamala era l’altra canzone che mi piaceva! Amo Francesca Michielin ma riconosco che sia poco internazionale per manifestazioni del genere e noi italiani mandiamo sempre artisti che possono essere maldigeriti da europei truzzi che ascoltano ancora la dance anni novanta.

Una delle vostre attrici di cinema preferite. In verità sono tre, non posso trascurarne una:
Keira Knightley. La amo soprattutto quando è protagonista di film in costume ed è perfetta nei panni di Elizabeth Bennett in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice). Altri film in cui l’ho amata sono Espiazione (Atonement) e Non lasciarmi (Never let me go).
Anne Hathaway. Esplosa in tutto il mondo con Il diavolo veste Prada (The devil wears Prada), è entrata nel mio cuore con il tristissimo One Day e la meravigliosa performance ne Les Misérables nei panni di Fantine, madre di Cosette.
Kirsten Dunst. Perfezione raggiunta in Marie Antoinette di Sofia Coppola ma meravigliosa anche ne Il giardino delle vergini suicide (The virgin suicides) sempre della stessa regista. Mi è piaciuta molto anche in Melancholia di Lars Von Trier e anche in film più leggeri come Mona Lisa Smile.
Dovrei nominarne altre ma mi fermo qui… no, anzi, solo qualche nome: Julia Roberts, Meryl Streep, Michelle Williams, Jennifer Lawrence e Carey Mulligan.

Qual è il vostro colore preferito? Rosso, Nero e Rosa.

Se doveste trasferirvi per lungo tempo in Europa, quale stato/paese scegliereste?Ho un amore sfrenato per tutto quello che riguarda la Francia e vorrei ritornare a Parigi. Ho vissuto per un mese a Lione, ho visitato il nord ma Paris… est Paris!

Il vostro ultimissimo acquisto… cosa avete comprato?^^ Street, l’ultimo album delle EXID!

 

*°*°*°*°*° YUE LUNG di Say adieu to Yue *°*°*°*°*°

L’albergo più squallido dove avete dormito: dove, quando e perché. Non ho avuto questa sfortuna… per un pelo!

Cinema: Siete mai usciti prima della fine di un film? Mi è successo con La vita di Adele (La vie d’Adèle). Ingiustamente valutato come un capolavoro dei film di formazione, io l’ho trovato molto volgare.

Il regalo più orrendo che avete ricevuto. Tanti XD per questo negli ultimi anni faccio delle meravigliose wishlist!

Qual è l’ultima piccola bugia che avete detto? Io non dico mai le bugie! Ooops! Ne ho appena detta una! XD

Qual è la suoneria del vostro cellulare? Una di quelle tristi già presenti sullo smartphone. Quando ero ragazzino invece ero fissato nell’avere l’ultima suoneria del momento, addirittura con i primissimi Nokia le componevi e le scambiavi con gli infrarossi! Che ricordi! Sono vecchio u.u

Immaginatevi registi/e con un budget illimitato: Quale libro (o fumetto) porteresti sullo schermo? La trilogia dei Rainbow Boys di Alex Sanchez.

Un capo di abbigliamento che un tempo amavate ma che adesso trovate imbarazzante: Jeans sbiaditi e candeggiati, piumini super gonfi e i colori troppo accesi come il giallo o il rosa.

Frequentate una biblioteca? Prendete libri in prestito? La frequentavo più in periodo universitario per necessità ma non mi è mai piaciuta. Non mi piacciono i libri toccacciati da tutti e sono geloso delle mie cose.

Qual è il film più brutto del vostro regista preferito? Non ho un regista preferito ma una lunga lista di film orrendi!

Qual è il libro più brutto del vostro scrittore preferito? Brutto no, però Pasolini, Un uomo scomodo di Oriana Fallaci è stata una lettura inutile.

Siamo a Giugno ma… Voi l’avete tolto il piumone? Madre casalinga regina della casa l’ha tolto ma io lo tiro fuori e divento l’involtino umano XD

 

*°*°*°*°*° MARIA STEFANIA di Io non sono quella ragazza *°*°*°*°*°

Se poteste cambiare il finale di una storia che vi ha appassionato fino a poche pagine dalla fine per poi deludervi, quale sarebbe? Come la cambiereste? Con i libri non mi è mai capitato ma con i film sì, soprattutto con due che sono Dancer in the dark di Lars Von Trier e Suffragette di Sarah Gavron.

 

Scrivere a piacere undici cose di me:

  1. Leggo quasi di tutto ma ci sono dei generi letterari che non riesco proprio a digerire: Gialli, Thriller e testi in versione teatrale.
  2. Mi piacerebbe arrivare ad avere un alimentazione vegetariana (il vegan lo trovo eccessivo) ma non riesco proprio a rinunciare al prosciutto crudo… poveri maialini, perdonatemi!
  3. Ho una passione per tutti quei programmi televisivi che raccontano di malattie e schifezzine varie. Il top è Malattie imbarazzanti (Embarassing bodies) quando tratta di malattie cutanee e piedi rovinati.
  4. Odio le persone che non si espongono mai, che sembrano non avere un’idea, che usano la scusa della diplomazia per essere amati da tutti.
  5. Ho sempre amato i manga ma con gli anime non ho un bel rapporto. Conservo un bel ricordo dei cartoni animati della mia infanzia ma le nuove trasposizioni animate non mi piacciono.
  6. Sogno un amore romantico, di quelli da mozzare il fiato e sentire i violini alle orecchie ma allo stesso tempo penso che l’uomo non sia un essere monogamo e che l’amore non esista veramente ma è soltanto un sentimento spinto da vari interessi.
  7. Vorrei essere alto almeno dieci centimetri in più e mangiare di tutto senza ingrassare come alcuni ragazzi che conosco.
  8. Ci sono dei viaggi che vorrei fare prima di lasciare questa vita terrena: Giappone, Corea del sud, Islanda, New York e Disneyland Paris XD
  9. Odio lo sport in televisione come il calcio, la formula uno, il motociclismo, il nuoto, il tennis e il ciclismo. Fra pochi giorni inizieranno gli Europei di calcio e non sopporterò nessuno.
  10. Mi piacciono le lingue straniere e mi sarebbe piaciuto imparare il tedesco, lo spagnolo, il giapponese e il coreano, ma a malapena mi ricordo l’inglese e il francese studiato all’università!
  11. Il mio sogno più segreto sarebbe quello di scrivere di musica, cinema, libri e altri aspetti di lifestyle (anche di gossip… perché no?!) per qualche giornale o rivista. Se ce l’ha fatta Selvaggia Lucarelli, perché io no? Intanto continuo a servire panini e gelati alla cassa… *scappa via piangendo*

 

Premiare dei blog che segui:

Li trovate proprio all’inizio di questo post, sia nei ringraziamenti delle nomination sia nei blog che vi consiglio di seguire ^^

Per finire, le undici domande a cui sono invitati a rispondere i succitati blogger se decideranno di partecipare a loro volta al Liebster Award. Se avete già pubblicato il vostro Liebster Post, non scoraggiatevi, aggiornarlo con una nuova lista di domande e risposte non vi costa niente.

  1. Chi sono le tue Principesse Disney preferite?
  2. I bisessuali esistono o è semplice paura di non ammettere a se stessi di pendere più per una parte?
  3. Top 5 dei tuoi cantanti preferiti (sia solisti sia gruppi).
  4. Il viaggio dei tuoi sogni.
  5. Cosa ne pensi delle coppie aperte? Si può definire amore?
  6. Guerriera Sailor?
  7. Genere letterario preferito?
  8. La famiglia è solo quella “uomo e donna” o esistono altri tipi di famiglia?
  9. Il/la tuo/a sex symbol (max 3).
  10. Cosa c’è dopo questa vita?
  11. Carta o ebook?

Questo meme è stato lunghissimo… adesso aspetto le vostre risposte! Sono curiosissimo! *_*

LINO

Pubblicato in: Cinema

The Danish Girl

Quando c’è Eddie Redmayne nei paraggi, il film si preannuncia sempre come qualcosa d’interessante poiché lui per me è la nuova rivelazione del cinema internazionale. Dotato di una versatilità artistica che pochi hanno, l’attore londinese è riuscito a piacermi in tutti i ruoli che ha interpretato: dal Colin Clark impacciato che asseconda tutti i capricci di Marilyn Monroe (Michelle Williams) al famoso astrofisico Stephen Hawking – performance che gli ha fatto vincere il Premio Oscar per il migliore attore – senza dimenticare la sua precedente collaborazione con Hooper nei panni di Marius Pontmercy, il rivoluzionario sposo di Cosette.

The danish girl riporta sullo schermo il giovane Redmayne nei panni di Lili Elbe, una fra le prime persone a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale nonché una delle prime a essere riconosciuta come persona transessuale – all’anagrafe era registrato come Einar Wegener, sposato con Gerda Gottileb / Wegener. Il film diretto da Tom Hooper non è una sceneggiatura originale perché è un riadattamento del libro La danese di David Ebershoff, e vede una nuova collaborazione fra regista e attore dopo Les Misérables.

The danish girl Eddie Redmayne Lili ElbeLa vita di coppia di Einar e Gerda non ha mai avuto tanti problemi, sono marito e moglie e vivono nella Copenaghen degli anni venti. Entrambi sono degli artisti specializzati in pittura, Einar dipinge soprattutto paesaggi, invece Gerda è alla ricerca del suo stile personale che troverà grazie all’aiuto del marito che poserà vestito da donna sostituendo una modella. Grazie a questi nuovi dipinti la moglie ottiene il successo sperato e i suoi ritratti dell’alterego di Einar diventano così famosi tanto da essere esposti a Parigi, dove in seguitosi trasferiranno. Dotato di una sensibilità diversa dagli altri uomini, Einar capisce che c’è qualcosa dentro di lui che ha tenuto nascosto per molto tempo e inizia a indossare abiti femminili e ad assumere l’identità di Lili Elbe, che presenta a tutti come una sua cugina lontana.

“Io penso con la mente di Lili. Sogno i suoi sogni”.

Spaventati dalla situazione, la coppia si rivolge a vari specialisti nella speranza che questo squilibrio della personalità possa essere curato. Gli vengono diagnosticate la schizofrenia e altre malattie mentali ma grazie alla moglie abbandona gli ospedali e cerca di vivere una vita normale come Lili. L’incontro con un dottore di una clinica di Dresda cambierà il suo futuro perché gli darà l’opportunità di realizzare il sogno di diventare una donna a tutti gli effetti, sottoponendolo a una serie d’interventi che ai tempi sono ancora in via sperimentale.

“Questo non è il mio corpo. Devo lasciarlo andare.”

Se Lili è determinata a compiere il gesto finale per essere finalmente felice, la moglie inizialmente è contraria perché ha paura di perdere il marito, ma il loro amore supera le classiche barriere della sessualità e Gerda sosterrà Lili fino al suo ultimo respiro.

Il film di Tom Hooper è una fiaba dolceamara ambientata nel passato ma che rimane attuale perché è un inno ad avere il coraggio di essere se stessi, andando contro la morale e i costumi nei quali amiamo ingabbiarci per essere “normali” agli occhi di tutti. Se l’interpretazione di Eddie Redmayne è favolosa – anche quest’anno è candidato come Migliore Attore protagonista agli Oscars contro il favorito Leonardo Di Caprio di Revenant – devo spendere due parole su Alicia Vikander, l’attrice svedese che interpreta Gerda, la vera rivelazione di questo film. Il legame che lega i due protagonisti è un amore così grande che scavalca il concetto romantico del sentimento cavalleresco dell’happy ending: Gerda, in un certo senso, diventa il principe forte su cui l’anima martoriata di Lili continua ad appoggiarsi. La sua non è semplice devozione coniugale di una moglie ma un sentimento che se ne frega della borghesia e lascia spazio alla purezza dell’amore inteso anche come sacrificio. L’amore che Gerda prova per Einer è lo stesso di quel giorno in cui s’incontrarono per la prima volta all’Accademia d’arte di Copenaghen e nonostante subisca un tradimento vedendo la morte metafisica del marito, aiuta Lili a emergere perché capisce che sarebbe egoistico trattenerla, ribadendo che non l’abbandonerà mai perché ha promesso a Einar che si sarebbe presa cura di lei.The danish girl Alicia Vikander Gelda Werner

Presentato alla scorsa Mostra internazionale del Cinema di Venezia, in Italia è stato distribuito da Universal Pictures senza alcun tipo di censura (in America, quei finti moralisti, gli han dato il Rating R) ed è candidato a ben quattro Premi Oscar.

Io non aggiungo altro alla mia recensione… Andate al cinema!

LINO

Pubblicato in: Libri

Venivamo tutte per mare

“In segreto nutrivamo la speranza che qualcuno ci liberasse. […] A volte, la notte, mentre ci preparavamo per andare a letto, d’un tratto scoppiavamo in lacrime…”

The Buddha in the Attic è un romanzo di Julie Otsuka che racconta una triste pagina di storia inerente alle donne giapponesi che emigravano in America, le cosiddette Spose in fotografia: giovani ragazze, quasi tutte minorenni, che venivano spedite nel “nuovo mondo” per conoscere il futuro marito. L’autrice, per la stesura del suo romanzo, ha usato tante fonti storiche – soprattutto biografie di donne che arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del novecento – e ha scelto di raccontare la storia senza una protagonista ma creando una voce narrante corale con la quale rappresentare tantissimi tipi di donne che trovarono fortuna o solo una vita di lavoro e sacrifici.

Il libro comincia con il racconto del lungo viaggio fatto in nave dalle donne, di un’età compresa fra i dodici (“…veniva dalla sponda orientale del lago Biwa, e non aveva ancora cominciato a sanguinare”) e i trentasette anni, che furono date in sposa a dei perfetti sconosciuti spesso per gli interessi economici della famiglia. Prima della partenza, le madri insegnarono alle loro figlie a “essere una perfetta moglie giapponese”: cucinavano, cucivano, servivano il tè, disponevano i fiori nel modo giusto, sVenivamo tutte per mare di Julie Otsukatrappavano le erbacce nel giardino, spaccavano la legna, camminavano con gli alluci all’interno ma soprattutto impararono che “una ragazza deve mimetizzarsi dentro la stanza, deve essere presente senza rivelare la propria esistenza”.

Il viaggio rappresentava la fuga da un futuro destinato al lavoro nei campi o, nel peggiore dei casi, dalla possibilità di essere venduta dal proprio padre a una casa di geishe per una discreta somma di denaro. Tante false aspettative erano custodite nei cuori di queste ragazzine, credendo che sarebbero finite a vivere in enormi case con la servitù e il lusso più sfrenato. Quest’atteggiamento sognatore delle giapponesi era alimentato anche dalle lettere (false) che i loro uomini scrivevano in cui raccontavano di possedere grandio abitazioni con bellissimi giardini in cui piantare tulipani oppure di essere diventati proprietari di aziende importanti e di poterle mantenere senza problemi. Arrivate a destinazione, la situazione cambiò e le varie donne si salutarono per andare incontro alla nuova vita: capirono che le lettere erano solo bugie, che gli uomini non erano belli come nelle fotografie e che alla fine i loro futuri mariti non erano altro che dei semplici immigrati che facevano lavori umili nelle case dei bianchi – dove anche loro saranno costrette a piegare la schiena. La prima notte sarà l’esperienza che più le traumatizzerà perché le madri non spiegarono “cosa” il loro marito avrebbe voluto: o in modo gentile o con la violenza, il coniuge dovette costatare l’effettiva verginità delle compagne.

I lavoratori giapponesi divennero una presenza costante nelle case e nei campi dei bianchi perché erano seri, precisi, discreti e potevano “vivere con un cucchiaino di riso al giorno”. Nel primo trentennio del novecento, l’integrazione fra gli adulti riuscì  parzialmente in uno strano rapporto fra servo e padrone, invece i bambini di origine giapponese andarono a scuola insieme ai bianchi senza problemi, sentendosi americani a tutti gli effetti. È proprio per questo loro senso di appartenenza alla propria comunità che rifiutarono le loro tradizioni con piccoli gesti quotidiani come i vestiti all’occidentale o cambiando i loro nomi da SumireShizukoEtsuko a VioletSugarEsther. Purtroppo gli orrori del Secondo Conflitto Mondiale arrivarono alle orecchie degli americani e i giapponesi vennero costretti a lasciare le loro abitazioni perché considerati come dei traditori.

Nel racconto della Otsuka viene raccontata la difficoltà di conoscere una cultura totalmente diversa da quella di origine e di apprendere una lingua che non si conosce, si respira un’iniziale nostalgia di casa che verrà rimpiazzata dalla creazione di una propria famiglia (in cui esperienze femminili come il parto o la maternità saranno vissute in solitudine, senza l’aiuto di una madre vicina) e si può comprendere tutta l’illusione dei sogni fatti sulla nave. Inoltre l’attacco a Pearl Harbour porterà i giapponesi ad aver paura per la propria vita perché il clima di razzismo che viene a crearsi, viene supportato dal Presidente Roosevelt che considera tutti i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.

L’edizione italiana di Venivamo tutte per mare è a cura di Bollati Boringhieri editore che ha pubblicato anche il sequel Quando l’imperatore era un dio (When the Emperor was divine).

Consigliato e promosso a pieni voti! ^_^

LINO

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La ragazza dai sette nomi: la mia fuga dalla Corea del Nord

“Lasciare la Corea del Nord non è come lasciare un qualsiasi altro paese. È come lasciare un altro universo. Per quanto possa spingermi lontano, non sarò mai del tutto libera dalla sua forza di gravità.”

Testimonianze come quella di Hyeonseo Lee sono preziose perché ti consentono di aprire gli occhi su realtà molto diverse dalle nostre tanto da pensare che non esistano nel nuovo millennio. The girl with seven names è il racconto della fuga di una giovane ragazza dalla Corea del Nord, paese in cui vige tuttora la dittatura, nazione in cui il popolo è abbandonato nella propria ignoranza, usata come strumento di controllo da parte del regime.

L’autrice ricorda molto Malala Yousafzai sia per coraggio sia per voglia di raccontare la verità, un’altra eroina dei nostri tempi che si è battuta contro una società maschilista che non le permetteva nemmeno di studiare solo perché era di sesso femminile. Proprio come nell’autobiografia Io sono Malala, La ragazza dai sette nomi racconta la storia della famiglia della disertrice nordcoreana, iniziando dall’incontro dei suoi genitori fino alla sua fuga per Seul, passando dalla Cina. Nella stesura del libro, Hyeonseo è stata aiutata dallo scrittore americano David John e il nome che utilizza non è il vero: se avesse usato quello reale della nascita, avrebbe potuto causare la tortura e/o la morte di famigliari rimasti in patria. Raggiunta la libertà, decide di tagliare con la vecchia se stessa e opta per il nome odierno formato da Hyeon (“luce del sole”) e Seo (“buona sorte”) proprio per

“…poter vivere la mia vita nella luce e nel calore, e per non dover mai più nascondermi nell’ombra.”

Dall’infanzia ai diciassette anni, la vita di Hyeonseo era come quella di tutti i suoi coetanei che crescevano nel mito di abitare nella nazione più forte del mondo, cercando di essere dei bravi comunisti. Vissuta inizialmente a Hyesan, città di confine con la Cina, fu costretta a trasferirsi in varie città della Corea del nord a causa del lavoro del padre nell’esercito.  In tutte le scuole che frequentò,  l’indottrinamento ideologico si basava su una “storia riscritta”, finalizzata al culto della famiglia Kim con racconti e leggende riguardanti i due leader e a una politica del terrore in cui i nemici soprattuto erano la Corea del Sud e gli americani. A Hyeonseo veniva detto che dall’altra parte del paLa ragazza dai sette nomi Hyeonseo Lee Mondadoriese le persone morivano per strada perché erano poverissimi, che i bambini erano costretti a rovistare nella spazzatura e che gli yankee americani si divertivano a picchiare la gente.

Crescendo, tutta la propaganda del Regime cominciò a starle stretta e, avendo ereditato il carattere ribelle della madre, iniziò a dubitare del suo paese perché inizia a conoscere anche il lato oscuro della società: le esecuzioni di massa in piazza a cui erano obbligati ad assistere, le denunce dei “bravi cittadini”, le impiccagioni dimostrative con i corpi lasciati appesi per settimane per le strade, il bowibu (la polizia segreta) e il banjang (il capo quartiere). Tutti conoscevano questo sistema di terrore ma allo stesso tempo ogni singola persona faceva finta di non sapere nulla fin quando non veniva toccata la propria famiglia proprio come successe a  Hyeonseo. Il  padre fu accusato di corruzione e abuso di potere e morì in ospedale dopo aver subito terribili torture.

La vita di Hyeonseo cambiò per sempre quando una fredda sera di dicembre, poco prima di compiere diciotto anni, decise di attraversare il fiume Yalu che separa Hyesan dalla proibita Cina, cercando di sfruttare il fatto che non essendo ancora maggiorenne, non avrebbe avuto pene severe come quelle riservate agli adulti (in questo caso la pena di morte) se l’avessero scoprita. Purtroppo qualcosa andò storto e sua madre la obbligò a non tornare indietro. D’ora in poi comincia la nuova vita di Hyeonseo in cui per più di dieci anni dovrà cavarsela da sola, in un paese sconosciuto, con la costante paura di essere rimpatriata e consegnata direttamente alla polizia di Pyongyang. La ragazza vivrà da clandestina cambiando nome e identità per ben sette volte (eccovi spiegato il “sette nomi” del titolo) fingendosi sino-coreana e lavorando grazie a documenti falsi. Riuscirà a ottenere la cittadinanza sudcoreana assicurandosi la salvezza? E la madre e il fratello che fine avranno fatto? Saranno stati puniti a causa della sua fuga?

Il racconto autobiografico dell’autrice è semplice e ti tiene incollato alle pagine perché vuoi sapere se ce la farà e se riuscirà a ricongiungersi ai famigliari rimasti a Hyesan. La vita di questa ragazza coraggiosa si scontra con la realtà, perché se cresci in una nazione fuori dal mondo in cui l’unica cosa che devi fare è adorare la Famiglia Kim, l’impatto con la normalità può essere traumatico. Hyeonseo conoscerà la cattiveria delle persone come chi denuncia alla polizia i fuggiaschi nordcoreani o cerca di estorcere denaro, vivrà sempre sotto copertura (e scapperà per non essere condannata a una morte certa), dovrà sempre convivere con l’ansia dell’essere sola al mondo e di non ricevere mai un abbraccio, una parola di conforto o una carezza prima di andare a dormire.

Un libro stupendo che trasmette speranza e che, come nel caso di Malala, consiglierei di far leggere nelle scuole alle nuove generazioni perché se è giusto studiare Dante Alighieri o la Grecia classica, è opportuno anche far conoscere la storia contemporanea, che aiuta a far riflettere la realtà che viviamo.

L’edizione italiana è a cura di Mondadori, abbellita da cartine geografiche in cui vengono mostrati la Corea in generale e i vari “percorsi per la libertà” fatti dai disertori nordcoreani, e un inserto fotografico personale dell’autrice.

Consigliato e promosso a pieni voti.

LINO

Pubblicato in: Cinema

Città di carta

“A Margo piacevano così tanto i misteri che alla fine lo è diventato anche lei.”

Ammetto di essere andato al cinema a vedere Città di carta con molta diffidenza per i troppi elementi in comune con l’adattamento cinematografico di un altro libro di John Green: Colpa delle stelle (The fault in our stars) non mi è piaciuto molto perché si è presentato come il solito polpettone drammatico adolescenziale visto e rivisto. Inoltre i miei dubbi erano alimentati sia dagli sceneggiatori (sempre il duo Neustadter e Weber) sia per l’attore principale Nat Wolff, già visto nella precedente pellicola nei panni di Isaac, l’amico cieco.

Quentin Jacobsen (Nat Wolff) è il classico secchione a cui piace studiare – il suo sogno è di diventare un medico – e divide il suo tempo con gli amici di sempre Ben (Austin Abrams) e Marcus (Justice Smith). Fin da piccolo Quentin ha una cotta per la sua viCittà di carta Paper Towns John Green Cara Delevingne Nat Wolffcina di casa Margo Roth Spiegelman (Cara Delevingne), vecchia compagna di giochi che crescendo si è allontanò da lui, diventando l’idolo della scuola per il suo essere bella e misteriosa. Una notte, poco prima della Cerimonia del Diploma, Margo entra in camera di Quentin attraverso la finestra e gli chiede di aiutarla in una piccola vendetta contro il suo ragazzo che andava a letto con una delle sue migliori amiche e tutti gli altri che lo sapevano ma preferivano restare zitti. Trascorsa la notte di follia, Quentin crede che tutto ricomincerà e che la sua love story finalmente avrà un happy ending ma Margo è scompare. Quentin, non crede che sia scappata per attirare l’attenzione della gente e, con l’aiuto di Ben e Marcus, inizia a cercarla attraverso degli indizi lasciati da lei stessa. Inizia così una caccia al tesoro che porterà i tre amici a passare molto tempo insieme prima di separarsi definitivamente per andare al college e a un viaggio on the road alla ricerca di Margo che ha trovato la sua città di carta

Vi aspettate un bell’happy ending? Non ne sarei così sicuro perché il personaggio interpretato da Cara Delevingne è uno di quelli che odi per il suo essere abbastanza… psicopatico! Penso che sia una delle ragazze più odiose nella mia classifica personale di personaggi femminili, avvicinandosi al mio odio personale per Joey Potter (Katie Holmes) in Dawson’s creek e Marissa Cooper (Mischa Barton) in The O.C. XD Inoltre Quentin riuscirà a trovarla o l’ha persa per sempre? Andate al cinema e lo scoprirete! – preferibilmente in orari in cui ci siano ragazzine piene di ormoni (con cui ho litigato in sala perché non stavano mai zitte), che quando Ansel Elgort (Gus di Colpa delle stelle) appare per un piccolo cameo, iniziano a urlare e a battere i piedi per l’emozione…

Distribuito dalla 20th Century Fox, per la regia di Jack Schreirer, Paper Towns mi ha piacevolmente sorpreso perché è (erroneamente) presentato come un film d’amore per teenager, che cerca di sfruttare la scia dell’amore sfortunato di Hazel e Gus, ma in realtà è un film che parla soprattutto del valore dell’amicizia e dell’importanza di essere se stessi. Il viaggio viene usato come metafora di vita e di crescita: i ragazzi partono per cercare Margo ma in realtà finiscono per rendersi conto di essere cambiati, di essere cresciuti, di avere sogni e aspirazioni diversi, senza però tradire la propria amicizia. Per la cultura americana, il college rappresenta il passaggio dall’infanzia all’età adulta, in cui i ragazzi lasciano la propria casa e tutto il resto per costruirsi un futuro. Quentin, Ben e Marcus andranno in università diverse e non si vedranno per tanto tempo ma quel legame che li lega dall’infanzia, la sincerità e la bellezza dell’amicizia, riuscirà a sopravvivere anche a quest’altra prova della vita.

Consigliato? Assolutamente sì, a metà fra un road movie e un racconto di formazione, assistiamo a una caccia al tesoro dove la principessa non vuole essere né salvata né trovata. E il cavaliere che farà? Forse ha capito che ha perso tempo a dare troppa attenzione alla dama sbagliata. 😉

LINO

Pubblicato in: Libri

L’amante di Marguerite Duras

Non lasciatevi ingannare dai colori della copertina o dal titolo perché il libro di Marguerite Duras è tutt’altro che una romantica storia d’amore da romanzo Harmony. L’amante è un’opera fortemente autobiografica, in cui la relazione fra una ragazzina di quindici anni e un uomo ricco viene raccontata senza farfalle nello stomaco, timidi sguardi o corteggiamenti, ma con un linguaggio esplicito e tanta sensualità.

L’amant viene pubblicato per la prima volta nel 1984 e nello stesso anno vince il premio letterario Goncourt, creato per riconoscere la migliore opera d’immaginazione in prosa francese dell’anno, godendo nel 1992 anche di una trasposizione cinematografica per opera del regista JeanJacques Arnaud (lo stesso de Il nome della rosa e di Sette anni in Tibet).

La protagonista, di cui non sapremo mai esplicitamente il nome, vive nell’Indocina degli anni trenta (quello che ora conosciamo come Vietnam) insieme alla madre, che soffre di disturbi depressivi, e i due fratelli Pierre e Paul. L’incontro con l’uomo misterioso, che la inizierà all’affettività ma soprattutto alla sessualità, avviene in un giorno ordinario in cui l’adolescente si trova sul traghetto che attraversa il fiume Mekong, che usa abitualmente per raggiungere il collegio di Saigon, venendo attratta da una misteriosa limousine nera. Inizia così quello che l’autrice chiama l’esperimento, che porterà la ragazza a una relazione puramente sessuale e di domL'amante di Marguerite Durasinio sul giovane cinese.

Purtroppo sarà una relazione tormentata non solo per la differenza di età, ma anche per la nazionalità e il ceto sociale: la ragazza ha quindici anni, è ancora fisicamente come una bambina anche se cerca di atteggiarsi da donna vissuta, figlia di quella borghesia coloniale che però non vive nel lusso, senza la sorveglianza di un padre che possa insegnare ai figli la buona educazione, gli stessi precetti morali che la madre non riesce a trasmettere perché affetta da periodi di buio in cui si chiude in camera e non ha la mente lucida; l’uomo del desiderio è un ricco ereditiere di circa trent’anni, che viene dalla Cina settentrionale, appartenente alla casta dei finanzieri che possiedono numerosi beni immobili e terreni edificabili nelle colonie francesi. I loro incontri clandestini avverranno di solito nella casa di Cholen, l’unico posto nascosto da occhi indiscreti, dove potranno parlare in tranquillità e in completa sincerità, in cui piangeranno, si ameranno e daranno sfogo alla loro passione. La quindicenne arriverà persino a farsi pagare come se fosse una prostituta, aiutata dall’appoggio della madre e del fratello maggiore che vedono nell’amante di Cholen, una fonte di guadagno per riprendersi dalla loro situazione catastrofica.

Una relazione iniziata nel disonore, in cui il padre del ricco cinese afferma che preferirebbe vederlo morire piuttosto che farlo sposare con la piccola prostituta bianca di Sadec, a cosa porterà?

“Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe potuto mai smetterla d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte.”

Ammetto che l’impatto iniziale non è stato dei migliori perché pensavo di trovarmi a una storia d’amore più classica ambientata nel mondo coloniale, e invece la Duras parla di passione senza mezzi termini ma soprattutto usa uno stile di scrittura che destabilizza poiché il libro è strutturato come una sorta di raccolta di ricordi, raccontati in modo frammentario e senza una struttura temporale lineare. La sua scrittura è figlia dello stream of consciouness, inaugurato da James Joyce in Gente di Dublino e utilizzato ampiamente da altri scrittori del novecento come Virginia Woolf, un modo di raccontare più “intimo”, in cui generalmente emergono i pensieri e le emozioni  in una specie di monologo interiore, senza un ordine preciso.

Tralasciando lo stile e la relazione tormentata narrata, L’amante è un libro interessante perché nella sua ricostruzione l’autrice ci offre un affresco della vita coloniale dei tempi: racconta di valori come l’importanza di avere un’istruzione o del matrimonio come massima espressione della vita di una donna, principi che la stessa protagonista rifiuta di seguire; descrive il paesaggio fatto di risaie, di tramonti sul fiume, di caldo asfissiante, tutto così diverso da Parigi e dalla moderna Europa; la precaria convivenza fra coloni e indigeni; analizza l’odio per il fratello maggiore e per la madre, aumentato dopo la morte del fratello minore, e descrive la sua infatuazione per la migliore amica Hélène Lagonelle.

Questo romanzo negli anni novanta ha avuto una seconda vita poiché l’autrice pubblicò L’amante della Cina del Nord nel 1991, in cui riscrisse l’intera opera sotto forma di sceneggiatura e in terza persona, abbandonando lo stile autobiografico del primo lavoro.

Consigliato? Non per tutti ma per gli amanti dei classici del novecento e della letteratura straniera, a chi apprezza l’autobiografia e a chi vuole una storia di eros che in realtà non è altro che amore.

LINO

Pubblicato in: Frasi & Citazioni

Gli anni vuoti

“ Vorrei più di quanto avrò, questo lo so già adesso. E rimpiangerò il troppo tempo sprecato, questi anni vuoti, che potrebbero, dovrebbero essere i più belli e i più dolci… quanto tempo ho sprecato sul letto a pensare! In altri momenti, invece, credo di poter cambiare, penso che riuscirò a diventare autonomo, intraprendente.

Il mio sogno è uno solo, quello classico della ragazzina che legge Debby: incontrare il grande amore. In quel caso sacrificherei tutto, anche gli studi che ora sono tutta la mia vita. Dovrebbe essere una persona come me, che la pensasse come me, in cui potermi riconoscere, che avesse già scelto tutto quello che vuole e aiutasse me a diventare un uomo […]

Il Principe Azzurro: se uno deve limitarsi a immaginarselo, è logico che se lo immagini, oltre che intelligente e simpatico, bellissimo. Ma quando arriva davvero, nella realtà, il fisico non importa, contano più altre cose.

Io sogno un rapporto unico, che duri tutta la vita […]

Ma se il Principe Azzurro non lo incontro per niente? Non mi illudo: io mi innamoro sempre in modo così improvviso e struggente, eccessivo, che non potrò mai essere ricambiato, mai.”

Tratto da Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini, 1991, Giangiacomo Feltrinelli Editore

LINO

Pubblicato in: Cinema

Into the woods

Walt Disney prova a lanciare un musical per adulti e con un cast stellare ma la maggior parte dei critici e del pubblico lo boccia… ingiustamente, secondo il mio modesto parere. Nonostante la curiosità iniziale di tutti i disneyani del mondo, soprattutto nel vedere nel cast un’attrice come Meryl Streep, i risultati al botteghino americano, che cercò di sfruttare il periodo natalizio (il film uscì il 25 dicembre scorso), sono stati abbastanza deludenti e anche in Italia non sta ottenendo il successo di film come Cinderella di Kenneth Branagh o Alice in wonderland di Tim Burton.

Into the woods è un musical nel senso classico del termine – in cui la recitazione è affiancata dal canto e dal ballo – e il Film Disney non è altro che un adattamento cinematografico di una famosa opera teatrale, come successe nel 2012 per Les Misérables di Tom Hooper, diretto da Rob Marshall, regista famoso per aver portato al cinema altri musical come Chicago e Nine (oltre ad aver girato il meraviglioso Memorie di una geisha).

Questa tragicommedia musicale nasce dall’idea di Stephen Sondheim e James Lapine di adattare il libro Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe (The uses of enchantment: The meaning and importance of fairy tales) di Bruno Bettelheim, psicoanalista austriaco di origini ebree. Nel libro vengono esaminate alcune delle fiabe più famose e del loro effetto sulla psiche infantile, mettendo in risalto come loro abbiano lo stesso linguaggio favolistico dei bambini e su come trasmettano messaggi e significati profondi, insegnando ad affrontare la vita. Into the woods Disney Meryl Streep

In mondo alternativo popolato da personaggi fiabeschi, figli dei fratelli Grimm, vive un giovane fornaio (James Corden) con la sua bella moglie (Emily Blunt) che sogna di poter avere un figlio e formare una famiglia. I coniugi sono ignari della maledizione che la Strega (Meryl Streep) lanciò tanti anni fa contro il padre del fornaio: l’uomo aveva sottratto i suoi fagioli magici che la madre della strega le aveva raccomandato di conservare con cura se no ci sarebbe stata una terribile punizione. La strega viene condannata alla bruttezza e alla vecchiaia eterna e, come vendetta, si prende la secondogenita della coppia, isolandola in una torre e dandole il nome di Rapunzel (MacKenzie Mauzy), e condannando le loro future generazioni alla sterilità. C’è un modo per rompere l’incantesimo ovvero trovare i quattro ingredienti principali – la mucca bianca come il latte, il mantello rosso come il sangue, i capelli biondi come il grano e la scarpetta pura come l’oro – e portarli nel bosco alla Strega per un incantesimo, senza andare oltre alla terza mezzanotte quando in cielo splenderà la luna blu (un evento così raro che avviene una volta ogni cento anni).

Nel loro viaggio alla ricerca dei quattro elementi, il fornaio e la moglie incontreranno Cappuccetto Rosso (Lilla Crawford), Jack (Daniel Huttlestone), Cenerentola (Anna Kendrick) fino ad arrivare all’happy ending in cui la Strega ritorna bella e giovane e la moglie del fornaio rimane incinta. Sembrerebbe tutto bene quel che finisce bene ma un nuovo problema minaccia questo strampalato mondo fiabesco: Jack, dopo aver accettato la sfida di Cappuccetto Rosso di rubare dell’oro al Gigante che vive sopra la pianta di fagioli, decide di abbatterla, uccidendo l’Orco. La moglie del Gigante adesso è alla ricerca del ragazzo per ucciderlo e vendicare il marito…

Come nel musical di Sondheim, il regista Marshall costruisce il film in due atti differenti, rimanendo quasi fedele alla sceneggiatura originale. Forse è proprio questo il difetto del film… troppo lungo! Si ha l’impressione che la favola sia finita dopo il primo blocco poiché hai passato una bella oretta rispolverando le fiabe dell’infanzia e hai gustato canzoni e scenografie bellissime, ma subito dopo inizia un altro film, un po’ più cupo ma soprattutto noioso.

Io non mi sento di bocciare Into the woods perché personalmente mi è piaciuto. Forse sarà eccessivamente lungo, però le performance di artisti come Meryl Streep, Johnny Depp e il resto del cast, non sono recitazioni da filmetto di serie B ma grandi prove da professionisti. Facendo un po’ lo spocchiosetto, se siete abituati alla solita solfa che Tim Burton propone in quasi tutti i suoi film o ai comics movies della Marvel, questo film potrebbe essere un po’ troppo per voi 😛

LINO