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Le figlie perdute della Cina

Ci sono libri che si leggono e si rimane soddisfatti per una storia piacevole o per un argomento d’interesse ben sviluppato, limitandosi a un soddisfacimento solo oggettivo di lettura, poi ci sono libri come quello di Xinran Xue che ti colpiscono semplicemente raccontando la realtà di un determinato fenomeno socio-culturale del proprio paese d’origine.

L’autrice de Le figlie perdute della Cina è una giornalista e scrittrice famosa per il programma radiofonico Parole nel vento della sera (“Words on the night breeze”), andato in onda dal 1989 al 1997, in cui raccontava le storie di donne che non avevano voce nella vita di tutti i giorni e prendevano coraggio per esprimersi su temi diversi come la vita matrimoniale o la maternità in una società che le relegava sempre a un ruolo casalingo, e diede vita al suo best-seller mondiale The good women of China (pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer Editore con il titolo di La metà dimenticata), che anticipa questo libro. Le storie raccontate, sono le esperienze piene di dolore, confessate all’autrice, di donne che si sono trovate nella situazione di dover “sistemare” la figlia femmina, spiegando così anche la grande presenza di orfani cinesi adottati da famiglie straniere, di cui la maggior parte sono di sesso femminile.

“Hai mai sistemato una bambina?”

La prima volta che fanno questa domanda a Xinran, rimane perplessa perché non capisce cosa voglia dire ma dietro a questa frase si nasconde una terribile realtà di molte zone del paese: nel mLe figlie perdute della Cina Xinran Xue Longanesi Editoreigliore dei casi una figlia viene abbandonata vicino a un orfanotrofi o a luoghi dove si spera che qualcuno possa prendersi cura di lei, se no viene eliminata fisicamente appena nata. “Sistemare una bambina” era una pratica diffusa perché il primo dovere di una brava moglie è dare alla luce un erede, che sarebbe stato in grado di continuare la discendenza di famiglia. Preferire il figlio maschio, oltre a convinzioni culturali, ha antiche radici storiche che risalgono al sistema di distribuzione della terra, con cui una donna riceveva meno suolo arabile rispetto a un uomo, ma la giornalista si focalizza sulla politica del figlio unico del 1979 per spiegare questo problema sociale. Nata per limitare l’incremento demografico del paese, produsse grossi effetti negativi su tantissime famiglie perché avere un figlio in più, indipendentemente dal sesso di nascita, significava perdere il lavoro, non avere una casa e dover rinunciare a tutti gli aiuti previsti dalle politiche statali (istruzione, sanità, razioni alimentari e altro). Inoltre la poca educazione sessuale provocò una nuova generazione di giovani che erano sessualmente più liberi dei loro genitori ma ancora incastrati nei valori tradizionali della società, quindi gli abbandoni aumentarono a causa di gravidanze indesiderate nate da relazioni non “autorizzate” (senza dimenticare il business dell’aborto). Fortunatamente le cose cambiano e la Cina, grazie anche al boom economico che guarda sempre più all’Occidente e la voglia di diventare una delle principali potenze mondiali, nel 2001 ha promulgato una legge in cui è vietato qualsiasi atto di discriminazione e maltrattamento nei confronti delle donne che partoriscono figli di sesso femminile o che non sono fertili, e che è illegale discriminare, maltrattare e abbandonare le neonate.

“Ogni donna che ha partorito ha provato dolore, e le madri delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore.”

Le dieci storie raccontate in Message from an Unknown Chinese Mother sono di forte impatto emotivo, e spesso mi hanno colpito per la crudezza delle immagini descritte ma una storia mi ha colpito più di tutte, raccontata nel quinto capitolo (“I guerriglieri delle nascite clandestine: un padre in fuga”): durante un viaggio in treno, l’autrice conosce un uomo di mezz’età che viaggia insieme a una bambina di un anno e mezzo seduta sulle sue gambe. Xinran è intenerita dalla premura di quest’uomo nei confronti della figlia che lo abbraccia, ma poche ore dopo vede la bambina sulla banchina della stazione con un panino in mano, mentre il treno riparte e lei rimane sola. Inorridita, perché capisce cos è appena successo, si mette alla ricerca dell’uomo in treno e lo trova accanto a una donna in avanzato stato di gravidanza. Scopre che erano una coppia in fuga dai funzionari che controllavano le nascite, che attraversavano il paese da più di sette anni per non essere scoperti perché avevano già avuto altre tre figlie femmine che avevano già abbandonato in altre città. Mi si è stretto il cuore. L’immagine di questa bambina che prima gioca con il padre e subito dopo vede il treno allontanarsi non capendo il perché (“fortunatamente” grazie alla sua giovane età) mi ha fatto diventare così piccolo piccolo… senza pensare il dolore di una donna che è stata costretta a privarsi della gioia di essere madre per ben quattro volte.

Le figlie perdute della Cina non può lasciare indifferenti e s’inserisce a pieno nel genere dell’inchiesta giornalistica che si occupa dei diritti delle donne e in particolare dei minori, realtà che ci sembrano così lontane da noi, dove essere donna è ancora pericoloso (basta ricordare la storia di Malala Yousafzai) e la tua vita vale meno di quella di un uomo.

L’edizione italiana è di Longanesi Editore e comprende anche degli approfondimenti interessanti come le lettere sia delle madri che aspettano il ritorno della figlia abbandonata sia di quelle che hanno adottato, le leggi sulle adozioni e un’appendice dedicato anche al triste fenomeno del suicidio fra le donne.

CONSIGLIATO.

LINO

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I giocattoli non hanno identità

Mentre sistemo gli scaffali del negozio di giocattoli in cui lavoro, spesso mi fermo a osservare l’ampia scelta di prodotti che vengono proposti ai bambini di oggi ed è bello vedere la gioia che ancora procura l’avere un oggetto che, nonostante non abbia un grande valore economico, continua ad essere qualcosa d’importante a livello affettivo. La cosa che sto apprezzando molto è vedere abbattere una particolare barriera mentale da molti genitori, che mi ha perseguitato per tutta la mia infanzia: l’identità sessuale del giocattolo.

Da bambino, e si parla degli anni novanta, c’era già una vasta gamma di giocattoli ma erano ancora fortemente divisi per genere: il maschio giocava con le macchinine, le armi e il pallone da calcio, invece la femmina con le Barbie, gli accessori da cucina e i cosmetici finti. Barbie Centro soccorso animali MattelSe uscivi da uno di questi canoni eri, nel migliore delle ipotesi, considerato “strano”. La situazione sembrerebbe migliorata anche se inorridisco quando vedo alcune linee di giocattoli, soprattutto dedicate alle bambine, che nei nomi delle loro collezioni o negli slogan stampati sulla confezione, le incitano a essere delle brave signorine! Nel 2017 pensate ancora che le bambine sognino di essere le regine della casa che aspettano il principe azzurro? Purtroppo i giocattoli son sempre stati usati come un modo per trasmettere i canoni della buona società , imposti dal finto perbenismo badi una maschilizzazione dei ruoli ma… fortunatamente le cose cambiano.

Ho incontrato alcuni clienti che mi hanno fatto riflettere e sperare in un miglioramento (ovviamente la strada è ancora lunga), per esempio una madre entrò in negozio per cercare delle Barbie per suo figlio, collezionista affezionato della bambola più famosa del mondo, che con un sorriso d’imbarazzo mi confidò che erano per il maschio di casa. Inizialmente rimasi perplesso, soprattutto quando mi disse che ha provato a far giocare il bambino con altri “giochi da maschio” ma senza successo ma dopo decise di seguire le passioni del figlio, assecondandolo nell’acquisto di Barbie. Ho cercato di tranquillizzarla, di dirle che è normale che i bambini siano incuriositi da tutto quello che vedono, ma la madre mi disse che in realtà  non le importava nulla e se suo figlio voleva le barbie, lei avrebbe continuato a comprargliele, fregandosene dei giudizi della gente (e dei parenti) perché ciò che contava era la felicità del bambino. Ho amato la fierezza di questa madre che, inconsciamente, insegnava già al figlio che la libertà di essere sé stessi non si baratta con nessuna convenzione sociale.

Purtroppo io non fui così fortunato e non ebbi la possibilità di avere una Barbie tutta mia, quell’oggetto del desiderio che vedevo nelle case delle mie compagne di scuola, che tenevo fra le mani non appena ne avevo l’occasione perché sapevo che mi ero concesso per poco tempo e lontano dagli sguardi maliziosi degli adulti. Mi era proibita semplicemente perché ero maschio, perché i “maschietti normali” giocano con la pista delle macchine, perché l’idea adulta m’imponeva già all’età di sei anni di essere uomo anche nella scelta dei miei giocattoli.Paw Patrol La squadra dei cuccioli Zuma Skye Rubble Marshall Rocky Chase Solo l’atto del guardare lo scaffale delle Barbie al negozio mi faceva sentire a disagio perché credevo di fare una cosa sbagliata e ho avuto spesso un grande senso di colpa tutte quelle volte che tornavo a casa dopo essere stato a giocare da un’amica che mi proponeva le sue barbie con il camper, i cavalli e la piscina.

Ho parlato di Barbie ma potrei citare tanti altri prodotti che in molti ricorderanno, come Polly Pocket o Gira la Moda, ma la questione non cambia poiché non possiamo gettare sui figli le ansie da prestazione del mondo futuro e le frustrazioni del mondo adulto, soprattutto in un momento di svago come il gioco. Ho veramente ammirato la madre di cui vi ho parlato prima o anche altre madri che per le figlie comprano le piste automobilistiche, i personaggi di Cars o i Lego, dicendomi che le loro figlie non vogliono avere niente a che fare con i bambolotti e preferiscono vedere la velocità con cui sfreccia il proprio veicolo o costruire palazzi con i mattoncini colorati. Devo purtroppo riconoscere che è più facile per una bambina comprare giochi da maschio e non il contrario, perché viene tollerato dalla maggior parte dei genitori.

Apprezzo anche il fatto che oggi ci siano tanti nuovi cartoni animati, che poi danno vita a tutto il merchandising, che abbiano un pubblico più trasversale. Il primo che mi viene in mente è il fenomeno dei Super PigiaminiPJ Masks, in cui Gattoboy (Connor) e Geco (Greg) sono affiancati da Gufetta (Amaya),elemento fondamentale del team che combatte il crimine insieme ai compagni,Super Pigiamini PJ Masks Gattoboy Geco Gufetta Lunetta Romeo oppure Skye, la cagnolina di Paw PatrolLa squadra dei cuccioli, che nella femminilità  della sua divisa rosa, aiuta Ryder e gli altri cani a risolvere le missioni di salvataggio. Altri esempi possono essere la Monster High, linea di fashion dolls della Mattel (stessa casa di Barbie) che ha attirato un pubblico maschile per l’aspetto horror delle protagoniste in quanto figlie di alcuni famosi personaggi come Draculaura, figlia del Conte Dracula, o Frankie Stein, figlia di Frankestein, ma anche le Winx, i Pokemon, Frozen e i supereroi della Marvel e della DC Comics.

Lasciamo i bambini liberi di giocare che hanno tutto il tempo per scoprire i ruoli e i doveri imposti dalla nostra società in base al sesso, all’età anagrafica, al colore della pelle, alla religione e altre cose che a loro momentaneamente (e fortunatamente) sono sconosciute.

LINO

Big Hero 6

Domenica scorsa mi sono dedicato alla visione del cinquantaquattresimo Classico Disney che snobbai l’anno scorso e che invece si è rivelata una piacevole sorpresa. È interessante perché cerca un compromesso fra il mondo dei comics americani e gli anime giapponesi con diversi elementi come l’ambientazione nella città futuristica di San Fransokyo (un mix fra San Francisco e Tokyo) e la presenza di un team di supereroi.

Big Hero 6 è il primo film nato dalla collaborazione fra Walt Disney Pictures e i Marvel Studios perché la storia si basa proprio su un fumetto di quest’ultima. Affidato alla regia di Don Hall (Winnie the Pooh Nuove avventure nel bosco dei 100 acri) e Chris Williams (BoltUn eroe a quattro zampe), agli Oscars 2015 ha vinto il premio come Miglior film d’animazione dell’anno.Big Hero 6 Baymax Disney Marvel

Hiro Hamada è un ragazzino di quattordici anni che vive a San Fransokyo, dotato di un’intelligenza diversa dalla media (si è già diplomato) ma che spreca il suo tempo nei bot duelli – incontri clandestini in cui si fanno combattere i propri robot. Tadashi, il fratello maggiore, gli fa capire che sta sprecando il suo tempo e lo porta al San Fransokyo Istitute of Technology dove gli fa vedere come molti giovani talentuosi come lui, usano il loro tempo dedicandosi alla scoperta di nuove tecnologie, e gli presente alcuni suoi amici: Wasabi si occupa di laser utilizzandoli per tagliare ogni cosa in modo più preciso, Gogo Tomago vuole inventare un veicolo su due ruote velocissimo, Honey Lemon è una chimica che studia le reazioni fra i diversi componenti e infine c’è il nerd Fred amante dei supereroi che fa da mascotte alla scuola. Tadashi mostra al fratello il progetto a cui sta lavorando da tanto tempo chiamato Baymax, un robot dall’aspetto morbido e rassicurante, che ha lo scopo principale di guarire le persone come se fosse un infermiere universale. Hiro decide di voler entrare in questa scuola ma per essere ammessi bisogna deve presentare un progetto scientifico-tecnologico interessante: usando i microbot (dei piccoli pezzi di robot che funzionano attraverso un trasmettitore neurale) mostra come si può dare vita a tutto quello che vuole e/o pensa.

Dopo aver saputo dell’ammissione, scoppia un incendio nell’istituto che distrugge il progetto del ragazzino. Tadashi rientra nell’edificio per salvare il Professor Callaghan ma perde la vita. Hiro, rimasto solo al mondo con la zia Cass, rinuncia a frequentare la scuola e s’isola nella camera che condivideva con il fratello. Un giorno attiva Baymax attraverso una sua espressione di dolore e inizia così la loro collaborazione per far luce sulla reale morte di Tadashi, sul perché l’unico microbot rimasto continua a essere attivo e soprattutto cercheranno di scoprire chi si nasconde dietro la maschera Kabuki.

In una scala da uno a dieci, come valuti il tuo dolore?

“In una scala da uno a dieci, come valuti il tuo dolore?” – cit. Baymax

Walt Disney ama sempre il melodramma facendo morire sempre qualcuno di caro al/alla protagonista, iniziò da piccolo traumatizzandomi con Bambi (in cui la madre viene uccisa dai cacciatori) e non rinuncia tuttora a spargere tristezza! XD *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° La morte di Baymax, come quella di Bing Bong in Inside Out, è un sacrificio fatto per aiutare l’amico ma soprattutto rappresenta il passaggio dall’età infantile all’adolescenza, in cui il protagonista matura anche emotivamente. *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Big Hero 6 è un racconto moderno di amicizia, in cui l’argomento principale è destinato alla tecnologia offrendo uno spunto di riflessione: Fino a dove l’uomo può spingersi in nome della scienza? Se gli amici di Hiro creano nuovi strumenti per migliorare la vita degli altri, c’è anche chi vuole usarla a proprio piacimento per far del male o per guadagnare il più possibile. A questo proposito è molto bello il progetto di Tadashi, che vuole usare la scienza in modo utile, lontano dalle logiche di mercato, in modo che aiuti tutti.

Consigliato? Assolutamente sì, un piccolo gioiellino moderno con un buffissimo Baymax che ti addolcisce il cuore!

LINO

Inside Out: Emozioni fuori di mente

Non amo particolarmente i nuovi film d’animazione perché non li sento più “miei” come una volta ma soprattutto perché li trovo così “computerizzati” che diventano automaticamente brutti. Sono lontani i tempi dei Capolavori Disney che ho amato da bambino, ma ogni tanto qualche nuova produzione mi riserva una gradita sorpresa.

Inside out è il nuovo film che nasce dall’ormai consolidata collaborazione fra Walt Disney Pictures e la Pixar Animation Studios (iniziata nel 1995 con il primo capitolo di Toy Story), che mette in scena le emozioni che ognuno prova dentro di sé sotto forma di simpatici personaggi colorati. Alla regia troviamo un nome già noto della Pixar come Pete Docter, autore già di Monsters & co. e Up.

La prima emozione a comparire nella vita di Riley, la protagonista, è Gioia (Joy), una specie di fatina che mi ricorda tanto Trilly (Thinkerbell) e che ha il compito di garantire la felicità della bambina. Purtroppo non passa molto tempo dalla comparsa di Tristezza (Sadness) e crescendo fanno la loro comparsa anche Disgusto (Disgust), Paura (Fear) e Rabbia (Anger). Tutti questi cinque personaggi devono cooperare all’interno di Riley, in una sorta di base computerizzata in cui controllano le giuste emozioni e ognuno di loro hInside out Disney Pixara una precisa funzione: oltre a quella già citata di Gioia, c’è Disgusto che evita che la bambina venga avvelenata fisicamente (ma anche socialmente), Paura cerca di proteggerla, Rabbia rappresenta la sua voglia di giustizia e, dietro le quinte, c’è Tristezza che avverte gli altri quando Riley ha bisogno di aiuto. Il Quartiere generale è collegato con le cinque isole che rappresentano un singolo aspetto della personalità della protagonista.

La vita degli Anderson trascorre tranquillamente nel Minnesota, Riley è la bambina più felice del mondo perché ha dei genitori che la amano e la sostengono nell’hockey, sport che pratica insieme alla sua migliore amica. Purtroppo la famiglia si trova costretta a doversi traferire a San Francisco per il nuovo lavoro del padre e tutte le aspettative di una vita migliore crollano il primo giorno nella nuova scuola, a causa di un pasticcio di Tristezza: mentre Riley viene invitata dalla maestra a presentarsi ai compagni di classe, le cinque emozioni le fanno ricordare i bei momenti passati nel Minnesota come quando giocava con la squadra di hockey o quando pattinava sul ghiaccio con i genitori ma Tristezza tocca un ricordo base (generalmente sono delle palle dorate) facendolo diventare blu, ovvero triste. Gioia cerca di salvare il ricordo danneggiato ma rimane coinvolta in un incidente con Tristezza, scomparendo dal quartiere generale con tutti i ricordi base. Riley rimane da sola con Rabbia, Disgusto e Paura che la rendendo apatica, depressa e aggressiva. Gioia e Tristezza si troveranno a vagare nella mente della protagonista, cominciando nel labirinto della Memoria a lungo termine fino ad arrivare al Subconscio, e nel loro viaggio incontreranno tanti personaggi fra cui Bing Bong, l’amico immaginario dell’infanzia della bambina. Tranquilli, è un film DisneyPixar quindi l’happy ending è assicurato!

Originale, divertente e riflessivo, Inside Out è il cartone animato rivelazione del 2015 e che merita di essere visto da grandi e piccini: i bambini ameranno questi personaggi chiassosi e molto diversi fra loro che creano situazioni esilaranti, ma i bambinonicresciuti apprezzeranno il viaggio che si fa nell’interiorità di una persona poiché tutti siamo stati un po’ Riley.

Ho amato tanto Bing Bong, un gatto-elefante-delfino rosa e morbido perché fatto di zucchero filato, che aiuterà Gioia a salvare Riley *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° quando finiranno nel Baratro dei ricordi dimenticati, un luogo dove vengono buttati i ricordi che non servono più. Il simpatico amico immaginario si sacrificherà al posto di Gioia e rimarrà in quel luogo buio, scomparendo per sempre… *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Consigliato? Assolutamente sì! Un bel film d’animazione, ottimo per le famiglie perché non troppo infantile e che merita molto successo al contrario di opere di media qualità… qualcuno ha detto Frozen ?! XD

LINO

Il Libro dei Destini – Ever After High series by Shannon Hale

Le ragazze di Ever After High non sono nuove su questo blog perché ne parlai già in un precedente post in cui ho spiegato chi sono e presentato i vari personaggi delle storie contenute all’interno dei romanzi.

Il primo volume della serie EAH è Il Libro dei Destini di Shannon Hale, romanzo che introduce le due protagoniste principali e tutta la storia che ruota attorno al loro futuro, in seguito alla promessa di accettare il ruolo da interpretare in una determinata fiaba. L’edizione italiana è a cura di NordSud edizioni marchio di Adriano Salani Editore.Ever After High Il Libro dei Destini Shannon Hale (2)

Il futuro di Raven Queen e di Apple White sono strettamente legati non solo perché sono compagne di stanza ma soprattutto per la loro eredità fiabesca: la prima, figlia della Regina Cattiva, sarà colei che donerà la mela avvelenata alla figlia di Biancaneve, facendola cadere in un lungo sonno che sarà interrotto dall’arrivo del principe azzurro Daring Charming. Al secondo anno della Ever After High, tutti gli studenti sono obbligati a firmare il Libro dei Destini nel Giorno della Promessa, perché se una persona si oppone al proprio destino, finirà per scomparire insieme alla sua storia e a tutti personaggi collegati.

Raven Queen è cosciente che la cattiveria non è una cosa adatta al suo carattere perché, nonostante sia cresciuta con una madre che le insegnava a essere crudele, è una ragazza gentile e socievole, e per questo viene spesso punita. La futura Regina del male terrorizza tutti (il suo look dark con gli accessori punk non l’aiutano nei rapporti interpersonali!) e a causa dei pregiudizi degli altri non riesce a stringere molti rapporti d’amicizia, eccezione fatta per Madeline Hatter, la figlia del Cappellaio Matto. Tutt’altra storia invece è quella di Apple White, la ragazza più bella e invidiata da tutta la scuola, cresciuta come una vera principessa, con una cascata di boccoli d’oro, aggraziata nei movimenti e con una voce che incanta perfino gli animali del bosco. Per lei è tutto facile, anche le sue amiche come Briar Beauty e Blondie Locks vorrebbero essere lei perché è la ragazza che un giorno avrà la storia d’amore più bella di tutte le fiabe.

Se Apple White non vede l’ora di firmare il Libro dei Destini e assicurarsi il suo happy ending, Raven Queen cerca di dimenticare l’evento futuro e si spinge oltre: cerca una via alternativa al Giorno della Promessa perché pensa che tutte le storie tramandate da generazioni non siano del tutto vere perché è convinta che c’è altro oltre le solite parole Preside Grimm:l’unico modo per scoprire la verità è nascosto nell’ufficio di Milton Grimm, ovvero il Libro con tutte le firme passate e i destini preparati. Quando Raven Queen riesce a trovarlo, scopre la storia di Bella Sister che molti anni prima rifutò il destino prescelto – in cui era condannata a un futuro di bruttezza eterna per aver tentato di affogare la sorella – e si mette alla disperata ricerca d’indizi importanti per riuscire a ricostruire la storia. Chi è Bella Sister? Cos’è l’Ufficio Corone Scomparse? Chi è quell’uomo che vive nei Sotterranei delle Favole Dimenticate e che parla solo in Enigmatico (vecchia lingua del Regno)?

The storybook of legends apre la prima serie di romanzi di queste “famose figlie di…” che comprende anche La più malvagia del reame, Un mondo meraviglioso e C’era una volta. Questa lettura piacerà agli amanti della letteratura fantasy per ragazzi, ai collezionisti delle fashion dolls e a chi ama le principesse viste da una prospettiva diversa. A me è piaciuta molto questa reinterpretazione dei personaggi delle fiabe più famose e sono curioso di sapere come andrà avanti… cosa s’inventerà il Preside Grimm per fermare Raven Queen e tutto il gruppo dei Ribelli? 😉

LINO

Mulan

Prima delle sopravvalutate sorelle di Frozen, c’erano già altre principesse Disney indipendenti e coraggiose, capaci di prendere in mano la propria vita senza essere salvate dal Principe Azzurro di turno. Mulan è senz’ombra di dubbio una di queste.

Questo Classico Disney uscì nel 1998 ma l’ho recuperato solo “da grande” perché a quei tempi persi un po’ l’interesse per i cartoni animati e altre cose simili, a causa della classica frase “ma non sei troppo grande per queste cose?” ripetuta da genitori e parenti vari.

La storia di Mulan si basa sul personaggio di Hua Mulan, protagonista del poema La ballata di Mulan, una leggendaria eroina cinese che si arruolò nell’esercito usando il nome del fratello minore e rimase sul campo di battaglia per più di dodici anni. I registi Tony Bancroft e Barry Cook reinterpretano quest’antica fiaba cinese nel trentaseiesimo Disney classic che presenta per la prima volta una principessa di origine asiatica.Mulan e la nonna

Fa Mulan è una ragazza allegra e maldestra (che non brilla per grazia e femminilità) e che non riesce a essere la “donna di buone maniere” che renderebbe tanto orgogliosi i suoi genitori in vista di un futuro matrimonio. Purtroppo il Regno della Dinastia Sui, di cui fa parte il suo villaggio, è minacciato dal violento Shan Yu, il capo spietato degli Unni, che mira ad arrivare alla Grande Muraglia per sconfiggere l’esercito cinese e impadronirsi di tutto. Ogni famiglia del regno deve fornire un maschio da mandare in guerra ma la famiglia Fa non ha nessun uomo in famiglia a parte Zhou, il padre di famiglia, troppo debole per riuscire a sopravvivere a un’altra guerra. All’insaputa dei suoi genitori, Mulan decide di onorare la sua famiglia partendo per la guerra contro Shan Yu, fingendosi uomo: taglia i capelli, ruba l’armatura del padre e scappa da casa durante la notte. Da questo momento Mulan si chiamerà Ping e sarà accompagnata in quest’avventura da Mushu, un simpatico draghetto rosso, e CriKee, un grillo portafortuna.

L’addestramento al campo militare è faticoso, sia dal punto di vista fisico sia per i compagni rozzi che si ritrova, con cui non riesce a legare, diventando bersaglio di piccole vendette. Ping viene sottovalutato anche dal Capitano Shang, figlio dell’Imperatore Li, che dopo la morte del padre guiderà la missione contro Shan Yu. Ping/Mulan non è forte fisicamente ma ha grandi doti intellettive che le permettono di attuare delle strategie che salveranno lei e i compagni, fra cui la valanga che sconfiggerà (momentaneamente) l’esercito di Shan Yu. Ping è ferito e necessita subito di cure e Shang fa la terribile scoperta: il ragazzo della famiglia Fa è in realtà una donna e questa è una cosa disonorevole per l’esercito cinese, da punire con la morte. Il comandante risparmia la vita a Mulan ma la ragazza viene abbandonata fra le montagne innevate… riuscirà la tornare a casa, nonostante sia sola con un cavallo e una ferita sanguinante? E l’esercito di Shan Yu è stato completamente sconfitto? L’imperatore e il regno sono al sicuro?

“Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e più bello di tutti”

Mulan è un film da vedere perché è uno di quei capolavori d’animazione che non fanno più con una protagonista che è un inno al femminismo: sceglie il suo destino e non ha bisogno di un uomo al suo fianco per raggiungere il suo obiettivo perché vuole dimostrare a tutti che può farcela da sola. Non perde tempo a struggersi d’amore per qualcuno o a pensare ad abiti principeschi e sinceramente ho trovato più indipendente lei di una che canta dentro a un castello di ghiaccio con un abito scintillante! XDMushu draghetto rosso di Mulan

Consigliato a pieni voti e vi ricordo che la canzone Reflection, l’unica che Mulan canta nel film, non è altro che il primissimo singolo di Christina Aguilera, che esplose dopo con la hit Genie in a bottle! Ovviamente esiste anche una versione italiana della canzone intitolata Riflesso e cantata da Syria.

LINO

Frozen – Il Regno di Ghiaccio

Il vostro blogger è sempre così veloce e aggiornato che è riuscito a vedere Frozen solo quattordici mesi dopo la sua uscita! Non male per uno che ha aspettato sedici anni per recuperare Mulan. XD

Il film d’animazione Disney, diventato un fenomeno mondiale, mi ha lasciato un po’ con la bocca asciutta e ammetto che avevo troppe aspettative, ma cercate di capirmi, ho avuto la home di Facebook invasa da ogni tipo di cosa dedicata ad Anna ed Elsa e ormai DOVEVO vederlo a tutti i costi. Tutte le appassionate di cosplay lo scorso hanno si vestivano come le sorelle di Arendelle e se non trovavano l’amica con cui fare la coppia cosplay, la maggior parte di esse sceglieva Elsa versione figa dei ghiacci. I collezionisti di figures e dolls pubblicavano le foto di tutti i loro acquisti relativi a Frozen dalle bambole di tutte le dimensioni al merchandising più vario che ha reso felice casa Disney.Frozen Disney Elsa

Spinto dalla curiosità e dai due Premi Oscar vinti nel marzo del 2014 (Miglior film d’animazione e Miglior canzone), domenica scorsa ho visto il 53° Classico Disney, diretto da Chris Buck e Jennifer Lee, che s’ispira a La regina delle nevi di Andersen (il papà de La Sirenetta).

*°*°*°*°*°Attenzione, il testo è pieno di spoiler*°*°*°*°*°

Elsa e Anna sono le figlie dei Reali di Arendelle, un regno che si trova nella lontana Scandinavia, e sono inseparabili ma la primogenita ha un dono che mette in pericolo la vita dell’altra sorella: crea e manipola il ghiaccio. Mentre giocano, Elsa colpisce involontariamente Anna, lasciandola priva di sensi, e i genitori, impauriti da questo potere, chiedono consiglio ai troll su come continuare a crescere la figlia. Ad Anna vengono cancellati i ricordi inerenti ai poteri della sorella e quest’ultima viene isolata nella sua stanza, fin quando non sarà capace di controllarsi. Dopo la perdita dei due genitori in un naufragio, gli anni passano ed Elsa arriva alla maggiore età, pronta per diventare la nuova regina. Viene data una grande festa in suo onore dove vengono aperte le porte del palazzo, Anna incontra il principe Hans, se ne innamora e lo presenta alla sorella, nella speranza che le dia la benedizione per il matrimonio. Elsa si rifiuta e dà sfogo ai suoi poteri davanti a tutti, perdendo il controllo, e scappa dalla residenza reale.

Arendelle viene ricoperta da neve e ghiaccio, e Anna parte alla ricerca della sorella, lasciando tutto nelle mani di Hans che in realtà ha altri obiettivi: disfarsi delle principesse e impadronirsi del Regno. Nel frattempo, Elsa ha trovato rifugio nella Montagna del nord in cui ha costruito il suo palazzo di ghiaccio e dove si sente libera di essere se stessa, senza avere paura di far del male agli altri a causa del suo potere. Durante il viaggio Anna conosce Kristoff con la sua renna Sven, che si uniscono nella ricerca e trovano Elsa: purtroppo l’incontro va male, le due sorelle finiscono per litigare e la principessa erede al trono colpisce la sorella con del ghiaccio. Anna comincia a sentirsi debole e i suoi capelli diventano bianchi. Solo un atto di vero amore potrà salvarla dal diventare ghiaccio, essendo stata colpita al cuore. La salverà Kristoff o Anna si pentirà del gesto e la aiuterà?Frozen Disney Anna Olaf

La fine di questo Disney Classic, mi ha fatto inorridire come fece il risveglio di Aurora in Maleficent – ma non voglio svelarvi nulla – per non dire che la filosofia che in molti mi proponevano, quella delle principesse indipendenti, non regge perché se Anna decide di regnare da sola, seguendo l’esempio di Elizabeth la regina vergine sposata con la patria, la sorella trova l’amichetto con cui passare il resto della sua vita. Inoltre, se verrà prodotto un secondo capitolo della storia (cosa molto probabile), di sicuro infileranno un principe anche per la regina di ghiaccio. Intanto accontentiamoci del cortometraggio Frozen Fever che uscirà nei cinema il 12 marzo, anticipando il film Cinderella di Kenneth Branagh.

La colonna sonora merita una menzione a parte perché ha riscosso un grandissimo successo, risultando il disco più venduto nel 2014, secondo solo a 1989 di Taylor Swift. Il brano Let it go, vincitore del Premio Oscar, rappresenta la rinascita artistica di Idina Menzel, famosa attrice di Broadway che ha tentato varie volte la carriera discografica con scarso successo, che molti di voi conosceranno per il suo ruolo in Glee come coach dei Vocal Adrenaline ma soprattutto come madre biologica di Rachel Berry (Lea Michele), figlia adottiva di una coppia gay. La Menzel, doppiatrice originale di Elsa, in Italia è sostituita da Serena Autieri che canta la versione italiana di Let it go intitolata All’alba sorgerò, invece Anna, che in America viene doppiata da Kristen Bell (…qualcuno ha detto Veronica Mars?), nel nostro paese è sostituita da Serena Rossi. Esistono anche le pop version di Let it go: Demi Lovato per gli USA e Martina Stoessel, conosciuta meglio come Violetta, per l’Italia.

In definitiva non posso dire che Frozen non mi sia piaciuto, però non è nemmeno il capolavoro che in tanti vanno a sbandierare: classica storia Disney cantata con l’inconfondibile happy ending. Fra le due sorelle io preferisco Anna perché Elsa è così… antipatica. Molto divertente il personaggio di Olaf, il pupazzo di neve creato da Elsa, con i suoi siparietti comici che rallegrano la storia.Frozen Disney Olaf

Sarò all’antica, ma queste grafiche troppo computerizzate non mi piacciono per nulla, e non reggono il confronto allo stile meraviglioso di grandi classici come La Bella e la Bestia o La Sirenetta.

LINO