Pubblicato in: Libri

Avevano spento anche la luna

Dopo mesi di silenzio, ma soprattutto il giorno dopo la Festa delle Donne, perché non tornare a scrivere sul blog dopo più di sei mesi di silenzio con la recensione di un libro che mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine? Avevano spento anche la luna, romanzo d’esordio di Ruta Sepetys, porta alla luce una (delle tante) pagine di storia dimenticate dai libri scolastici ovvero la deportazione delle popolazioni baltiche nei gulag sovietici, ma soprattutto parla di donne e della loro forza nella vita.

Between Shades of Gray è una storia di fantasia ma fortemente biografica perché l’autrice, nata a Detroit ma figlia di rifugiati lituani, ha raccolto le diverse testimonianze di sopravvissuti attraverso due viaggi fatti nella terra natia: l’orrore inizia nel 1940 quando l’Unione Sovietica occupa Lituania, Lettonia ed Estonia, e vengono stilate delle liste di nomi di persone ritenute pericolose dal Cremlino. I soggetti iscritti in questi elenchi erano soprattutto intellettuali e politici contro il regime come professori universitari, avvocati, medici e artiAvevano spento anche la luna Ruta Sepetys Garzantisti, che furono costretti ad abbandonare le loro case per vivere dai dieci ai quindici anni in campi di lavoro in Siberia, stipati in treni affollati e costretti a giorni di viaggio senza sosta.

Lina Vilkas vive a Kaunas in un ambiente intellettuale vivo grazie a dei genitori amanti della cultura che la spingono ad assecondare la propria inclinazione d’artista tramite il disegno e la sua grande passione per Edward Munch. La notte del 14 giugno 1941 cambierà totalmente la sua vita: Lina, insieme al fratello Jonas e alla madre Elena, è sulla lista nera solo perché Kostas Vilkas, il padre, è il rettore dell’Università ed è considerato come un nemico di Stalin. L’NKVD, la polizia segreta sovietica, irrompe in casa loro e li costringe a lasciare tutto, caricandoli insieme a tanti sospetti in camion diretti alla stazione ferroviaria. Inizia un lungo viaggio che li porterà fino a Trofimovsk (Polo Nord), passando dai monti Altaj alla Siberia, per una prigionia che durerà dodici anni.

Un racconto crudo fatto attraverso gli occhi di un’adolescente che non capisce il motivo di essere privata della sua normalità, con un tono arrabbiato e impulsivo come la sua età ma allo stesso tempo pieno di speranza e di dignità. Lina proverà a non farsi risucchiare dal vortice della disperazione che la circonda ma viene provata dalla fame, dalle morti improvvise dei compagni di viaggio, dalla tirannia di uomini senza moralità, ma non perderà mai la lucidità affidandosi all’arte, cercando di documentare tutto il viaggio attraverso i suoi disegni, in modo di lasciare traccia di sé e farsi ritrovare dal padre.

Perché si parla di donne in questo romanzo? Perché sono loro il vero motore della resistenza all’orrore subito: Lina, Elena, la maestra Grybas, Janina e le altre si danno forza e tengono testa in onore dei mariti che sono misteriosamente scomparsi e deportati con un altro treno, rifiutando di firmare un’autodenuncia in cui si sarebbero condannare a venticinque anni di lavori forzati.

Un libro che non lascia indifferenti, dimostrato anche dal grande successo avuto a livello internazionale che l’ha portato a essere tradotto in più di ventotto paesi, in Italia è stato tradotto da Garzanti che ha pure pubblicato Ci proteggerà la neve (Salt to the sea), incentrato su Joana, l’amata cugina a cui Lina scriveva sempre lettere, che scappa con la famiglia in Germania.

Piccola curiosità: curiosando sul web ho trovato l’adattamento cinematografico del libro intitolato Ashes in the snow, diretto da Marius A. Markevicius, con Bel Powley nei panni di Lina, attrice britannica già vista in Diario di una teenager (The diary of a teenage girl) e Una notte con la regina (A royal night out). Purtroppo non ci sono molte notizie a riguardo. Peccato 😦

Libro consigliato!

LINO

Annunci
Pubblicato in: Cinema, Libri

Io prima di te

“Così stanno le cose. Sei scolpita nel mio cuore, Clark, fin dal primo giorno in cui sei arrivata con i tuoi abiti ridicoli, le tue terribili battute e la tua totale incapacità di nascondere ogni minima sensazione. Tu hai cambiato la mia vita…”

Ammetto subito la mia colpa: credevo che sarei uscito dal cinema con un “ma io te l’avevo detto che era il solito polpettone romantico” e invece mi son dovuto ricredere perché Io prima di te è stata una bella sorpresa, un film che parla d’amore ma senza annoiare eccessivamente lo spettatore poiché presenta anche un argomento che difficilmente viene trattato in questa tipologia di film. Me before you è prima di tutto un libro di successo mondiale di Jojo Moyes (in Italia è stato pubblicato da Mondadori), autrice londinese specializzata in letteratura rosa, che ha anche un sequel intitolato Dopo di te (After you), ma io vi parlerò della trasposizione cinematografica di Thea Sharrock che finalmente sono riuscito a vedere al cinema in una serata libera dal lavoro!

Louisa Clark (Emilia Clarke) è una ventiseienne che apprezza la semplicità della sua vita: ha un lavoro come cameriera nella caffetteria del paese, una famiglia che le vuole bene e un fidanzato fissato con il suo lavoro di personal trainer. La sua tranquillità viene interrotta dalla chiusura dio-prima-di-te-emilia-clarke-sam-claflin-me-before-youel locale in cui ha lavorato per sei anni, ritrovandosi senza un lavoro e una famiglia da mantenere poiché il padre è disoccupato da anni. Dopo un goffo colloquio con Camilla Traynor (Janet McTeer), Lou viene assunta come un assistente personale del giovane figlio della signora, rimasto quasi paralizzato dopo un terribile incidente. Will Traynor (Sam Claflin) in passato era un uomo che aveva tutto dalla vita come un lavoro di successo, soldi e belle donne, ma ormai odia la sua vita. In questo strano rapporto di incontro-scontro, le due diverse personalità impareranno ad accettarsi ma soprattutto capiranno quanto la vita possa essere crudele togliendoti quello che più ami, per poi ridarti una seconda possibilità grazie a quel misterioso sentimento che è l’amore.

Emilia Clarke, volto noto al pubblico per vestire i panni di Daenerys Targaryen ne Il Trono di spadeGame of thrones, interpreta un’eccentrica ragazza di una piccola cittadina della campagna inglese, amante dei vestiti stravaganti e molto buffa. Per molti versi ricorda Bridget Jones nella sua allegria e nella capacità di creare situazioni imbarazzanti di cui deve sempre scusarsi, ma la dolcezza intrinseca del suo animo e la naturalezza dei suoi sentimenti, la fanno diventare la miglior medicina per il cinico Will. Il signorino della famiglia Traynor è interpretato da Sam Claflin, il Finnick Odair di Hunger Games, uomo che non è più interessato alla sua vita terrena tanto da desiderare la cosiddetta “morte dolce”. Se inizialmente il rapporto fra i due personaggi è di tipo lavorativo, la dolce Lou capisce che la sua vocazione da infermiera tuttofare va al di là della semplice assistenza personale cercando di far apprezzare la semplicità della bellezza della vita a un uomo che ha già preparato tutto: alla fine dei sei mesi prestabiliti con i suoi genitori, Will si recherà in Svizzera, in una clinica specializzata in assistenza medica nel “dare la morte” a individui con una vita compromessa da malattie gravi.

“Non voglio pensarti in un mare di lacrime. Vivi bene. Semplicemente, vivi.”

Non siamo davanti al patetismo di adolescenti malati e sfigati alla Colpa delle stelle, ma di persone adulte che prendono decisioni difficili: non è così facile parlare di eutanasia, argomento che da sempre divide l’opinione pubblica per motivi sia religiosi sia etici. Louise non può accettare che l’uomo che ha imparato ad amare nei sei mesi di lavoro voglia andarsene proprio nel momento dell’apice della loro felicità ma Will è determinato nella sua scelta. Un tema veramente angosciante che non ho voglia di affrontare in una semplice recensione cinematografica perché si tratta di una scelta molto personale che non si può liquidare in poche righe.

Fin dove si può amare? Si dice spesso che amare è anche saper lasciare andare la persona amata verso direzioni che non si condividono, quindi si può considerare amore la libertà di lasciare il proprio uomo compiere un tale gesto?

GUARDATELO. Il mio unico consiglio è di guardarlo e di non lasciarvi ingannare da un trailer eccessivamente mieloso… non potete nemmeno perdervi gli eccessivi outfit kitsch della dolce Lou! Ah… lacrime assicurate! XD

LINO

Pubblicato in: Le Journal

Liebster Award 2016 Edition

È bello sapere che qualcuno ancora si ricorda di te e del tuo blog nonostante non lo aggiorni più come una volta… effettivamente passo troppo tempo alla cassa di un noto fast food, torno a casa stanco e mi rimane ben poco per coltivare le mie passioni (che ultimamente sono l’oziare sul divano e dormire). Nonostante il periodo poco attivo da blogger, ho ricevuto ben tre nomination al Liebster Award 2016 da tre miei colleghi, che mi hanno posto varie domande che soddisfino le loro curiosità… iniziamo? XD LiebsterAward_logo

Ringraziare il blogger che ti ha nominato.
Non una, non due ma ben tre nomination! Quindi ringrazio:
Le manga-pagelle di Caroline
Say Adieu to Yue
Io non sono quella ragazza

Scrivere qualche riga per promuovere un blog che seguite.
Non promuoverò nessun blog ma nominerò semplicemente quelli che seguo di più, oltre ai tre precedentemente ringraziati, vi consiglio di seguire:

  • My Millennium Puzzle
  • Love or Dead
  • Hana blog journal
  • Ore-Sama

Rispondere alle undici domande dei blogger che ti hanno nominato:

*°*°*°*°*° CAROLINE di Le manga-pagelle di Caroline *°*°*°*°*°

Dolce o Salato? Dolce e salato. Salato e dolce. Dolce. Ancora dolce e poi salato. Insomma, entrambi! Quando se tratta de magnà… se magna! XD

Una delle vostre serie tv preferite degli ultimi cinque anni (non quella in assoluto, ma quella appunto che vi è piaciuta di più negli ultimi cinque anni): Non saprei, perché ultimamente non ho seguito molte serie televisive, perdendo interesse poiché trovavo delle storie a cui non mi appassionavo quasi a nulla. Mi mancano il coinvolgimento che provavo per Dawson’s creek, Gilmore Girls (Una mamma per amica) e Sex & the city. Ne nomino alcune ovvero The Carrie diaries, per l’ambientazione anni ottanta e tutto il glam che ci sta dietro, e Glee, che inizialmente non amavo ma ho apprezzato andando avanti nella visione sia per tematiche sia per la mia anima da musical.

Il titolo di uno dei libri più brutti che avete letto (o dovuto leggere per forza, tipo perché assegnato a scuola ecc): I cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. Non posso dimenticare lo stupore nel leggerlo poiché lo trovai per caso spulciando fra gli scaffali della libreria, credendo di leggere una storia d’amore adolescenziale… ero così giovane e ingenuo che me lo feci regalare per Natale.

Pensate che prima o poi le coppie gay potranno sposarsi in Italia o è astrofantascienza? Ricordiamoci sempre che in Italia deve sempre metterci becco la CEI – Vaticano. Però la speranza è l’ultima a morire, no? Che ne pensate…fatemi sapere: Io sono pessimista. È già tanto se nel 2016 ci sia stato un riconoscimento legale delle coppie di fatto, figuriamoci altre cose. Forse in un futuro molto lontano, ma io sarò già morto. Potrei definirla fantascienza utopica.

Preferite i cani o i gatti? Ammetto di essere del TEAM DOG! Nessuno mi toglierà dalla testa che il rapporto che s’instaura fra un essere umano e un cane sia paragonabile a quello con un gatto. Dotato di una sensibilità simile a quella umana, esso è l’animale da compagnia per eccellenza con occhi che sanno comunicano tutto quello che non riescono a dire con le parole.

Estate (ovvero vacanze, caldo, mare, tempo libero) o Inverno (festività natalizie, freddo, vestirsi tipo omino Michelin)? Tutte e due perché rispecchiano il mio essere borderline: in inverno vado in letargo, mi piace il divano, le copertine in pile disperse per casa, la cioccolata calda, le tisane e il rotolarmi nel piumone come un involtino; in estate mi piace il mare (a modo mio cioè nelle ore meno calde e all’ombra), il sole che rimane alto fino a tarda ora, l’aria che si respira, il gelato, il rilassarsi nei parchi all’aria aperta, i locali con le proprie terrazze e/o dehor. Però se devo per forza scegliere uno dei due scelgo l’inverno – sì, lo so, sono una persona triste u.u

Avete visto L’Eurovision Song Contest 2016? Qual era il vostro pezzo preferito? Tifavo per Sound of silence di Dami Im dell’Australia ma ammetto che 1944 di Jamala era l’altra canzone che mi piaceva! Amo Francesca Michielin ma riconosco che sia poco internazionale per manifestazioni del genere e noi italiani mandiamo sempre artisti che possono essere maldigeriti da europei truzzi che ascoltano ancora la dance anni novanta.

Una delle vostre attrici di cinema preferite. In verità sono tre, non posso trascurarne una:
Keira Knightley. La amo soprattutto quando è protagonista di film in costume ed è perfetta nei panni di Elizabeth Bennett in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice). Altri film in cui l’ho amata sono Espiazione (Atonement) e Non lasciarmi (Never let me go).
Anne Hathaway. Esplosa in tutto il mondo con Il diavolo veste Prada (The devil wears Prada), è entrata nel mio cuore con il tristissimo One Day e la meravigliosa performance ne Les Misérables nei panni di Fantine, madre di Cosette.
Kirsten Dunst. Perfezione raggiunta in Marie Antoinette di Sofia Coppola ma meravigliosa anche ne Il giardino delle vergini suicide (The virgin suicides) sempre della stessa regista. Mi è piaciuta molto anche in Melancholia di Lars Von Trier e anche in film più leggeri come Mona Lisa Smile.
Dovrei nominarne altre ma mi fermo qui… no, anzi, solo qualche nome: Julia Roberts, Meryl Streep, Michelle Williams, Jennifer Lawrence e Carey Mulligan.

Qual è il vostro colore preferito? Rosso, Nero e Rosa.

Se doveste trasferirvi per lungo tempo in Europa, quale stato/paese scegliereste?Ho un amore sfrenato per tutto quello che riguarda la Francia e vorrei ritornare a Parigi. Ho vissuto per un mese a Lione, ho visitato il nord ma Paris… est Paris!

Il vostro ultimissimo acquisto… cosa avete comprato?^^ Street, l’ultimo album delle EXID!

 

*°*°*°*°*° YUE LUNG di Say adieu to Yue *°*°*°*°*°

L’albergo più squallido dove avete dormito: dove, quando e perché. Non ho avuto questa sfortuna… per un pelo!

Cinema: Siete mai usciti prima della fine di un film? Mi è successo con La vita di Adele (La vie d’Adèle). Ingiustamente valutato come un capolavoro dei film di formazione, io l’ho trovato molto volgare.

Il regalo più orrendo che avete ricevuto. Tanti XD per questo negli ultimi anni faccio delle meravigliose wishlist!

Qual è l’ultima piccola bugia che avete detto? Io non dico mai le bugie! Ooops! Ne ho appena detta una! XD

Qual è la suoneria del vostro cellulare? Una di quelle tristi già presenti sullo smartphone. Quando ero ragazzino invece ero fissato nell’avere l’ultima suoneria del momento, addirittura con i primissimi Nokia le componevi e le scambiavi con gli infrarossi! Che ricordi! Sono vecchio u.u

Immaginatevi registi/e con un budget illimitato: Quale libro (o fumetto) porteresti sullo schermo? La trilogia dei Rainbow Boys di Alex Sanchez.

Un capo di abbigliamento che un tempo amavate ma che adesso trovate imbarazzante: Jeans sbiaditi e candeggiati, piumini super gonfi e i colori troppo accesi come il giallo o il rosa.

Frequentate una biblioteca? Prendete libri in prestito? La frequentavo più in periodo universitario per necessità ma non mi è mai piaciuta. Non mi piacciono i libri toccacciati da tutti e sono geloso delle mie cose.

Qual è il film più brutto del vostro regista preferito? Non ho un regista preferito ma una lunga lista di film orrendi!

Qual è il libro più brutto del vostro scrittore preferito? Brutto no, però Pasolini, Un uomo scomodo di Oriana Fallaci è stata una lettura inutile.

Siamo a Giugno ma… Voi l’avete tolto il piumone? Madre casalinga regina della casa l’ha tolto ma io lo tiro fuori e divento l’involtino umano XD

 

*°*°*°*°*° MARIA STEFANIA di Io non sono quella ragazza *°*°*°*°*°

Se poteste cambiare il finale di una storia che vi ha appassionato fino a poche pagine dalla fine per poi deludervi, quale sarebbe? Come la cambiereste? Con i libri non mi è mai capitato ma con i film sì, soprattutto con due che sono Dancer in the dark di Lars Von Trier e Suffragette di Sarah Gavron.

 

Scrivere a piacere undici cose di me:

  1. Leggo quasi di tutto ma ci sono dei generi letterari che non riesco proprio a digerire: Gialli, Thriller e testi in versione teatrale.
  2. Mi piacerebbe arrivare ad avere un alimentazione vegetariana (il vegan lo trovo eccessivo) ma non riesco proprio a rinunciare al prosciutto crudo… poveri maialini, perdonatemi!
  3. Ho una passione per tutti quei programmi televisivi che raccontano di malattie e schifezzine varie. Il top è Malattie imbarazzanti (Embarassing bodies) quando tratta di malattie cutanee e piedi rovinati.
  4. Odio le persone che non si espongono mai, che sembrano non avere un’idea, che usano la scusa della diplomazia per essere amati da tutti.
  5. Ho sempre amato i manga ma con gli anime non ho un bel rapporto. Conservo un bel ricordo dei cartoni animati della mia infanzia ma le nuove trasposizioni animate non mi piacciono.
  6. Sogno un amore romantico, di quelli da mozzare il fiato e sentire i violini alle orecchie ma allo stesso tempo penso che l’uomo non sia un essere monogamo e che l’amore non esista veramente ma è soltanto un sentimento spinto da vari interessi.
  7. Vorrei essere alto almeno dieci centimetri in più e mangiare di tutto senza ingrassare come alcuni ragazzi che conosco.
  8. Ci sono dei viaggi che vorrei fare prima di lasciare questa vita terrena: Giappone, Corea del sud, Islanda, New York e Disneyland Paris XD
  9. Odio lo sport in televisione come il calcio, la formula uno, il motociclismo, il nuoto, il tennis e il ciclismo. Fra pochi giorni inizieranno gli Europei di calcio e non sopporterò nessuno.
  10. Mi piacciono le lingue straniere e mi sarebbe piaciuto imparare il tedesco, lo spagnolo, il giapponese e il coreano, ma a malapena mi ricordo l’inglese e il francese studiato all’università!
  11. Il mio sogno più segreto sarebbe quello di scrivere di musica, cinema, libri e altri aspetti di lifestyle (anche di gossip… perché no?!) per qualche giornale o rivista. Se ce l’ha fatta Selvaggia Lucarelli, perché io no? Intanto continuo a servire panini e gelati alla cassa… *scappa via piangendo*

 

Premiare dei blog che segui:

Li trovate proprio all’inizio di questo post, sia nei ringraziamenti delle nomination sia nei blog che vi consiglio di seguire ^^

Per finire, le undici domande a cui sono invitati a rispondere i succitati blogger se decideranno di partecipare a loro volta al Liebster Award. Se avete già pubblicato il vostro Liebster Post, non scoraggiatevi, aggiornarlo con una nuova lista di domande e risposte non vi costa niente.

  1. Chi sono le tue Principesse Disney preferite?
  2. I bisessuali esistono o è semplice paura di non ammettere a se stessi di pendere più per una parte?
  3. Top 5 dei tuoi cantanti preferiti (sia solisti sia gruppi).
  4. Il viaggio dei tuoi sogni.
  5. Cosa ne pensi delle coppie aperte? Si può definire amore?
  6. Guerriera Sailor?
  7. Genere letterario preferito?
  8. La famiglia è solo quella “uomo e donna” o esistono altri tipi di famiglia?
  9. Il/la tuo/a sex symbol (max 3).
  10. Cosa c’è dopo questa vita?
  11. Carta o ebook?

Questo meme è stato lunghissimo… adesso aspetto le vostre risposte! Sono curiosissimo! *_*

LINO

Pubblicato in: Cinema

The Danish Girl

Quando c’è Eddie Redmayne nei paraggi, il film si preannuncia sempre come qualcosa d’interessante poiché lui per me è la nuova rivelazione del cinema internazionale. Dotato di una versatilità artistica che pochi hanno, l’attore londinese è riuscito a piacermi in tutti i ruoli che ha interpretato: dal Colin Clark impacciato che asseconda tutti i capricci di Marilyn Monroe (Michelle Williams) al famoso astrofisico Stephen Hawking – performance che gli ha fatto vincere il Premio Oscar per il migliore attore – senza dimenticare la sua precedente collaborazione con Hooper nei panni di Marius Pontmercy, il rivoluzionario sposo di Cosette.

The danish girl riporta sullo schermo il giovane Redmayne nei panni di Lili Elbe, una fra le prime persone a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale nonché una delle prime a essere riconosciuta come persona transessuale – all’anagrafe era registrato come Einar Wegener, sposato con Gerda Gottileb / Wegener. Il film diretto da Tom Hooper non è una sceneggiatura originale perché è un riadattamento del libro La danese di David Ebershoff, e vede una nuova collaborazione fra regista e attore dopo Les Misérables.

The danish girl Eddie Redmayne Lili ElbeLa vita di coppia di Einar e Gerda non ha mai avuto tanti problemi, sono marito e moglie e vivono nella Copenaghen degli anni venti. Entrambi sono degli artisti specializzati in pittura, Einar dipinge soprattutto paesaggi, invece Gerda è alla ricerca del suo stile personale che troverà grazie all’aiuto del marito che poserà vestito da donna sostituendo una modella. Grazie a questi nuovi dipinti la moglie ottiene il successo sperato e i suoi ritratti dell’alterego di Einar diventano così famosi tanto da essere esposti a Parigi, dove in seguitosi trasferiranno. Dotato di una sensibilità diversa dagli altri uomini, Einar capisce che c’è qualcosa dentro di lui che ha tenuto nascosto per molto tempo e inizia a indossare abiti femminili e ad assumere l’identità di Lili Elbe, che presenta a tutti come una sua cugina lontana.

“Io penso con la mente di Lili. Sogno i suoi sogni”.

Spaventati dalla situazione, la coppia si rivolge a vari specialisti nella speranza che questo squilibrio della personalità possa essere curato. Gli vengono diagnosticate la schizofrenia e altre malattie mentali ma grazie alla moglie abbandona gli ospedali e cerca di vivere una vita normale come Lili. L’incontro con un dottore di una clinica di Dresda cambierà il suo futuro perché gli darà l’opportunità di realizzare il sogno di diventare una donna a tutti gli effetti, sottoponendolo a una serie d’interventi che ai tempi sono ancora in via sperimentale.

“Questo non è il mio corpo. Devo lasciarlo andare.”

Se Lili è determinata a compiere il gesto finale per essere finalmente felice, la moglie inizialmente è contraria perché ha paura di perdere il marito, ma il loro amore supera le classiche barriere della sessualità e Gerda sosterrà Lili fino al suo ultimo respiro.

Il film di Tom Hooper è una fiaba dolceamara ambientata nel passato ma che rimane attuale perché è un inno ad avere il coraggio di essere se stessi, andando contro la morale e i costumi nei quali amiamo ingabbiarci per essere “normali” agli occhi di tutti. Se l’interpretazione di Eddie Redmayne è favolosa – anche quest’anno è candidato come Migliore Attore protagonista agli Oscars contro il favorito Leonardo Di Caprio di Revenant – devo spendere due parole su Alicia Vikander, l’attrice svedese che interpreta Gerda, la vera rivelazione di questo film. Il legame che lega i due protagonisti è un amore così grande che scavalca il concetto romantico del sentimento cavalleresco dell’happy ending: Gerda, in un certo senso, diventa il principe forte su cui l’anima martoriata di Lili continua ad appoggiarsi. La sua non è semplice devozione coniugale di una moglie ma un sentimento che se ne frega della borghesia e lascia spazio alla purezza dell’amore inteso anche come sacrificio. L’amore che Gerda prova per Einer è lo stesso di quel giorno in cui s’incontrarono per la prima volta all’Accademia d’arte di Copenaghen e nonostante subisca un tradimento vedendo la morte metafisica del marito, aiuta Lili a emergere perché capisce che sarebbe egoistico trattenerla, ribadendo che non l’abbandonerà mai perché ha promesso a Einar che si sarebbe presa cura di lei.The danish girl Alicia Vikander Gelda Werner

Presentato alla scorsa Mostra internazionale del Cinema di Venezia, in Italia è stato distribuito da Universal Pictures senza alcun tipo di censura (in America, quei finti moralisti, gli han dato il Rating R) ed è candidato a ben quattro Premi Oscar.

Io non aggiungo altro alla mia recensione… Andate al cinema!

LINO

Pubblicato in: Libri, Manga

Il cane che guarda le stelle

Rieccomi! Non sono morto, ero soltanto in quel periodo dell’anno in cui vengo risucchiato dal “nulla” e questo senso di vuoto s’impossessa di tutti gli aspetti della mia vita, compreso il mio triste blog (sempre più abbandonato a se stesso). Spero di non essere in ritardo per consigliarvi una lettura da regalare (o regalarvi) con la dolce storia del piccolo Happy e del suo sfortunato padrone: Natale si avvicina e abbiamo bisogno di tanti buoni sentimenti ma soprattutto di emozionarci.

Il cane che guarda le stelle è un manga seinen che s’inserisce perfettamente nel filone dello slice of life, focalizzandosi sul rapporto fra un uomo e il suo cane (come in Allevare un cane di Jiro Taniguchi) e puntando dritto alle emozioni con un finale strappalacrime (io sono annegato fra le mie XD ). La cosa principale che distingue i due fumetti è che Takashi Murakami ha dato voce ai pensieri del cane come se fosse un vero e proprio bambino, creando sia dei siparietti comici sia dei momenti di riflessione.

“I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa…”

Hoshi Mamoru Inu comincia presentandoci un’auto abbandonata in un sentiero ritrovata dalla polizia e l’identificazione di due cadaveri di un uomo e di un cane, perché l’autore comincia a raccontare proprio dal triste finale: la bellissima amicizia fra i due protagonisti ci viene narrata attraverso un lunghissimo flashback cominciando proprio dal ritrovamento di Happy, abbandonato in uno scatolone e portato a casa dalla piccola Miku, la figlia del protagonista umano della storia. Gli anni passano e purtroppo le cose non vanno bene per il padrone di Happy e, dopo aver perso il lavoro, la moglie chiede il divorzio e la figlia, un adolescente ribelle, pensa solo a divertirsi disinteressandosi della famiglia e del cagnoIl cane che guarda le stelle Takashi Murakamilino. Dopo aver venduto la casa, Happy e il suo padrone partono per un viaggio on the road verso il sud del Giappone, dove vogliono ricominciare una nuova vita, magari vicino al mare, in una casetta di campagna. Purtroppo i soldi rimasti sono pochi e l’uomo, da tempo ammalato di cuore, non riesce più ad andare avanti in quest’avventura e, in una gelida sera d’inverno, si addormenta per sempre. Happy non capisce cosa sia successo al suo padrone e continua la vita di tutti i giorni sperando che il suo “papà” si svegli. Il tempo passa e pure il cane inizia a sentirsi stanco e, rientrando nell’auto abbandonata, si accascia ai piedi dell’uomo e cade anche lui nel lungo sonno… è inutile, anche a riassumere la storia, mi emoziono! 😥

Nel volume è presente anche un’altra storia parallela alla vicenda principale in cui Kyosuke Okutsu, un assistente sociale, si ritrova a lavorare sul caso dell’auto abbandonata in un campo e a cercare l’identità di quest’uomo e del suo piccolo amico. Okutsu ricorderà tutta la sua infanzia passata insieme ai nonni e al cane che amava stare fuori a guardare le stelle, sentendosi in colpa per non essere stato un bravo padrone.

La storia raccontata in questo fumetto è di una semplicità quasi disarmante: il modo sincero con cui Happy ama il padrone penso che sia simile a quello che i nostri animali domestici provino nei nostri confronti, che ci aspettano sempre e soffrono quando non ci siamo, che sono subito pronti a riappacificarsi anche se li hai sgridati pesantemente, che ci amano in un modo così naturale, così disinteressato, così bello che difficilmente un altro essere umano potrebbe fare. È un libro che ti porta a riflettere sul tuo personale rapporto con l’animaletto che hai in casa, per cui ti chiedi se anche lui pensa le stesse cose di Happy e se anche lui prova quelle emozioni, soprattutto se ti stai comportando nel migliore dei modi ricambiando nella maniera giusta il loro affetto.

Serializzato fra le pagine del magazine Weekly Manga Action di Futabasha Publishing, in Giappone il manga ha avuto così tanto successo (più di quattrocentomila copie vendute) che ha pure goduto anche di una trasposizione cinematografica nel 2011 diretta da Tokiyuki Takomoto. L’edizione italiana è a cura di JPop Manga che ha presentato l’opera sia con la copertina originale sia con una variant cover disegnata da Elisa Macellari disponibile in tutte le librerie Mondadori.

Consigliato? Penso che non ci sia bisogno che vi dia una risposta affermativa perché si capisce perfettamente che mi è piaciuto molto! Forse mi sono immedesimato troppo nella storia che ho voluto scrivere la recensione velocemente per non rattristarmi nuovamente nel ricordare la trama (io senza il mio Happy/Chicco morirei). È un ottimo regalo di Natale per chi apprezza i fumetti semplici ma di grande emozione, ma soprattutto è consigliato a chi ama gli animali e possiede un amico pelosino nella propria famiglia.

LINO

Pubblicato in: Libri

Venivamo tutte per mare

“In segreto nutrivamo la speranza che qualcuno ci liberasse. […] A volte, la notte, mentre ci preparavamo per andare a letto, d’un tratto scoppiavamo in lacrime…”

The Buddha in the Attic è un romanzo di Julie Otsuka che racconta una triste pagina di storia inerente alle donne giapponesi che emigravano in America, le cosiddette Spose in fotografia: giovani ragazze, quasi tutte minorenni, che venivano spedite nel “nuovo mondo” per conoscere il futuro marito. L’autrice, per la stesura del suo romanzo, ha usato tante fonti storiche – soprattutto biografie di donne che arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del novecento – e ha scelto di raccontare la storia senza una protagonista ma creando una voce narrante corale con la quale rappresentare tantissimi tipi di donne che trovarono fortuna o solo una vita di lavoro e sacrifici.

Il libro comincia con il racconto del lungo viaggio fatto in nave dalle donne, di un’età compresa fra i dodici (“…veniva dalla sponda orientale del lago Biwa, e non aveva ancora cominciato a sanguinare”) e i trentasette anni, che furono date in sposa a dei perfetti sconosciuti spesso per gli interessi economici della famiglia. Prima della partenza, le madri insegnarono alle loro figlie a “essere una perfetta moglie giapponese”: cucinavano, cucivano, servivano il tè, disponevano i fiori nel modo giusto, sVenivamo tutte per mare di Julie Otsukatrappavano le erbacce nel giardino, spaccavano la legna, camminavano con gli alluci all’interno ma soprattutto impararono che “una ragazza deve mimetizzarsi dentro la stanza, deve essere presente senza rivelare la propria esistenza”.

Il viaggio rappresentava la fuga da un futuro destinato al lavoro nei campi o, nel peggiore dei casi, dalla possibilità di essere venduta dal proprio padre a una casa di geishe per una discreta somma di denaro. Tante false aspettative erano custodite nei cuori di queste ragazzine, credendo che sarebbero finite a vivere in enormi case con la servitù e il lusso più sfrenato. Quest’atteggiamento sognatore delle giapponesi era alimentato anche dalle lettere (false) che i loro uomini scrivevano in cui raccontavano di possedere grandio abitazioni con bellissimi giardini in cui piantare tulipani oppure di essere diventati proprietari di aziende importanti e di poterle mantenere senza problemi. Arrivate a destinazione, la situazione cambiò e le varie donne si salutarono per andare incontro alla nuova vita: capirono che le lettere erano solo bugie, che gli uomini non erano belli come nelle fotografie e che alla fine i loro futuri mariti non erano altro che dei semplici immigrati che facevano lavori umili nelle case dei bianchi – dove anche loro saranno costrette a piegare la schiena. La prima notte sarà l’esperienza che più le traumatizzerà perché le madri non spiegarono “cosa” il loro marito avrebbe voluto: o in modo gentile o con la violenza, il coniuge dovette costatare l’effettiva verginità delle compagne.

I lavoratori giapponesi divennero una presenza costante nelle case e nei campi dei bianchi perché erano seri, precisi, discreti e potevano “vivere con un cucchiaino di riso al giorno”. Nel primo trentennio del novecento, l’integrazione fra gli adulti riuscì  parzialmente in uno strano rapporto fra servo e padrone, invece i bambini di origine giapponese andarono a scuola insieme ai bianchi senza problemi, sentendosi americani a tutti gli effetti. È proprio per questo loro senso di appartenenza alla propria comunità che rifiutarono le loro tradizioni con piccoli gesti quotidiani come i vestiti all’occidentale o cambiando i loro nomi da SumireShizukoEtsuko a VioletSugarEsther. Purtroppo gli orrori del Secondo Conflitto Mondiale arrivarono alle orecchie degli americani e i giapponesi vennero costretti a lasciare le loro abitazioni perché considerati come dei traditori.

Nel racconto della Otsuka viene raccontata la difficoltà di conoscere una cultura totalmente diversa da quella di origine e di apprendere una lingua che non si conosce, si respira un’iniziale nostalgia di casa che verrà rimpiazzata dalla creazione di una propria famiglia (in cui esperienze femminili come il parto o la maternità saranno vissute in solitudine, senza l’aiuto di una madre vicina) e si può comprendere tutta l’illusione dei sogni fatti sulla nave. Inoltre l’attacco a Pearl Harbour porterà i giapponesi ad aver paura per la propria vita perché il clima di razzismo che viene a crearsi, viene supportato dal Presidente Roosevelt che considera tutti i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.

L’edizione italiana di Venivamo tutte per mare è a cura di Bollati Boringhieri editore che ha pubblicato anche il sequel Quando l’imperatore era un dio (When the Emperor was divine).

Consigliato e promosso a pieni voti! ^_^

LINO

Pubblicato in: Libri

La ragazza dai sette nomi: la mia fuga dalla Corea del Nord

“Lasciare la Corea del Nord non è come lasciare un qualsiasi altro paese. È come lasciare un altro universo. Per quanto possa spingermi lontano, non sarò mai del tutto libera dalla sua forza di gravità.”

Testimonianze come quella di Hyeonseo Lee sono preziose perché ti consentono di aprire gli occhi su realtà molto diverse dalle nostre tanto da pensare che non esistano nel nuovo millennio. The girl with seven names è il racconto della fuga di una giovane ragazza dalla Corea del Nord, paese in cui vige tuttora la dittatura, nazione in cui il popolo è abbandonato nella propria ignoranza, usata come strumento di controllo da parte del regime.

L’autrice ricorda molto Malala Yousafzai sia per coraggio sia per voglia di raccontare la verità, un’altra eroina dei nostri tempi che si è battuta contro una società maschilista che non le permetteva nemmeno di studiare solo perché era di sesso femminile. Proprio come nell’autobiografia Io sono Malala, La ragazza dai sette nomi racconta la storia della famiglia della disertrice nordcoreana, iniziando dall’incontro dei suoi genitori fino alla sua fuga per Seul, passando dalla Cina. Nella stesura del libro, Hyeonseo è stata aiutata dallo scrittore americano David John e il nome che utilizza non è il vero: se avesse usato quello reale della nascita, avrebbe potuto causare la tortura e/o la morte di famigliari rimasti in patria. Raggiunta la libertà, decide di tagliare con la vecchia se stessa e opta per il nome odierno formato da Hyeon (“luce del sole”) e Seo (“buona sorte”) proprio per

“…poter vivere la mia vita nella luce e nel calore, e per non dover mai più nascondermi nell’ombra.”

Dall’infanzia ai diciassette anni, la vita di Hyeonseo era come quella di tutti i suoi coetanei che crescevano nel mito di abitare nella nazione più forte del mondo, cercando di essere dei bravi comunisti. Vissuta inizialmente a Hyesan, città di confine con la Cina, fu costretta a trasferirsi in varie città della Corea del nord a causa del lavoro del padre nell’esercito.  In tutte le scuole che frequentò,  l’indottrinamento ideologico si basava su una “storia riscritta”, finalizzata al culto della famiglia Kim con racconti e leggende riguardanti i due leader e a una politica del terrore in cui i nemici soprattuto erano la Corea del Sud e gli americani. A Hyeonseo veniva detto che dall’altra parte del paLa ragazza dai sette nomi Hyeonseo Lee Mondadoriese le persone morivano per strada perché erano poverissimi, che i bambini erano costretti a rovistare nella spazzatura e che gli yankee americani si divertivano a picchiare la gente.

Crescendo, tutta la propaganda del Regime cominciò a starle stretta e, avendo ereditato il carattere ribelle della madre, iniziò a dubitare del suo paese perché inizia a conoscere anche il lato oscuro della società: le esecuzioni di massa in piazza a cui erano obbligati ad assistere, le denunce dei “bravi cittadini”, le impiccagioni dimostrative con i corpi lasciati appesi per settimane per le strade, il bowibu (la polizia segreta) e il banjang (il capo quartiere). Tutti conoscevano questo sistema di terrore ma allo stesso tempo ogni singola persona faceva finta di non sapere nulla fin quando non veniva toccata la propria famiglia proprio come successe a  Hyeonseo. Il  padre fu accusato di corruzione e abuso di potere e morì in ospedale dopo aver subito terribili torture.

La vita di Hyeonseo cambiò per sempre quando una fredda sera di dicembre, poco prima di compiere diciotto anni, decise di attraversare il fiume Yalu che separa Hyesan dalla proibita Cina, cercando di sfruttare il fatto che non essendo ancora maggiorenne, non avrebbe avuto pene severe come quelle riservate agli adulti (in questo caso la pena di morte) se l’avessero scoprita. Purtroppo qualcosa andò storto e sua madre la obbligò a non tornare indietro. D’ora in poi comincia la nuova vita di Hyeonseo in cui per più di dieci anni dovrà cavarsela da sola, in un paese sconosciuto, con la costante paura di essere rimpatriata e consegnata direttamente alla polizia di Pyongyang. La ragazza vivrà da clandestina cambiando nome e identità per ben sette volte (eccovi spiegato il “sette nomi” del titolo) fingendosi sino-coreana e lavorando grazie a documenti falsi. Riuscirà a ottenere la cittadinanza sudcoreana assicurandosi la salvezza? E la madre e il fratello che fine avranno fatto? Saranno stati puniti a causa della sua fuga?

Il racconto autobiografico dell’autrice è semplice e ti tiene incollato alle pagine perché vuoi sapere se ce la farà e se riuscirà a ricongiungersi ai famigliari rimasti a Hyesan. La vita di questa ragazza coraggiosa si scontra con la realtà, perché se cresci in una nazione fuori dal mondo in cui l’unica cosa che devi fare è adorare la Famiglia Kim, l’impatto con la normalità può essere traumatico. Hyeonseo conoscerà la cattiveria delle persone come chi denuncia alla polizia i fuggiaschi nordcoreani o cerca di estorcere denaro, vivrà sempre sotto copertura (e scapperà per non essere condannata a una morte certa), dovrà sempre convivere con l’ansia dell’essere sola al mondo e di non ricevere mai un abbraccio, una parola di conforto o una carezza prima di andare a dormire.

Un libro stupendo che trasmette speranza e che, come nel caso di Malala, consiglierei di far leggere nelle scuole alle nuove generazioni perché se è giusto studiare Dante Alighieri o la Grecia classica, è opportuno anche far conoscere la storia contemporanea, che aiuta a far riflettere la realtà che viviamo.

L’edizione italiana è a cura di Mondadori, abbellita da cartine geografiche in cui vengono mostrati la Corea in generale e i vari “percorsi per la libertà” fatti dai disertori nordcoreani, e un inserto fotografico personale dell’autrice.

Consigliato e promosso a pieni voti.

LINO

Pubblicato in: Manga

Ali d’argento

Come sostengo sempre, MAI fidarsi delle recensioni e dei commenti degli altri perché il proprio gusto personale può differire da quello della maggioranza, cosa che purtroppo mi accade spesso. Anche se mi parlano bene o male di un libro/ film/ fumetto, preferisco sempre lasciarmi guidare dall’istinto e di dedicarmi a una determinata opera. Tutta questa introduzione per affermare che, al contrario di tutti i commenti entusiastici letti, Ali d’argento di Ayumi Tachihara è stata una mezza delusione.

Serializzato su Shonen Champion di Akita Publishing, il volume unico di Tsubasa racconta una triste pagina di storia contemporanea dei kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Personalmente son sempre rimasto affascinato dalle storie di questo periodo storico, non perché come Miss Italia 2015 avrei voluto vivere a quei tempi (io ho studiato storia e castronerie simili non mi sognerei nemmeno a dirle per sbaglio) ma perché ritengo che quel periodo storico non si debba dimenticare facilmente per evitare errori già commessi in passato.

Daisuke Shibusawa è un caporale dell’esercito che decide di far parte di una Squadra di attacco speciale, ovvero di sacrificare la propria vita per la salvezza del Paese. Nonostante la guerra fosse agli sgoccioli (e il Giappone sapeva di averla persa), nel 1945 nacquero tante Squadre Speciali composte da uomini dell’esercito che programmavano attacchi contro le navi americane, schiantandosi con tutto il loro carico di bombe. In occidente vengono erroneamente chiamati Kamikaze ma il termine giusto è TAli d'argento Ayumi Tachihara Planet Mangaokko (contrazione del termine giapponese Tokubetsu Kohgeki Tai): un atto considerato nobile, seguito addirittura da festeggiamenti, considerato come un grande orgoglio per la famiglia che destinava il proprio figlio alla morte gloriosa. Il caporale Daisuke la prima volta scampa a questa morte per un problema al proprio aereo ma al secondo tentativo riesce nell’attacco, morendo convinto di aver salvato la madre e tutto il popolo giapponese – non ho anticipato nulla, fin dalla prima pagina si capisce che è il racconto degli ultimi giorni tormentati del protagonista.

Se da una parte viene presentata una filosofia di vita molto diversa dalla nostra, come il suicidio visto come atto di sacrificio per il bene altrui, dall’altra ho trovato l’opera molto povera di contenuti. Sette capitoli abbastanza vuoti, dove si poteva approfondire maggiormente le convinzioni che portarono questi uomini a morire per la patria oppure l’autrice poteva spiegare meglio il tormento, le paure e l’orgoglio di Daisuke. Per tutto l’arco narrativo viene presentato un personaggio abbastanza scialbo, che accenna a un rapporto con la madre rimasta già vedova (sarebbe stato interessante leggere del giorno prima della partenza per la missione), che accetta passivamente questo incarico e non fa altro che ripetere “Madre, l’ho fatto per voi” o “Madre, l’ho fatto per proteggervi” o altre frasi di autoconvincimento.

Consigliato? Non saprei perché molti l’hanno apprezzato proprio per questa sua “semplicità”. Tralasciando lo stile acerbo e scialbo della Tachihara, la postfazione di Gianluca Bevere e Keiko Sakisaka vale quasi più di tutto il manga, in cui sono spiegate il periodo storico e le valenze simboliche connesse a esso. Un vero peccato perché l’argomento è molto interessante, lontano dalle logiche occidentali dove la morte, per non parlare del suicidio, viene visto come tabù, qualcosa che non si vuole mai affrontare ma che purtroppo rimane l’unica certezza nella vita di una persona poiché tutti prima o poi scrivono la parola “fine” al proprio libro. Sarebbe stato interessante conoscere anche il tipo di propaganda che l’Impero fece per invogliare al sacrificio, il terrore psicologico innescato nella povera gente (per esempio i suicidi di massa per non diventare oggetto di violenza) e il perché, nonostante si sapesse che la guerra fosse persa, si continuava questo folle gesto di martirio. Forse l’unico merito che gli riconosco è quello di avermi incuriosito molto su questi argomenti e sulle “squadre speciali”, che approfondirò meglio con qualche libro (se ne avete da consigliarmi, scrivetemelo pure nei commenti).

LINO

Pubblicato in: Manga

La quinta camera

Molti autori giapponesi, e stranieri in generale, sono attratti dalla cultura occidentale e amano soprattutto l’Europa. L’Italia è uno dei paesi più amati dal popolo giapponese e Natsume Ono è un’autrice che ha un rapporto particolare con il nostro bel paese perché spesso ambienta le sue opere nelle nostre città (Ristorante paradiso e Kuma no interi) e opta per titoli in lingua italiana (Gente e Amato Amaro) – ha vissuto per brevi periodi in Italia e dimostra di conoscere molto bene i nostri usi e costumi.

La quinta camera è il manga d’esordio della Ono, pubblicato originariamente nel 2003 come web comic da Penguin Shobou e raccolto successivamente nel 2006 in un singolo volume da Shogakukan, casa editrice con cui ha pubblicato la sua opera più famosa Saraiya Gorou (House of five leaves), seinen storico serializzato sulla rivista Ikki, ambientato nel periodo Edo. Pubblica manga anche con lo pseudonimo di Basso, quando si tratta di manga boys love più o meno espliciti.

Gobanme no heya è uno slice of life ambientato a Bologna dove c’è un appartamento abitato da quattro uomini e una quinta camera sempre disponibile per essere affittata a studenti universitari. Massimo ha un bar ed è il proprietario della casa, Al inveLa quinta camera Gobanme no heya Natsume Onoce fa il camionista e ha un matrimonio finito alle spalle, Cele è un eccentrico fumettista e infine c’è il piccolo Luca che è un’artista di strada. Nei sei capitoli autoconclusivi che compongono il volumetto, conosceremo Charlotte, studentessa danese venuta in Italia per frequentare un corso di lingua italiana e che inciucerà con Al, l’americano Mike che segue una dieta particolare a base di patatine fritte, poi Akio, il piccolo giapponese a cui sono dedicati anche i capitoli extra sulle festività del Natale e del Capodanno e Brooke, sceneggiatrice americana.

I quattro ragazzi vivranno insieme fino a quando saranno costretti a separarsi per vari motivi: *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° Anna, la fidanzata di Massimo, aspetta un bambino. Lui le chiede di sposarla e vivranno nell’attuale appartamento che condivide con gli altri tre ragazzi. Cele accetta la proposta di lavoro come insegnante in una scuola di fumetto a Roma, Luca si trasferisce in Sicilia e Al (anche se viene detto esplicitamente) andrà a convivere con Charlotte *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Il manga non brilla per grandi colpi di scena e presenta una storia “genuina” tipica del genere, però durante la lettura si avverte un bel senso di calore domestico, di tranquillità e di quotidianità di questo strano gruppo di coinquilini. Massimo e i suoi amici sono tutti molto diversi fra loro e come in una grande famiglia, ci sono i litigi ma allo stesso tempo ci si aiuta a vicenda, e la cosa più importante è che alla fine ci si vuole bene anche se non si dice apertamente.

L’edizione italiana è a cura di J-Pop Edizioni che per la stampa non usa il classico bianco e nero ma una variante del marrone (lo chiamerei l’effetto seppia delle nostre fotocamere) che dona anche un po’ di malinconia al volume.

Consigliato? A me è piaciuto molto ma non so se tutti potrebbero apprezzarlo per vari motivi: il primo è il genere che non è apprezzato da tutti perché lo slice of life può cadere nell’errore del “non dire nulla”; il secondo motivo è lo stile dell’autrice, lontano dai disegni curati di molte sue colleghe, preferendo tavole poco curate nel dettaglio con personaggi dalle anatomie solamente abbozzate, anche se c’è da ammettere che fa parte del suo essere alternativo.

Purtroppo non sono mai arrivate altre opere di Natsume Ono e/o Basso in Italia sia perché una leggenda (in casa degli ex Kappa Boys) narra che l’autrice non voleva essere pubblicata nel nostro paese sia perché non è un “nome” che ha lo stesso appeal di un qualsiasi autore di shonen o shojo di basso spessore (ma di grande successo commerciale).

LINO

Pubblicato in: Cinema

Città di carta

“A Margo piacevano così tanto i misteri che alla fine lo è diventato anche lei.”

Ammetto di essere andato al cinema a vedere Città di carta con molta diffidenza per i troppi elementi in comune con l’adattamento cinematografico di un altro libro di John Green: Colpa delle stelle (The fault in our stars) non mi è piaciuto molto perché si è presentato come il solito polpettone drammatico adolescenziale visto e rivisto. Inoltre i miei dubbi erano alimentati sia dagli sceneggiatori (sempre il duo Neustadter e Weber) sia per l’attore principale Nat Wolff, già visto nella precedente pellicola nei panni di Isaac, l’amico cieco.

Quentin Jacobsen (Nat Wolff) è il classico secchione a cui piace studiare – il suo sogno è di diventare un medico – e divide il suo tempo con gli amici di sempre Ben (Austin Abrams) e Marcus (Justice Smith). Fin da piccolo Quentin ha una cotta per la sua viCittà di carta Paper Towns John Green Cara Delevingne Nat Wolffcina di casa Margo Roth Spiegelman (Cara Delevingne), vecchia compagna di giochi che crescendo si è allontanò da lui, diventando l’idolo della scuola per il suo essere bella e misteriosa. Una notte, poco prima della Cerimonia del Diploma, Margo entra in camera di Quentin attraverso la finestra e gli chiede di aiutarla in una piccola vendetta contro il suo ragazzo che andava a letto con una delle sue migliori amiche e tutti gli altri che lo sapevano ma preferivano restare zitti. Trascorsa la notte di follia, Quentin crede che tutto ricomincerà e che la sua love story finalmente avrà un happy ending ma Margo è scompare. Quentin, non crede che sia scappata per attirare l’attenzione della gente e, con l’aiuto di Ben e Marcus, inizia a cercarla attraverso degli indizi lasciati da lei stessa. Inizia così una caccia al tesoro che porterà i tre amici a passare molto tempo insieme prima di separarsi definitivamente per andare al college e a un viaggio on the road alla ricerca di Margo che ha trovato la sua città di carta

Vi aspettate un bell’happy ending? Non ne sarei così sicuro perché il personaggio interpretato da Cara Delevingne è uno di quelli che odi per il suo essere abbastanza… psicopatico! Penso che sia una delle ragazze più odiose nella mia classifica personale di personaggi femminili, avvicinandosi al mio odio personale per Joey Potter (Katie Holmes) in Dawson’s creek e Marissa Cooper (Mischa Barton) in The O.C. XD Inoltre Quentin riuscirà a trovarla o l’ha persa per sempre? Andate al cinema e lo scoprirete! – preferibilmente in orari in cui ci siano ragazzine piene di ormoni (con cui ho litigato in sala perché non stavano mai zitte), che quando Ansel Elgort (Gus di Colpa delle stelle) appare per un piccolo cameo, iniziano a urlare e a battere i piedi per l’emozione…

Distribuito dalla 20th Century Fox, per la regia di Jack Schreirer, Paper Towns mi ha piacevolmente sorpreso perché è (erroneamente) presentato come un film d’amore per teenager, che cerca di sfruttare la scia dell’amore sfortunato di Hazel e Gus, ma in realtà è un film che parla soprattutto del valore dell’amicizia e dell’importanza di essere se stessi. Il viaggio viene usato come metafora di vita e di crescita: i ragazzi partono per cercare Margo ma in realtà finiscono per rendersi conto di essere cambiati, di essere cresciuti, di avere sogni e aspirazioni diversi, senza però tradire la propria amicizia. Per la cultura americana, il college rappresenta il passaggio dall’infanzia all’età adulta, in cui i ragazzi lasciano la propria casa e tutto il resto per costruirsi un futuro. Quentin, Ben e Marcus andranno in università diverse e non si vedranno per tanto tempo ma quel legame che li lega dall’infanzia, la sincerità e la bellezza dell’amicizia, riuscirà a sopravvivere anche a quest’altra prova della vita.

Consigliato? Assolutamente sì, a metà fra un road movie e un racconto di formazione, assistiamo a una caccia al tesoro dove la principessa non vuole essere né salvata né trovata. E il cavaliere che farà? Forse ha capito che ha perso tempo a dare troppa attenzione alla dama sbagliata. 😉

LINO