Avevano spento anche la luna

Dopo mesi di silenzio, ma soprattutto il giorno dopo la Festa delle Donne, perché non tornare a scrivere sul blog dopo più di sei mesi di silenzio con la recensione di un libro che mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine? Avevano spento anche la luna, romanzo d’esordio di Ruta Sepetys, porta alla luce una (delle tante) pagine di storia dimenticate dai libri scolastici ovvero la deportazione delle popolazioni baltiche nei gulag sovietici, ma soprattutto parla di donne e della loro forza nella vita.

Between Shades of Gray è una storia di fantasia ma fortemente biografica perché l’autrice, nata a Detroit ma figlia di rifugiati lituani, ha raccolto le diverse testimonianze di sopravvissuti attraverso due viaggi fatti nella terra natia: l’orrore inizia nel 1940 quando l’Unione Sovietica occupa Lituania, Lettonia ed Estonia, e vengono stilate delle liste di nomi di persone ritenute pericolose dal Cremlino. I soggetti iscritti in questi elenchi erano soprattutto intellettuali e politici contro il regime come professori universitari, avvocati, medici e artiAvevano spento anche la luna Ruta Sepetys Garzantisti, che furono costretti ad abbandonare le loro case per vivere dai dieci ai quindici anni in campi di lavoro in Siberia, stipati in treni affollati e costretti a giorni di viaggio senza sosta.

Lina Vilkas vive a Kaunas in un ambiente intellettuale vivo grazie a dei genitori amanti della cultura che la spingono ad assecondare la propria inclinazione d’artista tramite il disegno e la sua grande passione per Edward Munch. La notte del 14 giugno 1941 cambierà totalmente la sua vita: Lina, insieme al fratello Jonas e alla madre Elena, è sulla lista nera solo perché Kostas Vilkas, il padre, è il rettore dell’Università ed è considerato come un nemico di Stalin. L’NKVD, la polizia segreta sovietica, irrompe in casa loro e li costringe a lasciare tutto, caricandoli insieme a tanti sospetti in camion diretti alla stazione ferroviaria. Inizia un lungo viaggio che li porterà fino a Trofimovsk (Polo Nord), passando dai monti Altaj alla Siberia, per una prigionia che durerà dodici anni.

Un racconto crudo fatto attraverso gli occhi di un’adolescente che non capisce il motivo di essere privata della sua normalità, con un tono arrabbiato e impulsivo come la sua età ma allo stesso tempo pieno di speranza e di dignità. Lina proverà a non farsi risucchiare dal vortice della disperazione che la circonda ma viene provata dalla fame, dalle morti improvvise dei compagni di viaggio, dalla tirannia di uomini senza moralità, ma non perderà mai la lucidità affidandosi all’arte, cercando di documentare tutto il viaggio attraverso i suoi disegni, in modo di lasciare traccia di sé e farsi ritrovare dal padre.

Perché si parla di donne in questo romanzo? Perché sono loro il vero motore della resistenza all’orrore subito: Lina, Elena, la maestra Grybas, Janina e le altre si danno forza e tengono testa in onore dei mariti che sono misteriosamente scomparsi e deportati con un altro treno, rifiutando di firmare un’autodenuncia in cui si sarebbero condannare a venticinque anni di lavori forzati.

Un libro che non lascia indifferenti, dimostrato anche dal grande successo avuto a livello internazionale che l’ha portato a essere tradotto in più di ventotto paesi, in Italia è stato tradotto da Garzanti che ha pure pubblicato Ci proteggerà la neve (Salt to the sea), incentrato su Joana, l’amata cugina a cui Lina scriveva sempre lettere, che scappa con la famiglia in Germania.

Piccola curiosità: curiosando sul web ho trovato l’adattamento cinematografico del libro intitolato Ashes in the snow, diretto da Marius A. Markevicius, con Bel Powley nei panni di Lina, attrice britannica già vista in Diario di una teenager (The diary of a teenage girl) e Una notte con la regina (A royal night out). Purtroppo non ci sono molte notizie a riguardo. Peccato 😦

Libro consigliato!

LINO

Immanuel Casto: Da grande sarai fr**io

Al mio primo ascolto ho pensato: “Immanuel sei un fott**o genio!” e ammetto di aver avuto un po’ la pelle d’oca perché questa canzone che si presenta con un titolo provocatorio in realtà è un inno al coming out per la comunità LGBT.

Spesso quando si legge qualcosa inerente a Immanuel Casto, ci aspettiamo che si tratti di una delle sue “porcate” che conosciamo (…e che ci piacciono!), ma stavolta non è così perché il Re del porn groove mi ha piacevolmente sorpreso! Da grande sarai fr**io, l’ultimo singolo scritto con Fabio Canino, non è una canzone nata per divertire ma per fare riflettere, ed è pure il secondo singolo di The Pink Album, ultimo lavoro discografico che sarà disponibile dal 25 settembre.

Messi da parte gli espliciti riferimenti sessuali a cui ci ha abituato in molti singoli, in questa ballad elettropop Casto s’impegna raccontando la storia di accettazione comune a tante persone, iniziando proprio dall’infanzia – Attenzione! Gender! Propaganda Gender! 😄 non ditelo ad Adinolfi e alle Sentinelle in piedi! 😄 – in cui un bambino è se stesso, ignaro del mondo dei pregiudizi degli adulti. Crescendo imparerà che la vita per lui non sarà una passeggiata perché spesso sarà considerato come un“diverso” ma Immanuel lo rassicura dicendogli che c’è passato pure lui.

Il video è molto semplice, con il cantautore che recita in vari ruoli del mondo omosessuale come il nerd, il bear barbuto, il fighetto fino ad arrivare al suo alter ego drag. Io non voglio aggiungere altro a parte ribadire la mia ammirazione per questa canzone e lasciarvi con il video e il testo della canzone!

TESTO

“È palese a tutti, è una pura ovvietà / inutile negarlo, lo sa anche il tuo papà / danzi in cameretta con la tua manina al vento / l’ho capito al volo, mi è bastato un momento.

Da grande sarai fr**io / è scritto nelle stelle / il dolore arriva ma tu tanto sei già diva.

Da grande sarai fr**io / ma non si può dire / oggi a Pordenone nasce un piccolo busone.

Cresci, sogna, balla e canta / cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Col tuo grembiulino stirato e perfetto / con un poster di Justin Bieber sul tuo letto / e ripensi a lui poco prima di dormire / lo scrivi sul diario e cambi il nome al femminile.

Da grande sarai fr**io ma tanto gay è bello / dai libero sfogo a quell’istinto ricchioncello

Da grande andrà meglio ma tu ancora non lo sai / piccolo uranista non fermarti mai.

Cresci, sogna, balla e canta / Cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

E ti chiedi perché / se ne accorgono tutti / tutti tranne te /e imparerai che / per nascondere il dolore basta un po’ di correttore.

Conosci a memoria tutti i programmi tv / guardi tutto tranne il calcio, tuo papà non ne può più / come reagirà quando dopo cena / gli dirai che per Natale tu vuoi Barbie Sirena?

Da grande sarai fr**io e lo stai per scoprire / fidati di me può far paura da morire / ma non stare zitto in un paese che t’ignora /esci allo scoperto quando verrà l’ora.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / ci sono passato.”

LINO

Poco raccomandabile

Amo le storie che traggono ispirazione da fatti realmente esistiti perché m’incuriosiscono e spesso vado a cercare maggiori informazioni se non conosco il trema trattato. È il caso di questa graphic novel francese di Chloé Cruchaudet che affronta questioni importanti come l’identità di genere e la sessualità in un periodo storico difficile come quello del Primo Novecento europeo.

La trama di Poco raccomandabile è ispirata al libro La garçonne et l’assassin: Historie de Louise et de Paul, déserteur travesti, dans le Paris des années folles di Fabrice Vigili e Danièle Voldman, l’autrice riesce a dar vita a una bande dessinée di forte impatto che ha conquistato anche il Festival di Angoulême vincendo il Prix du Public Cultura ma soprattutto conquistando il Grand Prix de la Critique dell’ACBD (Association des journalistes et critiques de bande dessinée) nel 2014.

Vi metto già in guardia: la recensione contiene tanti spoiler quindi se non volete rovinarvi la sorpresa, non continuate oltre. In caso contrario… buona lettura!

Mauvais genre racconta la tormentata storia d’amore fra Louise Landy e Paul Grappe, dal loro primo incontro nella Paris della Belle Époque alla distruzione finale della relazione sentimentale. Paul e Louise sono due ragazzi che si conoscono in un locale e fra un ballo e una passeggiPoco raccomandabile Chloé Cruchaudet Coconino Pressata, nasce la passione che li spinge al matrimonio. Purtroppo i due sposini non possono godersi le gioie della nuova vita coniugale perché Paul è costretto a partire per il fronte dove verrà a contatto con l’orrore della guerra di trincea. Dopo aver escogitato un trucco per evitare il campo di combattimento (provocandosi infezioni a un dito tagliandoselo da solo), gli viene comunicato che dovrà ritornare al fronte ma nella notte Louise aiuta il marito a scappare dall’ospedale militare, trovando rifugio in una camera d’albergo dove dovrà vivere in clandestinità per evitare la fucilazione. Grazie all’aiuto della moglie, che lo trucca e gli insegna nozioni base di femminilità, Paul diventa Suzanne, presentata ufficialmente come la coinquilina di Louise.

Suzanne trova lavoro come sarta nella stessa azienda di Louise e se all’inizio il travestimento è una necessità per sopravvivere, pian pianino la sua nuova personalità inizia a impossessarsi del vecchio Paul: Suzy è in realtà il vero Paul?  Lo squilibrio psicologico del protagonista diventa maggiore quando il suo alter ego femminile diventa la regina del Bois de Boulogne, un bordello a cielo aperto dove libertini e persone alla ricerca del brivido facile, spesso dell’Alta società, cercavano esperienze sessuali di tutti i tipi. In questo turbinio di droga e sesso, Paul-Suzy trascina pure Louise, per farle vedere cosa vuol dire essere una donna moderna nella Parigi folle degli anni venti, finendo però a essere geloso di lei.

Dieci anni dopo la fine della guerra arriva l’amnistia per i disertori, Paul può riappropriarsi della sua identità maschile e abbandonare i panni di Suzanne. Ma la regina della seduzione, l’essere più ambito del Bois e colei che è una donna ma allo stesso tempo un uomo capace di soddisfare ogni appetito sessuale, è più forte del vecchio Paul. La povera Louise si era già accorta della metamorfosi del marito, però ha sempre ignorato tutto perché era convinta che s’immedesimasse troppo nella parte per non essere scoperto. La crisi d’identità e l’alcolismo portano Paul alla pazzia, fin quando Louise mette fine allo strazio del marito: durante una delle sue allucinazioni, prende una pistola e gli spara. La donna non finirà mai in carcere perché il reato viene considerato come legittima difesa ma soprattutto perché Louise è incinta.

Quella di Paul Grappe è una storia amara, uno scherzo (quello del travestimento) nato per gioco ma finito in tragedia. L’uomo è rimasto vittima di se stesso e delle orribili esperienze vissute in guerra, così traumatizzato dall’orrore della vita in trincea da incominciare un cammino verso l’oblio. Le cicatrici della durezza del Primo Conflitto Mondiale vanno a intersecarsi con la confusione di genere perché se da una parte Paul si sente uomo e non vuole essere considerato come un omosessuale, dall’altra, interpretando per ben dieci anni la parte di Suzanne, finisce così tanto per immedesimarsi in lei che quando ha l’occasione di ritornare alla normalità, non è felice perché  si sente privato di qualcosa. Lo smalto, il rossetto e tutti gli accessori femminili diventano un’ossessione della quale non può fare a meno: essere Suzanne è una rinascita. È una persona totalmente diversa da quella che doveva servire la patria, lei è la regina del peccato, una persona di potere, diventando “qualcuno”. Non si capisce chiaramente se la sua sofferenza finale sia data dal suo non poter più essere Suzanne o dai frequenti stati di allucinazione che lo assillavano, però il processo di autodistruzione è un’esperienza che accomuna molte persone che non si trovano a proprio agio nel corpo che la natura gli ha dato.

Chloé Cruchaudet ci racconta la sofferenza di quest’uomo in modo crudo, quasi freddo e senza girare troppo intorno alle questioni, disegnando una storia poco romanzata ma bella perché vera. Lo stile delle pagine è stupendo, con illustrazioni che sembrano degli acquarelli nelle quali prevalgono solo il colore nero e tutte le sfumature del grigio. È una scelta voluta perché non viene rappresentata la Ville Lumière della Belle Époque fra champagne, can-can e teatri, ma viene messa in scena una Parigi buia, cupa, triste, al limite fra la normalità e le perversioni nascoste della notte.

Questa meravigliosa bande dessinée si trova in italiano grazie a Coconino Press, marchio di Fandango editore, e ve la consiglio tanto, soprattutto se volete una lettura di uno certo spessore narrativo.

LINO

Stay weird, stay different

Se nell’ottantasettesima edizione degli Oscars i due film ad aver vinto più statuette sono stati Birdman di Alejandro González Iñárritu e The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, il vero protagonista è stato Graham Moore.

Il giovane sceneggiatore è stato premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per The imitation game poiché il film è basato sulla biografia Alan Turing: The Enigma scritta da Andrew Hodges (in Italia Alan Turing – Storia di un enigma, pubblicato da Bollati Boringhieri).

Su tutti i principali mezzi d’informazione si parla del discorso tenuto nel momento della premiazione, un momento in cui si rivendica la propria diversità e la libertà di essere se stesso.

Un inno riassumibile in: STAY WEIRD, STAY DIFFERENT.

Emozionante.Graham Moore Stay weird stay different Oscars 2015

Alan Turing non è mai stato su un palco guardando tutte queste facce incredibilmente attraenti.

Io sì, e questo credo sia la cosa più ingiusta che abbia mai sentito.

Quindi voglio usare questo poco tempo per dire questo:

quando avevo sedici anni ho tentato il suicidio perché mi sentivo strano, diverso e mi sentivo come se non appartenessi a niente.

E ora sono qui davanti a voi e vorrei che questo momento sia dedicato a quel ragazzo che là fuori si sente strano, diverso, che si sente fuori posto ovunque.

Puoi farcela.

Prometti a te stesso di farcela.

Siate strani, siate diversi

E quando sarà il vostro turno di stare su questo palco, per favore, lasciate questo messaggio al prossimo che verrà dopo di voi.

Grazie mille.”

LINO

Enigma: la strana vita di Alan Turing

In quest’ultimo anno ho sentito parlare molto di Alan Turing, noto matematico e crittografo inglese, conosciuto a livello mondiale per essere il padre dell’intelligenza artificiale. Nel 2014 è stato riportato al cinema dal regista Morten Tyldum nel film The imitation game, in cui Benedict Cumberbatch interpreta lo scienziato, concentrandosi sul periodo del secondo conflitto mondiale e in particolare sulla decodifica del sistema Enigma.

Qualche anno prima, Tuono Pettinato e Francesca Riccioni rimettono sotto i riflettori la vita di Alan Turing nel meraviglioso graphic novel Enigma – La strana vita di Alan Turing, pubblicato da Rizzoli Lizard, che sarà perfino dato alle stampe in Giappone da Kodansha – cosa molto rara dato che i giapponesi sono molto “chiusi” verso il fumetto occidentale e spesso creano degli adattamenti-manga di opere che provengono da confini lontani dai propri.Enigma la strana vita di Alan Turing

Fin da piccolo, Alan era un ragazzino diverso dagli altri per sensibilità e per intelligenza. La scuola fu un luogo di prigionia e sofferenza in cui non andava d’accordo con i suoi compagni di classe, i professori lo vedevano come un pericolo per la loro reputazione (Turing era in grado di superarli nei calcoli e nell’elaborazione di teorie) e non amava gli studi letterari, che ai suoi tempi andavano per la maggiore. L’unica cosa che rallegrò gli anni a Sherborne fu l’amicizia, e primo amore, per Christopher Morcom con cui passava il tempo parlando di scienza. Chris lo lasciò per frequentare il Trinity College, nel quale poi Alan avrebbe voluto tentare l’esame di ammissione per raggiungere l’amico, ma i suoi piani furono distrutti dalla morte improvvisa di Christopher per tubercolosi.

“Forse un amico artificiale, con il suo pensiero elementare, potrà capirmi meglio di quanto non abbiano fatto gli umani, distratti da preconcetti, formalità, convenienze sociali che non hanno alcuna logica di esistere.”

Turing, crescendo, sentì sempre più il peso della sua personalità diversa e, nonostante la piena consapevolezza della propria omosessualità, non riuscì a entrare in quei salotti universitari semiclandestini diffusi al King’s College, in cui poeti e giovani intellettuali s’incontravano per condividere gli stessi interessi (erano gli stessi anni in cui E.M. Forster leggeva di nascosto il suo romanzo-capolavoro Maurice). Si laurea con il massimo dei voti a Cambridge nel 1934, pubblica l’articolo On computable numbers con cui diede vita alla famosa macchina di Turing e nel 1936 vola oltreoceano per studiare alla Princeton University dove entrò in contatto con personalità importanti come John Von Neumann e Albert Einstein.

Due anni dopo, nel 1938, Alan abbandona New York e ritorna in un’Europa in cui soffiavano venti di guerra a causa dell’ascesa del Nazismo: tutte le sue capacità matematiche furono messe al servizio del governo di Londra, soprattutto per decifrare il sistema Enigma, e diventò membro del Bletchley Park. Con la fine della guerra, Turing tornò alla vita normale, ricominciando a insegnare e concentrando i suoi studi sul rapporto fra uomo e macchina: si domandò se quest’ultima potesse realmente pensare e quindi avere un’intelligenza artificiale, utilizzando gli schemi del cervello umano e prendendo spunto dal gioco dell’imitazione.

Nonostante il grande contributo alla scienza, nell’Inghilterra degli anni cinquanta non c’era spazio per una personalità ingenua come la sua, soprattutto con una sessualità diversa dalla norma. Dopo aver denunciato il suo amante Arnold Murray per furto nella propria abitazione, nel 1952 Turing fu condannato per omosessualità e costretto alla castrazione chimica (la somministrazione di estrogeni lo resero impotente, portandolo anche allo sviluppo della ginecomastia).

“È questa l’umanità alla quale ho votato la mia ricerca? Sono stato un agnello in un branco di lupi e ho perso ciò che avevo di più caro.”

Avvilito dal vivere in un corpo che non era suo, da una società che si era dimenticato tutto il suo contributo alla scienza per delle stupide convenzioni morali, l’8 giugno del 1954 arriva al tragico epilogo: Alan Turing si suicida in modo teatrale rievocando la fiaba di Biancaneve e i sette nani. Lo scienziato era ossessionato dal film Disney uscito nel 1938, tanto che decise di ingerire una mela imbevuta di cianuro e cadere nel famoso sonno profondo della principessa. Se il verdetto finale ha dichiarato che la morte di Turing sia avvenuta per un suicidio in un momento di squilibrio mentale, in molti pensano che sia stato indotto alla morte dai servizi segreti britannici perché era diventato un personaggio scomodo.

A me piace pensarla come gli autori della graphic novel ovvero che Alan, dall’animo melodrammatico, ingerì la mela della strega cattiva e aspettò il principe, che con un bacio lo risvegliò. L’amato Christopher, scomparso prematuramente, che arriva su un cavallo e lo porta a vedere la nebulosa di Andromeda

Questo fumetto è promosso a pieni voti e consigliato a tutti perché può piacere a una vasta fetta di lettori. Ha una parte scientifica spiegata nel dettaglio ma allo stesso tempo è una biografia a fumetti in cui viene raccontata la vita e le scoperte di un importante scienziato, che però prima di tutto è un uomo, con i suoi sentimenti, le sue debolezze e le sue emozioni. La fragilità di un uomo, distrutta definitivamente da un’omofobia sociale che tenta di cancellare progressi importanti per adattarsi in un’ideologia medievale.

LINO

La teoria del tutto

“Per quanto possa essere dura la vita… finché c’è vita, c’è speranza!”

Lo scorso sabato sono ritornato al cinema dopo mesi di assenza e mi sono dedicato a un film “impegnato” che mi è piaciuto tantissimo: La teoria del tutto, film biografico su Stephen Hawking. Il film del regista James Marsh non è un soggetto originale ma l’adattamento cinematografico del libro Verso l’infinito (Travelling to infinity: my life with Stephen) di Jane Wilde Hawking, ex moglie dello scienziato. Ammeto che avevo paura di trovarmi davanti a un film noioso, che si focalizzasse troppo sull’aspetto scientifico e soprattutto sulla fisica, ma sono stato piacevolmente sorpreso, soprattutto per l’interpretazione dei due attori protagonisti.

Stephen Hawking (Eddie Redmayne) è un giovane studente appassionato di cosmologia e studia nella prestigiosa Università di Cambridge dove, con un altro piccolo gruppo di studenti, cerca l’equazione per spiegare come sia nato l’universo. Nonostante si dedichi anima e corpo nello studio, c’è tempo pure per l’amore e a una festa universitaria conosce colei che sarà la compagna di tutta la sua vita: Jane Wilde (Felicity Jones), studentessa di Lettere con specializzaLa teoria del tutto The theory of everythingzione in francese e spagnolo. I due ragazzi sono totalmente diversi perché se Jane è la classica brava ragazza, di buona famiglia e con una grande fede religiosa, Stephen conduce una vita più disordinata, libera e considera la cosmologia come la sua religione – “La cosmologia è la religione per atei intelligenti”. La loro storia d’amore evolve positivamente fino alla comparsa della malattia degenerativa che condizionerà per sempre la vita di Stephen: durante un ricovero ospedaliero, gli viene diagnosticata l’atrofia muscolare progressiva, malattia neurologica che è anche una rara forma della malattia del motoneurone. Jane non si fa condizionare dalla malattia del compagno e sposa Stephen, creando una famiglia con ben tre figli e assistendo il marito fino al crudele destino che lo costringerà sulla sedia a rotelle e alla perdita dell’uso della parola. Se Stephen cerca la teoria sull’origine e sulla fine dell’universo, Jane inizia a sentirsi stanca di quella vita di soli sacrifici e trova conforto nel coro della chiesa dove conosce Jonathan (Charlie Cox), l’insegnante di musica. Dopo varie vicende più o meno dolorose, Stephen decide di lasciare Jane e di proseguire il lavoro di ricerca con Elaine, ma anni dopo si rincontreranno alla cerimonia in cui la Regina Elisabetta onorerà Stephen con il titolo di Cavaliere dell’ordine britannico.

The theory of everything è un film che riesce a integrare perfettamente romanticismo, verità storica e scienza, senza mai risultare pesante, colpendo al cuore: non si può rimanere indifferenti alla forza di volontà di un uomo che non vuole lasciarsi sconfiggere dalla malattia, senza fermarsi mai nello studio, ma allo stesso tempo  non si può non dimenticare il ruolo importante della moglie, che sacrifica la sua vita in nome dell’amore e della scienza, tenendo in piedi una famiglia intera sulle proprie spalle e vivendo una vita che non si era immaginata. Le interpretazioni di Eddie Redmayne e Felicity Jones sono coinvolgenti, con una forte espressività e grande pathos, insomma… da Oscar!

Presentato al trentaduesimo TFFTorino Film Festival, Il film è candidato a cinque Premi Oscar – miglior film, miglior attore protagonista, migliore attrice protagonista, migliore sceneggiatura non originale e migliore colonna sonora – e ha già vinto due Golden Globe per l’attore protagonista e la colonna sonora.

Consigliato? Sì, senza dubbio! L’amore di questa coppia è qualcosa che scalda il cuore e dona speranza anche a chi è pessimista e non crede che possano esistere sentimenti così forti.

LINO

Io sono Malala

“Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino e una penna possono cambiare il mondo.”

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, Malala Yousafzai parla davanti ai delegati delle Nazioni Unite, considerati come i “grandi” della terra, a New York, per affermare il concetto principale della lotta che porta avanti da quando era bambina:

“L’istruzione non è né occidentale né orientale, è un diritto umano”

Ieri ho appreso con molto piacere che la giovane Malala ha ricevuto il Premio Nobel per la sua lotta contro la repressione dei bambini e dei giovani e per il diritto all’istruzione per tutti i bambini, insieme all’attivista indiano Kailash Satyarthi.

Malala è una ragazza pashtun che ha dovuto abbandonare la Valle dello Swat a causa del regime talebano che voleva zittirla a tutti i costi solo per aver gridato al mondo, attraverso il suo blog, il suo desiderio di poter leggere e studiare: a quindici anni si becca tre proiettili in volto da un uomo sull’autobus che la riportava a casa. La giovane ragazza miracolosamente sopravvive all’attentato e con la famiglia è costretta a trasferirsi a Birmingham, dove continua i suoi studi e comincia una nuova vita lontana dalla sua amata terra.

I am Malala è una biografia scritta in collaborazione con la giornalista Christina Lamb, in cui la protagonista racconta la storia del suo paese cominciando dalla giovinezza del padre e dalla situazione antecedente al regime talebano: la fatica del padre per studiare, un governo instabile e corrotto, il sogno paterno di costruire una scuola per tutti, il matrimonio dei genitori e infine la nascita di quella bambina che sarebbe diventata una voce fuori dal coro.

Quando nacque Malala fu un giorno triste. Per i pashtun, quando nasce una femmina non è mai un’occasione festeggiare perché se quando viene al mondo un mIo sono Malala Biografia di Malala Yousafzai e Christina Lambaschio tutti escono per strada e sparano in aria per il buon evento, le bambine vengono messe da parte fin dalla più tenera età perché tanto loro saranno solo delle brave mogli. Ma il padre non vuole considerarla solo come una futura casalinga di proprietà di un uomo e già dalla scelta del nome, sembrerebbe darle un destino diverso: Malala come Malalai di Maiwand, l’eroina afghana che con altre donne, si recò sul campo di battaglia per combattere l’occupazione britannica insieme ai suoi colleghi uomini.

Come mai una ragazzina fa così paura ai talebani? Come può essere considerata così pericolosa una sola voce femminile in un mondo riservato solo agli uomini? Di certo Malala non aveva paura di dire quello che pensava facendo nomi e cognomi, citando versetti del Corano e criticando alcune interpretazioni del testo sacro usate da alcuni predicatori per proprio interesse personale. Sotto falso nome, decide di aprire un blog in lingua urdu per la BBC per sensibilizzare anche l’opinione straniera sulla situazione di violenza a cui erano sottoposte lei e tutte le donne: non potevano uscire, non potevano studiare, non potevano parlare, non potevano far nulla se non cucinare e allevare figli. In poche parole alle donne era proibito perfino respirare rumorosamente, per non dire che dovevano ringraziare gli uomini se fossero ancora in vita. Malala e alcune amiche non si sottomettono al volere di questi barbari che vogliono instaurare una dittatura teocratica, e continuano la loro lotta silenziosa andando a scuola di nascosto e continuando una vita apparentemente normale.

La biografia colpisce per il racconto semplice di una ragazzina che vuole vivere una vita uguale a quella delle sue coetanee occidentali, a cui non viene proibito di leggere libri e libere di mettersi uno smalto colorato sulle unghie – una bambina di dodici o tredici anni è uguale in qualsiasi parte del pianeta, si emoziona guardando la storia d’amore fra un’umana e un vampiro in Twilight o ascoltando la musica di Justin Bieber, peccato che queste cose che per noi sembrano banali, lì diventano una trasgressione se non un peccato mortale.

Io sono Malala è uno di quei libri che farei leggere nelle scuole italiane come testimonianza di storia contemporanea, che fa riflettere ma soprattutto ci ricorda che nel mondo ad alcune persone ancora mancano i diritti fondamentali. L’edizione italiana di Garzanti è fatta molto bene e comprende anche la cartina geografica, le note storiografiche, il glossario e i saggi scritti dopo agli eventi narrati nella biografia.

Emozionante e pieno di sentimento, Malala ci chiede però di non ricordarla come “la ragazzina a cui spararono i talebani” ma come “la ragazzina che ha lottato per l’istruzione”.

CONSIGLIATO 🙂

LINO