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Il DDL Cirinnà spiegato a tutti (capre comprese)

In questi giorni ho letto tante cavolate sul DDL CIRINNÀ inventate da alcuni personaggetti famosi come Mario Adinolfi, Alessandra Mussolini, Roberto Formigoni, Matteo Salvini e amichetti vari, che cercano di fare una propaganda sbagliata utilizzando argomenti che non rientrano nel disegno di legge.

Ho deciso di fare un post molto semplice, comprensibile a TUTTI, per spiegare questo contestatissimo DDL anche alle capre che fanno finta di non capire. Il Decreto Legislativo della Senatrice Monica Cirinnà si basa due concetti principali:

  1. Unione Civile
  2. Stepchild Adoption

Due persone maggiorenni (per lo Stato Italiano devono aver compiuto il diciottesimo anno di età) consenzienti possono costituire un’unione civile, ovvero un rapporto di convivenza legato da vincoli affettivi ed economici, indipendentemente dal sesso biologico dei membri della coppia. Non ha la stessa valenza di un matrimonio ma la coppia acquisisce dei diritti e dei doveri nei confronti del proprio partner, come la mutua assistenza o diritti naturali di eredità in quanto coniuge, costruendo una famiglia a tutti gli effetti. È giusto parlare di unione perché è un legame di affetto reciproco fra due persone, ma il termine matrimonio non c’entra nulla con questo tipo di rapporto perché è una parola specifica che indica l’istituto giuridico (o il sacramento) con cui si legalizza l’unione fra un uomo e una donna che diventano rispettivamente marito e moglie. Basta conoscere la lingua italiana per capire che nel Testo Cirinnà si parla SOLO di unioni civili e NON di matrimonio gay. Semplice, no?

Il secondo punto è quello che fa incavolare tutti quegli ipocriti sostenitori della famiglia tradizionale e di eventi stupidi come il Family Day, ovvero la stepchild adoption che, tradotto letteralmente dall’inglese, significa “adozione del figliastro”. È semplicemente la possibilità per la persona convivente di poter adottare il figlio biologico del proprio partner. Non si parla di adozioni in orfanotrofio da parte di coppie omosessuali o di pratiche che sono vietate dal nostro ordinamento, ma è un’ulteriore tutela per il cittadino minorenne: qualora il genitore biologico venisse a mancare improvvisamente, il/la compagno/a diventa il suo tutore legale. NON vengono menzionati l’utero in affitto, i donatori di sperma anonimi, la procreazione assistita, la maternità surrogata o altro. Che piaccia o no è già famiglia

Perché essere contrari a un disegno di legge semplice, innocuo e quasi ovvio per una società civile e moderna come la nostra? Non c’è nessun pericolo: i rapporti eterosessuali continueranno a esistere, così come le famiglie tradizionali – quei bei nuclei in cui regna l’amore e tutti i suoi componenti si mettono a far colazione cantando a tavola, magari dentro a un mulino con le galline che girano per la cucina. Nessuno ha il diritto di creare famiglie di serie A e famiglie di serie B perché una famiglia è semplicemente un gruppo di persone legate fra loro da un rapporto di convivenza, di parentela e di affinità, che costituisce l’elemento fondamentale di ogni società, definizione in cui non è specificato nessun sesso in particolare.

Se Lilo spiega all’extraterrestre Stich cosa vuol famiglia – “Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato” – concludo prendendo spunto da questa citazione esprimendo il mio totale sostegno al DDL CIRINNÀ perché la famiglia è prima di tutto il luogo dell’amore, il posto in cui ti senti al sicuro, il legame che ti fa sentire parte di qualcosa più grande di te.
LINO

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Pubblicato in: Libri

La ragazza dai sette nomi: la mia fuga dalla Corea del Nord

“Lasciare la Corea del Nord non è come lasciare un qualsiasi altro paese. È come lasciare un altro universo. Per quanto possa spingermi lontano, non sarò mai del tutto libera dalla sua forza di gravità.”

Testimonianze come quella di Hyeonseo Lee sono preziose perché ti consentono di aprire gli occhi su realtà molto diverse dalle nostre tanto da pensare che non esistano nel nuovo millennio. The girl with seven names è il racconto della fuga di una giovane ragazza dalla Corea del Nord, paese in cui vige tuttora la dittatura, nazione in cui il popolo è abbandonato nella propria ignoranza, usata come strumento di controllo da parte del regime.

L’autrice ricorda molto Malala Yousafzai sia per coraggio sia per voglia di raccontare la verità, un’altra eroina dei nostri tempi che si è battuta contro una società maschilista che non le permetteva nemmeno di studiare solo perché era di sesso femminile. Proprio come nell’autobiografia Io sono Malala, La ragazza dai sette nomi racconta la storia della famiglia della disertrice nordcoreana, iniziando dall’incontro dei suoi genitori fino alla sua fuga per Seul, passando dalla Cina. Nella stesura del libro, Hyeonseo è stata aiutata dallo scrittore americano David John e il nome che utilizza non è il vero: se avesse usato quello reale della nascita, avrebbe potuto causare la tortura e/o la morte di famigliari rimasti in patria. Raggiunta la libertà, decide di tagliare con la vecchia se stessa e opta per il nome odierno formato da Hyeon (“luce del sole”) e Seo (“buona sorte”) proprio per

“…poter vivere la mia vita nella luce e nel calore, e per non dover mai più nascondermi nell’ombra.”

Dall’infanzia ai diciassette anni, la vita di Hyeonseo era come quella di tutti i suoi coetanei che crescevano nel mito di abitare nella nazione più forte del mondo, cercando di essere dei bravi comunisti. Vissuta inizialmente a Hyesan, città di confine con la Cina, fu costretta a trasferirsi in varie città della Corea del nord a causa del lavoro del padre nell’esercito.  In tutte le scuole che frequentò,  l’indottrinamento ideologico si basava su una “storia riscritta”, finalizzata al culto della famiglia Kim con racconti e leggende riguardanti i due leader e a una politica del terrore in cui i nemici soprattuto erano la Corea del Sud e gli americani. A Hyeonseo veniva detto che dall’altra parte del paLa ragazza dai sette nomi Hyeonseo Lee Mondadoriese le persone morivano per strada perché erano poverissimi, che i bambini erano costretti a rovistare nella spazzatura e che gli yankee americani si divertivano a picchiare la gente.

Crescendo, tutta la propaganda del Regime cominciò a starle stretta e, avendo ereditato il carattere ribelle della madre, iniziò a dubitare del suo paese perché inizia a conoscere anche il lato oscuro della società: le esecuzioni di massa in piazza a cui erano obbligati ad assistere, le denunce dei “bravi cittadini”, le impiccagioni dimostrative con i corpi lasciati appesi per settimane per le strade, il bowibu (la polizia segreta) e il banjang (il capo quartiere). Tutti conoscevano questo sistema di terrore ma allo stesso tempo ogni singola persona faceva finta di non sapere nulla fin quando non veniva toccata la propria famiglia proprio come successe a  Hyeonseo. Il  padre fu accusato di corruzione e abuso di potere e morì in ospedale dopo aver subito terribili torture.

La vita di Hyeonseo cambiò per sempre quando una fredda sera di dicembre, poco prima di compiere diciotto anni, decise di attraversare il fiume Yalu che separa Hyesan dalla proibita Cina, cercando di sfruttare il fatto che non essendo ancora maggiorenne, non avrebbe avuto pene severe come quelle riservate agli adulti (in questo caso la pena di morte) se l’avessero scoprita. Purtroppo qualcosa andò storto e sua madre la obbligò a non tornare indietro. D’ora in poi comincia la nuova vita di Hyeonseo in cui per più di dieci anni dovrà cavarsela da sola, in un paese sconosciuto, con la costante paura di essere rimpatriata e consegnata direttamente alla polizia di Pyongyang. La ragazza vivrà da clandestina cambiando nome e identità per ben sette volte (eccovi spiegato il “sette nomi” del titolo) fingendosi sino-coreana e lavorando grazie a documenti falsi. Riuscirà a ottenere la cittadinanza sudcoreana assicurandosi la salvezza? E la madre e il fratello che fine avranno fatto? Saranno stati puniti a causa della sua fuga?

Il racconto autobiografico dell’autrice è semplice e ti tiene incollato alle pagine perché vuoi sapere se ce la farà e se riuscirà a ricongiungersi ai famigliari rimasti a Hyesan. La vita di questa ragazza coraggiosa si scontra con la realtà, perché se cresci in una nazione fuori dal mondo in cui l’unica cosa che devi fare è adorare la Famiglia Kim, l’impatto con la normalità può essere traumatico. Hyeonseo conoscerà la cattiveria delle persone come chi denuncia alla polizia i fuggiaschi nordcoreani o cerca di estorcere denaro, vivrà sempre sotto copertura (e scapperà per non essere condannata a una morte certa), dovrà sempre convivere con l’ansia dell’essere sola al mondo e di non ricevere mai un abbraccio, una parola di conforto o una carezza prima di andare a dormire.

Un libro stupendo che trasmette speranza e che, come nel caso di Malala, consiglierei di far leggere nelle scuole alle nuove generazioni perché se è giusto studiare Dante Alighieri o la Grecia classica, è opportuno anche far conoscere la storia contemporanea, che aiuta a far riflettere la realtà che viviamo.

L’edizione italiana è a cura di Mondadori, abbellita da cartine geografiche in cui vengono mostrati la Corea in generale e i vari “percorsi per la libertà” fatti dai disertori nordcoreani, e un inserto fotografico personale dell’autrice.

Consigliato e promosso a pieni voti.

LINO

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Immanuel Casto: Da grande sarai fr**io

Al mio primo ascolto ho pensato: “Immanuel sei un fott**o genio!” e ammetto di aver avuto un po’ la pelle d’oca perché questa canzone che si presenta con un titolo provocatorio in realtà è un inno al coming out per la comunità LGBT.

Spesso quando si legge qualcosa inerente a Immanuel Casto, ci aspettiamo che si tratti di una delle sue “porcate” che conosciamo (…e che ci piacciono!), ma stavolta non è così perché il Re del porn groove mi ha piacevolmente sorpreso! Da grande sarai fr**io, l’ultimo singolo scritto con Fabio Canino, non è una canzone nata per divertire ma per fare riflettere, ed è pure il secondo singolo di The Pink Album, ultimo lavoro discografico che sarà disponibile dal 25 settembre.

Messi da parte gli espliciti riferimenti sessuali a cui ci ha abituato in molti singoli, in questa ballad elettropop Casto s’impegna raccontando la storia di accettazione comune a tante persone, iniziando proprio dall’infanzia – Attenzione! Gender! Propaganda Gender! XD non ditelo ad Adinolfi e alle Sentinelle in piedi! XD – in cui un bambino è se stesso, ignaro del mondo dei pregiudizi degli adulti. Crescendo imparerà che la vita per lui non sarà una passeggiata perché spesso sarà considerato come un“diverso” ma Immanuel lo rassicura dicendogli che c’è passato pure lui.

Il video è molto semplice, con il cantautore che recita in vari ruoli del mondo omosessuale come il nerd, il bear barbuto, il fighetto fino ad arrivare al suo alter ego drag. Io non voglio aggiungere altro a parte ribadire la mia ammirazione per questa canzone e lasciarvi con il video e il testo della canzone!

TESTO

“È palese a tutti, è una pura ovvietà / inutile negarlo, lo sa anche il tuo papà / danzi in cameretta con la tua manina al vento / l’ho capito al volo, mi è bastato un momento.

Da grande sarai fr**io / è scritto nelle stelle / il dolore arriva ma tu tanto sei già diva.

Da grande sarai fr**io / ma non si può dire / oggi a Pordenone nasce un piccolo busone.

Cresci, sogna, balla e canta / cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Col tuo grembiulino stirato e perfetto / con un poster di Justin Bieber sul tuo letto / e ripensi a lui poco prima di dormire / lo scrivi sul diario e cambi il nome al femminile.

Da grande sarai fr**io ma tanto gay è bello / dai libero sfogo a quell’istinto ricchioncello

Da grande andrà meglio ma tu ancora non lo sai / piccolo uranista non fermarti mai.

Cresci, sogna, balla e canta / Cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

E ti chiedi perché / se ne accorgono tutti / tutti tranne te /e imparerai che / per nascondere il dolore basta un po’ di correttore.

Conosci a memoria tutti i programmi tv / guardi tutto tranne il calcio, tuo papà non ne può più / come reagirà quando dopo cena / gli dirai che per Natale tu vuoi Barbie Sirena?

Da grande sarai fr**io e lo stai per scoprire / fidati di me può far paura da morire / ma non stare zitto in un paese che t’ignora /esci allo scoperto quando verrà l’ora.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / ci sono passato.”

LINO

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Jem e le Holograms trent’anni dopo

Dentro il mio cuore so già che… sarà una cagata pazzesca! Ma quando vedo qualcosa che si riferisce alla trasposizione live di Jem & The Holograms mi esalto pure io perché mi ricordo che da bambino impazzivo per la rockstar dai capelli cotonati rosa e gli orecchini plasticosi a forma di stella!

Chi non conosce la sigla cantata da Cristina D’Avena?! “Il mio nome è Jem, sono una cantante… bella e stravagante… canto il rock’n’roll…” – se non la conoscete, potete pure abbandonare il mio blog XDJem e le Holograms film live action

Finalmente sono usciti sia il primo poster ufficiale sia il trailer in italiano del film che sarà girato da Jon M. Chu, già regista di G.I. Joe – La vendetta e di Never say never (“film-documentario” sulla biografia di Justin Bieber), prodotto da Universal Pictures e che uscirà il prossimo 23 ottobre negli Stati Uniti (ovviamente non c’è ancora una data per l’Italia).

Per chi non ha ancora capito di cosa stia parlando, Jem è una serie animata americana molto famosa dalla metà degli anni ottanta, nata dalla collaborazione fra Hasbro, nota azienda di giocattoli che mise in commercio tutte le fashion dolls dedicate al cartone, e Sunbow Production. Jerrica Benton riesce a diventare Jem grazie a Energy, un potente computer che trasforma la ragazza in una popstar, coinvolgendo anche la sorella Kimber e le amiche Aja e Shana, con cui forma la rock band tutta al femminile delle Holograms. Purtroppo il padre delle sorelle Benton è morto, lasciando in eredità una casa discografica in rovina, la Starlight Music, e l’orfanotrofio di cui si occupava, che verrà aiutato dai soldi guadagnati dalle ragazze. A contrapporsi alle Holograms, c’è il trio delle Misfits, gruppo creato da Eric Raymond, ex socio del padre di Jerrica, formato da Pizzazz, Roxy e Stormer.

Purtroppo già dal trailer si capisce che il live action non sarà fedele alla serie originale per tanti motivi:

  • È ambientato ai giorni nostri quindi scordatevi tutto il mondo sbrilluccicante degli anni ottanta, le pailettes e il glam rock, poiché le nuove Holograms hanno criniere colorate peggio dei My Little Pony e vestitini punk-fashion da sembrare tutte cugine di Avril Lavigne;
  • La musica è un orecchiabile pop-rock che ricorda le canzoni di tutte le lolite passate per Casa Disney;
  • Il cattivo della situazione diventa una Lei e aggiunge una “a” al suo nome;
  • Non c’è traccia delle Misfits, se non marginalmente;
  • Mi sembra che ci sia nell’aria l’ennesimo pippone, che piace tanto agli americani moralisti, su come inseguire i propri sogni senza abbandonare le proprie radici.

Riuscirà questa nuova Jem catapultata trent’anni dopo, nell’era di Youtube, dello streaming, dei social network e della pirateria musicale, a conquistare il cuore dei vecchi fan? AMMETTIAMOLO: per quanto si possa pensare che sia un prodotto per teenager (sono inorridito anch’io nel sentire Story of my life degli One Direction come sottofondo del trailer), chi aspetta le Holograms sono in realtà quelli che erano bambini ai tempi del cartone animato, poiché le bambine di adesso manco sanno chi sia Jem, a loro basta Violetta!

IL CAST: Aubrey Peeples (Jem),  Stefanie Scott (Kimber), Hayley Kiyoko (Aja), Aurora Perrineau (Shana), Ryan Guzman (Rio), Juliette Lewis (Erica) e Molly Ringwald (Mrs Bailey). Ammetto di non conoscere nessuno a parte le ultime due attrici!

Nonostante tutto, io sono curioso e quando avrò nuove notizie importanti, magari sulla colonna sonora, vi scriverò tutto!

LINO

Pubblicato in: Le Journal, Politica, Società

Siamo una generazione non abituata al lavoro

La polemica mi è stata servita su un piatto d’argento: i giovani sotto i trent’anni non vogliono impegnarsi. E chi lo dice? Gli organizzatori di quella minchiata chiamata EXPO 2015 che, come sapete tutti, si svolgerà nel capoluogo lombardo dal 1 maggio al 31 ottobre – quindi nel dettaglio l’agenzia Manpower che si occupa di cercare il personale.

Non volevo parlarne ma quando leggo certe cose, mi gira troppo il ca**o – diciamolo pure senza problemi, le buone maniere le lascio ai life coach di Real Time.

Alcuni titoli di testate giornalistiche:

  • Corriere della Sera: “Turni scomodi per lavorare all’Expo. Otto su dieci ci ripensano.”
  • Il Fatto Quotidiano: “Expo 2015. 645 giovani rifiutano contratto di lavoro a 1300 netti al mese.”
  • TgCom24: “Expo, in fuga dall’impiego estivo. Otto giovani su dieci rifiutano il lavoro.”
  • Huffington Post Italia: “Turni scomodi per i 600 giovani reclutati. L’80% ci ripensa.”
  • Il Giornale: “Se i nostri giovani rifiutano il lavoro e poi si lamentano”

Eccoli i nostri ‘cciovani italiani sempre così FANNULLONI anzi, come diceva la nostra amica Fornero, questi ragazzi così CHOOSY.EXPO Milano 2015 logo e slogan

Noi giovani (mi ci metto nel mezzo anch’io) rifiuteremmo questa incredibile esperienza per vari motivi:  sarebbero solo sei mesi di contratto, si dovrebbe lavorare anche il sabato e la domenica, coinciderebbe con l’estate e il contratto di apprendistato di 1200/1500 euro al mese sarebbe troppo da povery per le nostre aspettative… quindi ragazzi andiamo tutti a Ibiza a fare baldoria! Yeah!

Questo è l’ennesimo tentativo di gettare fango sulla generazione odierna di giovani che agli occhi di tanti politici, intellettuali e saccenti del cavolo, sarebbero colpevoli di non essere modesti e di non tirarsi su le maniche per lavorare… peccato che spesso chi sentenzia è gente benestante che ha avuto la strada spianata o l’azienda di famiglia in cui infilarsi senza problemi.

Partiamo dal fatto che questa notizia sia una stronzata a metà (ci sarà sempre qualche cretino che si sarà rifiutato), ma voi credete seriamente che, con la crisi che c’è, un giovane disoccupato si lascerebbe scappare l’opportunità di lavorare per sei mesi consecutivi a 1300 euro netti al mese? È possibile che su 27mila candidati, e ripeto che sono 27000 CANDIDATURE (chissà la mia dov’è finita…), non riescano a trovare 600 persone da mettere nell’organico? Ma se riescono a trovare facilmente i volontari (cioè per me schiavi) che lavorano gratis, non è strano che quando si deve pagare qualcuno (in questo caso molte persone) si cercano tanti motivi per non assumerlo?

Siamo obiettivi, secondo voi realmente per un contratto di apprendistato vi darebbero 1300 euro quando spesso nei centri commerciali o nelle aziende te ne offrono 400 per un full time di quaranta ore? A me sa di bufala, senza dimenticarci che abbiamo superato la seconda metà di aprile ed è molto tardi per iniziare corsi di formazione per gli addetti da mettere al lavoro il primo maggio.

Mi sono un po’ stancato di questo dito puntato alla mia generazione (e a quella dopo), noi che vorremmo solo vivere in ville hollywoodiane fra feste in piscina e soldi del papà. La verità è un’altra: sanno tutti che l’organizzazione dell’Expo è stata fatta alla carlona con i padiglioni ancora lasciati a cielo aperto e i soldi finiti ancora prima d’iniziare i lavori, quindi per spostare l’attenzione con chi ce la prendiamo? Con i nostri giovani che piangono miseria ma non vogliono lavorare, categoria facile da colpevolizzare perché così spostiamo l’attenzione dai problemi principali di questa manifestazione mondiale.

Non voglio prolungarmi nella polemica perché devo portare fuori il cane, cosa più interessante di leggere certe robacce che scrivono persone che si fanno chiamare giornalisti, ma mi chiedo, anzi, vi chiedo: dove sono le mie candidature? Se v’interessa io per 1300euro netti al mese vengo a lavorare all’Expo, compresi i festivi e sei giorni su sette a settimana, però casualmente non mi avete mai richiamato per un colloquio… non è che siete anche voi troppo choosy nei confronti dei vostri candidati?

LINO

Pubblicato in: Frasi & Citazioni

Gli anni vuoti

“ Vorrei più di quanto avrò, questo lo so già adesso. E rimpiangerò il troppo tempo sprecato, questi anni vuoti, che potrebbero, dovrebbero essere i più belli e i più dolci… quanto tempo ho sprecato sul letto a pensare! In altri momenti, invece, credo di poter cambiare, penso che riuscirò a diventare autonomo, intraprendente.

Il mio sogno è uno solo, quello classico della ragazzina che legge Debby: incontrare il grande amore. In quel caso sacrificherei tutto, anche gli studi che ora sono tutta la mia vita. Dovrebbe essere una persona come me, che la pensasse come me, in cui potermi riconoscere, che avesse già scelto tutto quello che vuole e aiutasse me a diventare un uomo […]

Il Principe Azzurro: se uno deve limitarsi a immaginarselo, è logico che se lo immagini, oltre che intelligente e simpatico, bellissimo. Ma quando arriva davvero, nella realtà, il fisico non importa, contano più altre cose.

Io sogno un rapporto unico, che duri tutta la vita […]

Ma se il Principe Azzurro non lo incontro per niente? Non mi illudo: io mi innamoro sempre in modo così improvviso e struggente, eccessivo, che non potrò mai essere ricambiato, mai.”

Tratto da Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini, 1991, Giangiacomo Feltrinelli Editore

LINO

Pubblicato in: Le Journal, Società

La famiglia tradizionale veste Dolce e Gabbana

Dopo una mattinata passata a rincorrere Chicco al parco perché insegue l’odore delle cagnette in calore, ritorno alla mia virtual social life e davanti agli occhi mi ritrovo la copertina di Panorama di questa settimana che ha fatto infuriare la comunità LGBT italiana.

Viva la famiglia tradizionale, perché essa non può essere considerata come una moda passeggera ma pilastro della società.

I protagonisti di questa frase non sono Mario Adinolfi, Matteo Salvini, Daniela Santanché o qualsiasi altro difensore dei valori della società italiana, ma il famosissimo duo di stilisti Dolce e Gabbana.

Da icone dello stile amate dalla comunità gaya a difensori della famiglia.Dolce e Gabbana Viva la famiglia tradizionale Panorama

Nella lunga intervista che trovate sul settimanale, gli stilisti parlano di temi attuali come il riconoscimento delle coppie di fatto, il matrimonio omosessuale, le famiglie arcobaleno, i figli nati da coppie omogenitoriali, l’utero in affitto e di altre questioni legate alla famiglia e alla situazione omosessuale italiana.

Domenico Dolce afferma:

“[…]tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore […]”

Non contento di aver espresso la sua idea con “definizioni tristi” come figli della chimica, aggiunge:

“Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia.”

Insomma, il nostro trend setter ci insegna che se sei omosessuale devi privarti di qualcosa come il desiderio di creare una famiglia, magari salvando da orfanotrofi (o da vite di abusi e violenze) bambini che hanno bisogno solamente di amore e calore umano.

Ovviamente l’amico del cuore, ed ex compagno, Stefano Gabbana è già ricorso al tweet paraculo in cui incolpa i giornalisti di non scrivere cose vere… Che cattivoni questi signori che intervistano e sbagliano sempre a trascrivere le dichiarazioni, dovrebbero tutti comprarsi un bell’apparecchio Amplifon per le orecchie.

L’unica cosa che mi fa ridere, e che vi mostro qui sotto, è la copertina di un numero di Vanity Fair del 2005 in cui loro dichiaravano tutta la loro voglia di paternità: INCOERENZA IS THE NEW BLACK.Dolce e Gabbana Vanity Fair Italia

Con queste dichiarazioni su Panorama, Dolce e Gabbana si sono tirati la zappa sui piedi e non è stata una mossa astuta dal punto di vista del marketing: sono i gay e i fashion victims il loro principale target di riferimento, non la famiglia, e se perdi l’affetto della comunità LGBT, rischi di perdere una buona fetta di mercato. Io non recrimino nessuno per le proprie idee e non emetterò nessuna sentenza negativa come hanno fatto tanti miei colleghi perché si son sentiti traditi da ‘sti due… posso dire machissenefrega? Sopravvivremo anche se loro disegneranno la nuova linea di camice verdi per la Lega Nord.

Non saranno le loro idee a farmi cambiare l’opinione su certi temi, soprattutto perché per me non sono altro che due professionisti del mondo della moda, di cui non mi occupo e non ho una buona opinione. Chi esalta un mondo così vano e attaccato alle apparenze, alla ricerca dell’ultima tendenza da mostrare e che come fulcro della sua filosofia di vita ha “il bello a tutti i costi”, non merita la mia ammirazione. Inoltre ritengo che si possa essere anche Top con un look Cheap&Chic, senza spendere cifre assurde per delle cose prodotte a venti euro e rivendute a un prezzo vergognoso (senza tralasciare che la qualità rimane abbastanza low profile anche se spacciata per high).

Come successe per le dichiarazioni della Barilla e sulla sua ostinazione nel proporre solo la famiglia tradizionale nelle sue pubblicità, adesso i pecoroni son tutti contro i loro (ex)miti del fashion. Quanto siete noiosi.

LINO

Pubblicato in: Graphic Novel

L’orgoglio di Leone

Dopo mesi di attesa, finalmente mi è arrivato uno dei (tanti) volumi di Renbooks presentati allo scorso Lucca Comics & Games. Purtroppo gli interessanti fumetti pubblicati da questa piccola casa editrice bolognese sono difficili da trovare e questa cosa è scocciante perché spesso hanno opere di qualità e ben confezionate.

Ho avuto il piacere di leggere il secondo lavoro di Flavia Biondi, già apprezzata in Barba di perle, e mi chiedo come faccia questa giovane autrice a suscitare le emozioni giuste! L’orgoglio di Leone è una graphic novel a tematica LGBT in cui si parla di alcuni problemi già affrontati nel precedente lavoro ma in modo più maturo: l’accettazione della propria sessualità, le coppie omoaffettive, l’omofobia e le varie tipologie di famiglie.

Thomas è un uomo di successo a cui non manca nulla, come un lavoro importante o una fidanzata innamorata, e vive in un castello di perfezione esteriore che si è costruito per dimostrare che ce l’ha fatta a diventare qualcuno. In attesa di una promozione che lo porterebbe ad un trasferimento a Milano, continua a vivere a Siena da solo, lontano da Caterina, dedicandosi esclusivamente al lavoro e all’hobby del venerdì. Quest’ultimo vizietto consisterebbe nell’avere rapporti occasionali con ragazzi conosciuti in siti d’incontri per uomini gay, una sorta di fuga da quella vita finta che si obbliga a vivere tutti i giorni. In realtà Thomas sa di essere omosessuale ma non riesce ad ammetterlo a se stesso perché ha una visione molto omofoba del mondo LGBT:

“Perché devono piacermi gli uomini? Tutti dicono che non c’è niente di male ma la verità è un istinto atavico. Diventi un membro debole del branco, un diverso, un paria. Tu lo sai, loro lo sanno e tutti continuano a sorridere docilmente. Ma i froci sono gli ultimi, l’omega. Non hanno il rispetto. Io non sono così.”

Nonostante pensi questo, Thomas si dedica al suo “hobby del venerdì” e conosce Leone, con cui passa una notte di passione, addormentandosi a casa sua. La mattina dopo però ha una brutta sorpresa perché in cucina trova Ariana (il suo capo, nonché lesbica dichiarata) che fa colazione con Susanna, poiché non sapeva che Leone in realtà fosse il fratello del capo che dovrebbe dargli la promozione per continuare la sua scalata lavorativa a Milano! Thomas cerca di dare tutte le spiegazioni possibili ad Ariana, allontana Leone e continua a recitare la vita che suo padre gli ha imposto. Purtroppo i sentimenti non si possono controllare e per quanto lui reprima le sue pulsioni, alla fine cede alle attenzioni di Leone e… leggetevelo! XD  Thomas avrà la promozione e si trasferirà a Milano? I due ragazzi avranno il loro happy ending oppure Thomas sceglierà di sposarsi con Caterina?L'orgoglio di Leone Flavia Biondi Renbooks

Flavia Biondi ci racconta una storia di vita quotidiana, in cui l’unico protagonista è l’amore, vissuto in modo sofferente cercando una normalità comunemente accettata dagli altri, e preferendo una realtà piccola come Siena invece di una metropoli fashion come Milano. Disegna due facce diverse della stessa medaglia: se Thomas è il primo nemico di se stesso, Leone vive con naturalezza il suo essere omosessuale, senza nascondersi e senza fidanzate di copertura, scegliendo semplicemente di… vivere.

“L’uomo lotta da secoli per i diritti umani. Libertà, uguaglianza, razza, credo, sesso, lavoro. Non saremmo dove siamo se non ci impegnassimo tutti. L’umanità lotta, cresce, si evolve. Scrive la storia. Quello gay è solo un nuovo capitolo.”

Nathanielle, nome d’arte della Biondi, è maturata molto e questo lavoro ne è la prova, sia per lo stile grafico sia per la narrazione. Fra le pagine si legge la passione che ci mette per quello che crea e si capiscono anche le idee su cui si basa la sua filosofia di vita: amore, libertà e uguaglianza.

Consigliato a pieni voti! A chi ama storie slice of life, a chi apprezza il buon fumetto italiano, a chi vuole emozionarsi e a tutte quelle ragazze appassionate di boys love giapponesi ma che ignorano opere molto belle di autori che narrano l’amore fra due ragazzi.

Mi sembra di aver letto da qualche parte che l’autrice dovrebbe pubblicare un nuovo fumetto per la Bao Publishing… aspettiamo!

LINO

Pubblicato in: Frasi & Citazioni

Stay weird, stay different

Se nell’ottantasettesima edizione degli Oscars i due film ad aver vinto più statuette sono stati Birdman di Alejandro González Iñárritu e The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, il vero protagonista è stato Graham Moore.

Il giovane sceneggiatore è stato premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per The imitation game poiché il film è basato sulla biografia Alan Turing: The Enigma scritta da Andrew Hodges (in Italia Alan Turing – Storia di un enigma, pubblicato da Bollati Boringhieri).

Su tutti i principali mezzi d’informazione si parla del discorso tenuto nel momento della premiazione, un momento in cui si rivendica la propria diversità e la libertà di essere se stesso.

Un inno riassumibile in: STAY WEIRD, STAY DIFFERENT.

Emozionante.Graham Moore Stay weird stay different Oscars 2015

Alan Turing non è mai stato su un palco guardando tutte queste facce incredibilmente attraenti.

Io sì, e questo credo sia la cosa più ingiusta che abbia mai sentito.

Quindi voglio usare questo poco tempo per dire questo:

quando avevo sedici anni ho tentato il suicidio perché mi sentivo strano, diverso e mi sentivo come se non appartenessi a niente.

E ora sono qui davanti a voi e vorrei che questo momento sia dedicato a quel ragazzo che là fuori si sente strano, diverso, che si sente fuori posto ovunque.

Puoi farcela.

Prometti a te stesso di farcela.

Siate strani, siate diversi

E quando sarà il vostro turno di stare su questo palco, per favore, lasciate questo messaggio al prossimo che verrà dopo di voi.

Grazie mille.”

LINO

Pubblicato in: Music, Television

Conchita Wurst canta Heroes a Sanremo 2015

Se lei è nei paraggi, la polemica è subito servita su un piatto d’argento! Conchita Wurst, vincitrice dell’Eurovision song contest 2014 con Rise like a phoenix, è arrivata sul palco dell’Ariston rigorosamente dopo la mezzanotte per non urtare la sensibilità di quelle menti pure cheConchita Wurst canta Heroes a Sanremo 2015 si sarebbero sentite offese dalla Drag con la barba.

La cantante austriaca si è esibita sulle note di Heroes, il suo ultimo singolo, presentandosi con un nuovo taglio di capelli e un vestito lungo, con molta grazia e femminilità (che molte donne non hanno).

Durante la prima serata di Sanremo abbiamo dovuto sopportare il mega spot sulla famiglia tradizionale: gli Aniana vantano sedici figli e si basano sui valori di religione, patria e famiglia. Che bel quadretto, che sarà piaciuto tanto a Mario Adinolfi e a tutti i suoi amici omofobi che si battono per la tutela di questa istituzione e che hanno urlato allo scandalo per la partecipazione della Wurst. Siamo sinceri, ma a noi, che ce frega della famiglia più numerosa d’Italia? Aveva un senso se uno dei suoi membri fosse un cantante famoso, ma questa marketta (rigorosamente con la kappa, come piace a Chiambretti) non è servita a nulla se non a tranquillizzare le sentinelle che ci proteggono dai cattivoni che voglio sovvertire l’ordine sociale.  Insomma, la mia conclusione è che i coniugi Aniana o non avevano il televisore in camera o non conoscevano i semplici strumenti anticoncezionali.

Ritornando alla diva con la barba, Conchita è stata di un’eleganza magnifica, ha cantato e portato il suo messaggio: tutti devono essere se stessi, indipendentemente dalla loro immagine, e nessuno ha il diritto di dirti cosa essere e cosa fare. Lo sanno tutti che è un personaggio nato per provocare, come ha affermato lei stessa, poiché Conchita Wurst è nata come Drag queen e la barba non è altro che una metafora sulla libertà di essere. La cantante austriaca ci tiene a portare il suo messaggio d’amore in tutto il mondo, perché fino a oggi ci sono persone che rischiano la vita solo per una sessualità diversa dall’eterocrazia che vige nella maggior parte delle società.

“Non importa da dove vieni o come ti mostri, conta chi sei ed io sono questo”

Penso di avere un gusto sadico per andarmi a leggere le polemiche ma soprattutto i “simpatici” aggettivi con cui molte persone etichettano questa cantante… Scherzo della natura, mostro, schifo umano, persona malata, abominio, creatura del diavolo e tante altre dolci paroline che non sto a riportarvi! Si lamentano pure che pagano il canone Rai per un’ospite del genere… beh, sapete che io lo pago per finanziare programmi come quella stupidata dei pacchi o per il contenitore pomeridiano di Caterina Balivo? Non so cosa sia peggio! XD Se una cosa non vi piace, esiste il telecomando e si può usare per cambiare canale.

Ma che glie frega a Conchita, che sa di portare scompiglio e che viene invitata ovunque, dalle sfilate di moda di Jean Paul Gautier alle cerimonie più famose come quella dei Golden globes, facendo una piccola sosta anche al Crazy horse di Parigi. Mi stavo dimenticando che sarà la presentatrice dell’Eurovision 2015 e a maggio uscirà il suo album di debutto!

La sua ospitata sanremese ha superato il 50% di share, ancora di più della meravigliosa Charlize Theron, e  tutti i canali d’informazione parlano di lei.

CONCHITA WINS

Parafrasando alcune frasi del testo di Heroes, dovremmo abbattere i muri che ci circondano e di usare l’amore come un grido di battaglia, sul quale danzeremo per diventare gli eroi di noi stessi.

La sua esibizione e l’intervista la potete trovare sul sito della Rai. Io invece vi lascio il video ufficiale di Heroes! 🙂

Adinolfi, sentinelle in piedi e tutti i derivati, fatevene una ragione: l’odio non vi porterà da nessuna parte.

LINO