Nostalgic Wave in Music: Sigle, Trash e Anni Novanta

Continua il viaggio nella nostalgic wave , iniziato ieri con i cartoni animati e/o anime, parlando di musica e di canzoni-simbolo del passato!

L’idolo dell’infanzia è Cristina D’Avena che ha cantato tutte le sigle dei miei cartoni animati preferiti, canzoni di cui ricordo tuttora i testi e che riascolto con piacere. Ogni volta cCristina D'Avena Kiss me Licia Love me Liciahe usciva una Fivelandia o Cristina e i suoi amici in tv iniziava la tortura ai miei genitori per andare alla caccia della cassettina desiderata. Oltre alle sigle dei cartoni, della D’Avena ho amato anche tutte le colonne sonore sia dei telefilm dedicati a Kiss me LiciaLove me Licia, Licia dolce Licia, Teneramente Licia e Balliamo e cantiamo con Licia – sia le serie televisive in cui era la protagonista – Arriva Cristina, Cristina, Cri Cri e L’Europa siamo noi.

Oltre alle canzoni della D’Avena, da piccolo amavo tantissimo ballare e rimanevo affascinato dalle dive che si esibivano nei varietà della televisione italiana, focalizzandomi su alcune icone che oggi chiameremmo trash o comunque amate soprattutto dalla comunità LGBT: Heather Parisi (Cicale e Disco Bambina), Lorella Cuccarini (La notte vola, Liberi liberi e Io ballerò), Viola Valentino (Comprami), Amanda Lear (Tomorrow), Sabrina Salerno (Boys boys boys), Ivana Spagna (Easy lady e Call me), le Ragazze Cin Cin (Cin cin) e, l’ho lasciata appositamente per ultima, la fantastica e bravissima Raffaella Carrà con tutto il suo repertorio! *cin cin cin cin ricoprimi di baci, cin cin cin cin assaggia e poi mi dici, cin cin cin cin diventeremo amici…*

Piccola menzione va anche alla dance anni novanta contenuta nelle varie compilation estive come Hit Mania Dance (ma anche quelle del Festivalbar), di cui ricordo soprattutto pezzi come The summer is crazy di Alexia, What is love di Haddaway, Rhythm is a dancer degli Snap!, Sweet dreams (are made of this) degli Eurythmics, All that she wants degli Ace of base, Sweet Harmony di The Beloved, Would I lie to you di Charles & Eddie e Please don’t go di Double You.

Tutta questa premessa serve a confessare i miei cinque peccati musicali, quelli indimenticabili, che hanno traviato la mia esistenza (come fece Sailor Moon per i cartoni animati). Pronti?

  1. AMBRA ANGIOLINI: T’appartengo
  2. SPICE GIRLS: Wannabe
  3. BRITNEY SPEARS: …Baby one more time
  4. CHRISTINA AGUILERA: Genie in a bottle
  5. CELINE DION: My heart will go on

Adesso potete pure abbandonare il blog e vergognarvi di seguirmi su tutti i social network! XD XD XDBritney Spears Baby one more time

Alle elementari ero completamente pazzo dell’ex-ragazza prodigio della scuola di Gianni Boncompagni e cercavo di non perdermi neanche una puntata di Non è la RAI, trasmissione creata ad hoc per il sottoscritto pieno di balletti, stacchetti musicali e tanta roba inutile, fino a quando nel 1994 fu presentato il singolo T’appartengo che divenne un’ossessione tanto da sapere a memoria la coreografia fatta da Ambra in trasmissione. Ho tuttora la cassetta originale conservata in una scatola, un reperto storico che ha più di vent’anni!

Triste per la fine del programma con le ragazze sgallettanti in playback e che piangevano davanti alla telecamera, ci pensò una girlband venuta dall’Inghilterra a farmi impazzire nuovamente… le mitiche Spice Girls! C’è veramente bisogno di parlare di Wannabe? Il primo album Spice si consumò a furia di riavvolgere il nastro della cassettina originale comprata da Ricordi (oggi si chiama Feltrinelli) e le seguì fino all’abbandono da parte di Geri Halliwell, con l’album delle quattro disperate e il definitivo scioglimento che distrusse il mio giovane cuore. Ovviamente io ero del team Baby Spice/ Emma Bunton e cercavo di avere tutto di loro: album, singoli, magliette, figurine, l’orrendo film (con tanto di bus in cui Emma aveva un’altalena al suo interno) e i chupa-chups con le loro foto. L’anno di Spice World, quello di Spice up your life, le cinque inglesine più amate del mondo vennero in tour a Milano e mio padre non mi portò facendomi piangere per mesi (e ancora oggi non l’ho perdonato).

Dopo le Spice Girls mi drogai di tutto quel teen pop inglese che trasmetteva l’MTV UK Chart pieno di personaggi finiti nel dimenticato ma arrivò la verginella pura d’America a risanare il mio cuore frantumato: Ladies and Gentlemen, the legendary Miss Britney Spears! Le treccine con i pon pon rosa, la divisa da scolaretta sexy e una canzone pop orecchiabile e pulita, furono gli ingredienti vincenti di un’icona che seguì fino a quando non si peChristina Aguilera XTINA fighters Genie in a bottlerse per strada nel suo blackout personale. Iniziai con Baby one more time, passando per Crazy (nel video c’era Melissa Joan Hart, l’attrice che interpretava Sabrina, vita da strega) e per Ooops!…I didi t again, amandola definitivamente in I’m a slave 4 U.

Nel frattempo una vecchia amica della Spears conosciuta anni prima al Mickey Mouse Club cercò d’imporsi sulle scene come nuova reginetta del teen pop, grazie a una voce nettamente superiore e all’aspetto della tipica ragazza bionda americana della porta accanto. Christina Aguilera in Genie in a bottle si strusciava sulla spiaggia e, al contrario della collega, rivendicava già una sessualità più spinta sia per il testo della canzone e sia per le moine che faceva alla telecamera. L’eterna rivale di Britney s’impose sulla scena internazionale grazie al riconoscimento delle sue doti vocali da parte di tutta la critica musicale, finendo per voler mostrarsi come la bad girl del pop con il suo secondo album Stripped.

Terminiamo la carrellata con una bella canzone smielata sfornata da Celine Dion che fu colonna sonora di tutti gli innamorati del tempo (chissà se poi i loro amori naufragarono come il Titanic). My heart will go on portò la Dion nell’Olimpo delle dee della musica rendendola famosa in tutto il mondo. Erano gli anni di Jack & Rose, in cui tutti andavano al cinema a piangere guardando Titanic e le ragazzine erano impazzite per Leonardo Di Caprio… insomma, tutti volevamo una storia d’amore come la loro, non pensando che alla fine lui muore assiderato: romanticismo macabro. La canzone divenne un tormentone ma il peggio venne quando a scuola mi fecero suonare una versione pacchiana con il flauto dolce per le lezioni di musica o quando mi fissai che dovevo rifarla al pianoforte come la versione originale di James Horner che si sente nel film.

Tirate fuori gli scheletri dagli armadi e ditemi le vostre canzoni del passato!

LINO

Nostalgic wave: I cartoni animati dell’infanzia

Nerdini miei come state?? Sì, lo so, sono una cattiva persona perché vi ho abbandonato per più di un mese – l’ultimo post risale al 15 luglio scorso – ma ho la giustificazione: sono al mare e sto oziando alla grande sul divano e/o in spiaggia! XD Passo le mie giornate a dormire e a guardare video k-pop su Youtube, oltre che a saltuarie serate di movida locale obbligatoriamente portato da amiche vogliose di party!

Ritorno con un meme carinissimo dedicato al passato, creato dalla mia amica blogger Hana – puro anni ottanta! – e ripreso da Caroline che si è concentrata sugli anni novanta… iniziamo con i cartoni animati che ho amato da bambino. L’ordine è casuale.Sailor Moon Mercury Mars Jupiter Venus Uranus Neptune Pluto Milord

Il primo che è doveroso nominare in questa classifica è sicuramente quello che rovinò per sempre la mia esistenza: la bella guerriera che veste alla marinara, signore e signori, miss Sailor Moon – titolo originale Bishojo Senshi Sailor Moon. Tratto dalla fortunata mano di Naoko Takeuchi, la storia di Bunny (Usagi), principessa che veniva da un regno lontano, e delle sue amiche combattenti (ovviamente io ero del team Sailor Venus), mi fece passare gli anni dal 1995 al 1997, letteralmente attaccato al televisore, disperandomi quando mi perdevo una puntata a causa del pomeriggio scolastico. Il trauma più forte legato a questa serie fu la penultima puntata della prima serie, intitolata La resa dei conti, in cui le cinque guerriere Sailor sono pronte per lo scontro finale ma Venus, Mercury, Jupiter e Mars vengono uccise per proteggere la Principessa Serenity: lacrime senza fine e mia madre incredula che mi chiedeva se stessi male. XD

Sulla scia delle combattenti alla marinara, m’innamorai di Una portaUna porta socchiusa ai confini del sole - Magic Knight Rayearth socchiusa ai confini del sole – titolo originale Magic Knight Rayearth – che fu trasmesso nel 1997, alla fine della quinta serie di Sailor Moon, ma che conoscevo già per il fumetto delle CLAMP pubblicato da Star Comics. Quarantanove episodi, divisi in due serie, che raccontano la storia di tre ragazze – Luce (Hikaru), Marina (Umi) e Anemone (Fu) – che in gita scolastica alla Tokyo Tower, si trovano catapultate a Cefiro al cospetto del potente Clef per salvare la Principessa Emeraude, rapita dal perfido Zagato. Le tre guerriere non sono altro che i leggendari Cavalieri Magici che, attraverso i loro Managuerrieri (Rayearth, Ceres e Windam), dovranno riportare la pace nel regno. L’ho sempre considerato più maturo di SM, forse per l’ambientazione fantasy e le situazioni cruenti che ho capito solo quando sono cresciuto.

Abbandoniamo le donne combattenti per buttarci nell’adolescenza smielata con Piccoli problemi di cuore – titolo originale Marmalade Boy – tratto dal famosissimo manga di Wataru Yoshizumi. Chi non conosce questo cartone animato può pure abbandonare la lettura del blog perché, insieme a Sailor Moon, è un pilastro dell’animazione anni novanta. La vita della giovane Miki viene sconvolta quando i suoi genitori le comunicano di voler divorziare, scambiandosi i partner con un’altra coppia conosciuta alle Hawaii. Durante una cena, la ragazza conosce l’altra coppia e il loro figlio, Yuri (Yu), con cui si troverà costretta a condividere lo stesso tetto. Comedy adolescenziale con gli stereotipi tipici del genere: amore ostacolato, amicizia, paranoie della protagonista (peggio di Dawson&Joey), relazione alunna-professore, invidia, gelosia e happy ending.Piccoli problemi di cuore - Marmalade Boy

Dai turbamenti adolescenziali, passiamo alla tragedia e alla sfiga tipica delle produzioni degli anni ottanta con la mitica Dolce Candy, una fra le protagoniste più tristi e sfortunate della storia dei cartoni animati. Mi avvicinai ai suoi codini biondi a causa di mia madre che era una fan della serie perché la Casa del Pony le ricordava il collegio in cui fu rinchiusa da piccola, e ricordo tuttora l’angoscia che mi trasmetteva (sarà colpa di Candy se oggi soffro di ansia?). La dolce bionda protagonista trascorre l’infanzia nell’orfanotrofio gestito da Miss Pony e Suor Maria, insieme all’inseparabile Annie e al procione Klin, per poi essere presa in adozione dalla Famiglia Andrew. Nella sua vita avrà varie relazioni amorose e si realizzerà professionalmente come infermiera durante la prima guerra mondiale ma l’epilogo è tragico. *****SPOILER***** Candy è così sfigata che rimarrà da sola! Dopo tutto quello che passa, neppure uno straccio di finale allegro. Questo è sadismo puro. *****FINE SPOILER*****

Rimaniamo negli anni ottanta per citare l’ultimo cartone animato di questa brevissima lista ed è doveroso parlare del cagnolino più simpatico e imbranato che ci sia: il dolcissimo Spank! Nei sessantatré episodi che compongono Hello Spank – titolo originale OHello Spank Cartoni animatihayo! Spank – viene raccontata l’amicizia fra Spank e Aika (Aiko), che si trasferisce nella città dello zio che la ospiterà dopo la partenza della madre per Parigi. Il dramma non manca neppure qui infatti la ragazza perde sia il padre, scomparso in mare durante una bufera, sia Puppy, la sua amata cagnolina, a causa di un incidente stradale. Nonno Jem, un vecchio marinaio, le affiderà un grosso cucciolo di cane bianco con le orecchie nere, che inizialmente viene rifiutato da Aika. Sono esilaranti le gag di Spank, ingenuo e pasticcione, e il suo amore per Micia (la siamese di Serina), ma la cosa che ricordo più con affetto e il modo di chiamare la sua padroncina “iaia”.

La carrellata dei principali cartoni animati finisce qua perché questo post potrebbe diventare lunghissimo ma bisogna precisare che amavo soprattutto erano le orfanelle o ragazze maltrattate, tristi, sfigate e chi più ne ha più ne metta (Anna dai capelli rossi, Milly un giorno dopo l’altro, Papà Gambalunga, Georgie), alcune atlete come Mila Azuki e Hilary, le maghette piene di buoni sentimenti dotate di bacchetta super fashion (L’incantevole Creamy, Sandy dai mille colori) e le produzioni americane tratte da linee di giocattoli come i Mini Pony, Jem e le Holograms e Lady Lovely.

Quali sono i vostri cartoni dell’infanzia? Ditemelo nei commenti… sono curioso! Dopo quest’attacco di nostalgia, vi anticipo che non sarà l’unico nostalgic wave perché le mie amiche blogger ne hanno preparati altri!

LINO

Il diario di Carrie

Un po’ di tempo fa vi parlai della serie televisiva di The Carrie Diaries che stavo seguendo su LA5, una sorta di prequel del famoso Sex & the city, il telefilm che negli anni 90 cambiò le prospettive femminili sulle relazioni affettive e sulla sessualità. Come ben sapete sia la serie madre sia il prequel sono tratti dai romanzi di Candace Bushnell, scrittrice americana focalizzata sulla letteratura rosa e young adult, e ho recuperato il primo volume della serie di Miss Carrie Bradshaw cominciando proprio con Il diario di Carrie, pubblicato in Italia da Edizioni Piemme.

Prima di tutto dimenticate la serie televisiva perché, anche se presenta elementi simili, il romanzIl diario di Carrie Candace Bushnell Edizioni Piemmeo segue un percorso diverso, presentando altri personaggi e un’eroina totalmente imperfetta e lontana dal glamour di Manhattan.

La giovane Carrie vive a Castlebury, una piccola cittadina di provincia, insieme al padre scienziato e alle due sorelle Missy e Dorrit, e vuole crearsi un futuro lontano da casa puntando subito alla Grande Mela per realizzare il suo sogno: diventare una scrittrice famosa. Se il padre vorrebbe che sua figlia seguisse le sue orme frequentando la Brown University, Carrie invece ha ereditato il carattere combattivo della madre, morta prematuramente per una brutta malattia, ma soprattutto la sua passione per la letteratura e per il femminismo, che la portano a essere “diversa” dalle sue coetane.  Siamo negli anni ottanta e Carrie non è la fashionista che incontreremo una quindicina di anni dopo ma è semplicemente una liceale che si divide fra scuola, famiglia e amici. L’obiettivo principale della giovane Bradshaw per adesso è riuscire a frequentare il corso estivo di scrittura della New School ma prima di tutto dovrà sopravvivere all’ultimo anno di liceo.

Nel liceo di Castlebury, la protagonista passa le sue giornate fra lezioni, pettegolezzi, allenamenti di nuoto e soprattutto tanti amici come l’amica d’infanzia Lali, l’insicura Maggie, la cervellona di origini latine Roberta ma conosciuta come il “Topo”, Walt, Donna Ladonna, Peter e Sebastian Kydd… ed è proprio il ritorno di quest’ultimo che ribalterà le relazioni nel gruppo di amici.

“…il mondo è pieno di persone che desiderano le stesse cose e serve qualche sforzo in più per garantirsi un minimo di visibilità.”

Ce la farà Carrie ad andare al corso estivo della New School? Gli amici di cui non ha mai dubitato si riveleranno tutte delle persone leali o c’è sempre qualcuno che trama nell’ombra perché è geloso della felicità altrui?

Il diario di Carrie è un libro molto scorrevole, che si presta al periodo estivo per la leggerezza tipica della narrativa young adult e che si può portare sotto l’ombrellone per trascorrere momenti di spensieratezza. L’autrice ha uno stile semplice che denota la sua capacità d’intrattenimento, quasi come vedere una puntata del telefilm però su carta. Non sarà Virginia Woolf o una delle sorelle Brönte, ma proprio nel suo essere “simpatico”, ho trovato quest’opera molto piacevole – e devo ammettere che libri appartenenti al genere della letteratura rosa come Sophie Kinsella & Co. non avevo mai letto nulla.

Lontana dallo sfavillante mondo di Manhattan, Carrie è un’adolescente fragile ma determinata, che sogna come tutte le teenager, che aspetta l’amore e che conoscerà anche l’amaro della vita dovendo ammettere le proprie sconfitte. È imperfetta, fuma troppo, beve alle feste e più che una fashion victim, sembra una bad girl – L’autrice l’ha appositamente descritta così per rivelarci che è stata giovane anche lei! XD Quindi, per il momento, le Manolo Blahnik e le sfilate di alta moda sono rimandate! 😉

Vi svelo già che sto leggendo il sequel Summer and the city, il libro che chiude le avventure della giovane Carrie, in cui vi anticipo che incontreremo due amiche famose di Carrie… curiosi? 😛

LINO

Jem e le Holograms trent’anni dopo

Dentro il mio cuore so già che… sarà una cagata pazzesca! Ma quando vedo qualcosa che si riferisce alla trasposizione live di Jem & The Holograms mi esalto pure io perché mi ricordo che da bambino impazzivo per la rockstar dai capelli cotonati rosa e gli orecchini plasticosi a forma di stella!

Chi non conosce la sigla cantata da Cristina D’Avena?! “Il mio nome è Jem, sono una cantante… bella e stravagante… canto il rock’n’roll…” – se non la conoscete, potete pure abbandonare il mio blog XDJem e le Holograms film live action

Finalmente sono usciti sia il primo poster ufficiale sia il trailer in italiano del film che sarà girato da Jon M. Chu, già regista di G.I. Joe – La vendetta e di Never say never (“film-documentario” sulla biografia di Justin Bieber), prodotto da Universal Pictures e che uscirà il prossimo 23 ottobre negli Stati Uniti (ovviamente non c’è ancora una data per l’Italia).

Per chi non ha ancora capito di cosa stia parlando, Jem è una serie animata americana molto famosa dalla metà degli anni ottanta, nata dalla collaborazione fra Hasbro, nota azienda di giocattoli che mise in commercio tutte le fashion dolls dedicate al cartone, e Sunbow Production. Jerrica Benton riesce a diventare Jem grazie a Energy, un potente computer che trasforma la ragazza in una popstar, coinvolgendo anche la sorella Kimber e le amiche Aja e Shana, con cui forma la rock band tutta al femminile delle Holograms. Purtroppo il padre delle sorelle Benton è morto, lasciando in eredità una casa discografica in rovina, la Starlight Music, e l’orfanotrofio di cui si occupava, che verrà aiutato dai soldi guadagnati dalle ragazze. A contrapporsi alle Holograms, c’è il trio delle Misfits, gruppo creato da Eric Raymond, ex socio del padre di Jerrica, formato da Pizzazz, Roxy e Stormer.

Purtroppo già dal trailer si capisce che il live action non sarà fedele alla serie originale per tanti motivi:

  • È ambientato ai giorni nostri quindi scordatevi tutto il mondo sbrilluccicante degli anni ottanta, le pailettes e il glam rock, poiché le nuove Holograms hanno criniere colorate peggio dei My Little Pony e vestitini punk-fashion da sembrare tutte cugine di Avril Lavigne;
  • La musica è un orecchiabile pop-rock che ricorda le canzoni di tutte le lolite passate per Casa Disney;
  • Il cattivo della situazione diventa una Lei e aggiunge una “a” al suo nome;
  • Non c’è traccia delle Misfits, se non marginalmente;
  • Mi sembra che ci sia nell’aria l’ennesimo pippone, che piace tanto agli americani moralisti, su come inseguire i propri sogni senza abbandonare le proprie radici.

Riuscirà questa nuova Jem catapultata trent’anni dopo, nell’era di Youtube, dello streaming, dei social network e della pirateria musicale, a conquistare il cuore dei vecchi fan? AMMETTIAMOLO: per quanto si possa pensare che sia un prodotto per teenager (sono inorridito anch’io nel sentire Story of my life degli One Direction come sottofondo del trailer), chi aspetta le Holograms sono in realtà quelli che erano bambini ai tempi del cartone animato, poiché le bambine di adesso manco sanno chi sia Jem, a loro basta Violetta!

IL CAST: Aubrey Peeples (Jem),  Stefanie Scott (Kimber), Hayley Kiyoko (Aja), Aurora Perrineau (Shana), Ryan Guzman (Rio), Juliette Lewis (Erica) e Molly Ringwald (Mrs Bailey). Ammetto di non conoscere nessuno a parte le ultime due attrici!

Nonostante tutto, io sono curioso e quando avrò nuove notizie importanti, magari sulla colonna sonora, vi scriverò tutto!

LINO

Miha Paradise

Il mondo del Visual Kei doveva piacere tanto a Kaoru Tada che, dopo aver ambientato una delle storie d’amore più famose degli anni ottanta come Love me knight (in Italia conosciuto meglio come Kiss me Licia), ritornò al mondo del rock con Miha Paradise, una simpatica mini serie in due volumi pubblicata in Giappone sulla rivista Margaret di Shueisha e proposta in Italia da Goen Edizioni.

Per chi non s’intende di generi musicali, il visual kei nasce in Giappone dalla fine degli anni ottanta e che fa parte del vasto mondo del rock, spaziando dal pop-rock all’heavy metal fino a contaminarsi anche con la musica classica. L’etimologia deriva dalle parole visual (“visivo” in inglese) e kei (“stile” in giapponese) e si caratterizza soprattutto per la stessa importanza che viene data sia alla musica sia all’immagine della band. Costumi, parrucche, trucco pesante e tanta teatralità, per delle band composte quasi esclusivamente da uomini (sono rarissimi i casi di membri femminili) che incarnano ruoli “classici” presenti anche in manga, film, anime e videogiochi. Spesso giocano sull’ambiguità sessuale fra alcuni membri, che piace a tante ragazze che si divertono a costruire le possibili coppie, fino ad arrivare all’androginia, come nel Teatro Nō, storica tradizione culturale giapponese in cui gli uomini recitano anche i ruoli femminili. Le correnti di questo genere sono tantissime, dalla old school a versioni più moderne amate anche in occidente e riproposte da gruppi come i Tokio Hotel, e fra i più famosi band visual kei possiamo citare: X Japan, MALICE MIZER, Versailles, Dir en grey, GACKT, the GazettE.

Va bene, lo so, mi sono fatto prendere troppo da questa spiegazione di JRock ma era doverosa, poiché non  tutti sono appassionati di musica e conoscono a malapena le solite canzoni di Ligabue o della Pausini. XDMiha Paradise Kaoru Tada shojo vintage

Narumi Ezaki è una liceale che non è mai stata interessata alla musica e ai rispettivi fanbase, al contrario delle sue amiche che sbavano dietro all’idol Ma-Kun, il Justin Bieber della situazione. Ritornando da scuola vede la secchiona della classe, Mari Morinaga, in compagnia di un metallaro e si preoccupa per la compagna perché pensa che questo ragazzo abbia cattive intenzioni ma le aspetta una sorpresa: la Mari che si trova davanti agli occhi non è la stessa della scuola! Morinaga in realtà è una fan sfegatata di musica rock, veste glam rock e frequenta tantissimi concerti. Narumi viene invitata dalla compagna di classe al concerto dei 7th Gate, nuovo gruppo che si sta facendo conoscere nell’ambiente rock, e rimane affascinata da questo mondo ma soprattutto da Kyosuke Fujiya, leader dei Misfit. Insieme a Mari e Nami, Narumi inizia a partecipare a tantissimi concerti dei 7th Gate, conoscendo Ichiro Sakuma e iniziando a frequentarlo non solo come amico. La relazione sopravvivrà alle fan sfegatate del gruppo?

Miha paradise è una lettura molto leggera che però si ritrova a dover reggere il confronto con Love me knight, presentando tanti (troppi) punti in comune: ambientazione visual rock e band rivali – 7th Gate vs Misfit / Beehive vs Kiss Relish; protagoniste ingenuotte e graficamente uguali – Narumi e Yaeko (Licia); personaggi “cloni” come Ichiro e Go (Mirko), Kyosuke e Kazuma (Shiller), Mari e Isuzu (Manuela).

Questo shojo mi è piaciuto perché spensierato, divertente e senza troppe pretese, ma lo consiglio soprattutto ai fan di Kaoru Tada e degli shojo vintage, gli altri possono fare a meno di leggerlo. Sufficienza data con generosità. 🙂

LINO

The Carrie Diaries

“Prima del sesso, prima di New York, prima di Sex & The City, c’ero solo io…

Carrie Bradshaw”

Si aprono così le puntate di The Carrie Diaries, serie televisiva di The CW, che narra le avventure di una giovane Carrie Bradshaw, prima di diventare l’icona femminile mondiale che tutti conosciamo. In questo periodo LA5, canale 30 del digitale terrestre, sta mandando in chiaro tutti i ventisei episodi che compongono questo prequel interrotto alla seconda stagione, basato sui romanzi Il diario di Carrie e Summer and the City (Edizioni Piemme) di Candace Bushnell.

Bisogna premettere subito due cose: la prima è che sarebbe corretto parlare più di uno spin-off di Sex & the City che di un prequel, perché anche se è ambientato cronologicamente prima della serie originale, ci sono tanti elementi che non combaciano con essa (per esempio la presenza della sorella di Carrie); la seconda, e la più importante, è di dimenticarsi delle quattro amiche di New York e di godersi TCD come una serie televisiva a parte, indipendente, appartenente al genere del teen drama – uno dei produttori è Josh Schwartz che si occupò di The O.C. e Gossip Girl.The Carrie Diaries prequel di Sex and the City  (1)

1984, Connecticut, Carrie (AnnaSophia Robb) è una ragazza che vive a Castlebury, una cittadina di provincia, molto intelligente e che aspira a diventare una famosa scrittrice. Purtroppo la madre muore a causa di un tumore e si ritrova sola con il padre (Matt Letscher) e la sorella punk Dorrit (Stefania Owen). È proprio Tom Bradshaw a proporre alla figlia uno stage presso uno studio legale di Manhattan, essendo a conoscenza del sogno della figlia di vivere un giorno nella Grande Mela, ma le cose si complicano quando Carrie conosce la magnifica Larissa (Freema Agyeman), editrice di Interview Magazine. Questa donna diventa il modello da seguire della ragazza, l’aspirazione a cui arrivare, la donna moderna che lavora ed è single, con un look all’ultima moda e che non ha paura del giudizio della gente. Nel frattempo Carrie frequenta il penultimo anno delle superiori insieme alle sue amiche Mouse (Ellen Wong), l’asiatica intelligentona competitiva, e Maggie (Katie Findlay), e comincia una storia con Sebastian (Austin Butler), il Mister Big che la perseguiterà durante questi ultimi due anni del liceo. Se inizialmente il padre si oppone allo stage proposta da Larissa presso la sua rivista di moda, successivamente permetterà a Carrie di coronare il suo sogno di lavorare a Manhattan e farsi le ossa per il futuro.

Il resto è tutto da vedere e vi anticipo solo che nei ventisei episodi vengono affrontati temi classici del teen drama come il primo grande amore, l’amicizia sincera e quella che tradisce, la voglia di crescere troppo velocemente, situazioni familiari particolari, le prime esperienze sessuali e altre situazioni viste con gli occhi degli adolescenti di trent’anni fa!

Bello, giovane e fresco! Io amo gli anni ottanta e questo telefilm è una gioia per gli occhi per i colori, gli outfit e tutto il glam che si respira! Ancor prima di Carrie Bradshaw, la vera protagonista è New York City, baby! La New York eighties, la città dei sogni, la meta del peccato, la grande mela dove tutto è possibile. Anni di grande fervore artistico, in cui nascevano le nuove tendenze in campo artistico come la moda, il cinema e la musica. Carrie vuole far parte di questo mondo e lasciare la sua impronta, a qualunque costo, andando anche contro suo padre o rinunciando l’amore.

I vestiti sono meravigliosi e non si può rimanere indifferenti al tocco di Eric Daman, costumista ufficiale di Gossip Girl, che non fallisce mai e crea uno stile eighties ma moderno con colori forti – spesso mescolati fra loro, stampe optical e tanto sbrilluccichio che inonda i nostri occhi *_*

Da sinistra: Katie Findlay, Brendan Dooling, Ellen Wong, AnnaSophia Robb, Austin Butler e Freema Agyeman.

Da sinistra: Katie Findlay, Brendan Dooling, Ellen Wong, AnnaSophia Robb, Austin Butler e Freema Agyeman.

Purtroppo non è stata una serie fortunata: rimandata per anni, si è conclusa già alla seconda stagione, nonostante fosse stata annunciata una terza serie. Inizialmente si voleva fare un film per il cinema (con una probabile Miley Cyrus come protagonista) ma si è preferito una serie televisiva che si credeva che potesse essere trainata dal successo della sua “sorella maggiore”. Il cast è stato volutamente scelto con volti poco noti, molto bravi e ben caratterizzati, ma nella guerra dello share televisivo The Carrie diaries è stato un vero e proprio flop.

Un grande peccato perché nella seconda serie viene introdotto il personaggio di Samantha Jones (Lindsey Gort), cugina dell’ape regina della scuola Donna (Chloe Bridges), e Walt (Brendan Dooling), che finalmente aveva capito la sua omosessualità, aveva iniziato una relazione con Bennet (Jake Robinson), collega di Larissa. Una terza seria ci voleva proprio perché, se non ricordo male, al college Carrie conosceva Miranda e diventavano amiche, quindi poteva aggiungersi anche lei come personaggio fisso della serie.

The Carrie Diaries forse è stata vittima dell’enorme successo di Sex & The City ma io vi consiglio di “gustarvi” questa serie lo stesso! 🙂

LINO

PIL di Mari Yamazaki

Nerdini non sono impazzito! Questo non è un post di economia perché PIL non vuol dire prodotto interno lordo ma è il nome di una band punk degli anni ’80, i Public Image Limited, amata dalla protagonista di questa meravigliosa graphic novel giapponese.

PIL è un volume unico di Mari Yamazaki, una mangaka famosa per la serie di successo Thermae Romae (pubblicato in Italia da Star Comics in sei volumi), che ci parla del rapporto fra un’adolescente dall’animo ribelle e il nonno che ha il brutto vizio di spendere i soldi per cose inutili.

Anni ‘80, Nanami Hatano è una sedicenne che vive con l’anziano Tokushirô, il nonno materno che cresce la nipote dopo che la madre ha scelto di continuare il suo sogno di diventare una famosa cantante lirica e girare per il mondo. La teenager è un’appassionata di musica punk e sogna di andare a vivere a Londra, meta di molti giovani alternativi, ma inizia a svolgere vari lavoretti per far quadrare i conti del nonno spendaccione. A scuola, NanaPIL Mari Yamazaki Rizzoli Lizardmi viene sempre ripresa per il suo aspetto poco curato, soprattutto per i capelli (i giapponesi sono molto fissati con l’ordine nell’aspetto fisico e nell’uniforme scolastica) e per la sua frangetta che supera il limite delle sopracciglia: se “i capelli sono la cornice del viso”, lei decide di non averne bisogno e prende la decisione estrema di rasarsi a zero! Il nonno rimane senza parole per la scelta della nipote e le impone di portare una parrucca, che puntualmente la ragazza leva quando è fuori di casa o dall’istituto privato che frequenta.

Questo meraviglioso manga josei è uno slice of life molto tenero ma anche divertente! Il divario generazionale dei due protagonisti crea delle situazioni comiche irresistibili e mostra che, nonostante i caratteri molto diversi (e i tanti anni che li separano), l’affetto che provano è così profondo che crea tanta complicità.

Per tutta l’opera si respirano gli anni ottanta (periodo che amo particolarmente) e il fascino del punk che andava tanto di moda ai tempi dalla musica, vista spesso come “frastuono e urli”, alla moda delle magliette bucate e delle creste colorate.

Mari Yamazaki sembra molto coinvolta nel racconto perché, come ammette lei stessa nella postfazione, Nanami è stata costruita pensando alla sua adolescenza turbolenta da vera punk girl che sognava Londra e che finì per trasferirsi a Firenze per studiare presso l’Accademia di Belle Arti, scappando da un Giappone che le stava stretto.

Pubblicato in Giappone sulla rivista josei Office You di Shueisha, in Italia è stato proposto da Rizzoli Lizard nelle sue solite meravigliose edizioni di cui non ho mai niente da ridire! Il volume si rifà all’edizione francese della Casterman ed è impreziosito da un’introduzione scritta da Jiro Taniguchi, autore di cui ho già parlato nel blog per opere come Allevare un cane e Al tempo di papà.

Rizzoli ha già confermato che porterà altre opere dell’autrice a cominciare da Giacomo Foscari. Io spero che questa casa editrice porti altri lavori di mangaka snobbate (ingiustamente) dalle case editrici italiane, per esempio dei bei volumi unici di Kyoko Okazaki e/o Kiriko Nananan.

Consigliato a pieni voti! 🙂

LINO