affetto

Chiamami col tuo nome

Ammetto di essere andato a vedere il nuovo film di Luca Guadagnino con tanti preconcetti riguardo all’ottima reputazione fra i cineasti intellettuali con cui non ho un ottimo rapporto, pensando di trovarmi davanti all’ennesimo film d’autore che spesso non capisco perché non ho l’occhio da cineasta consumato. Chiamami col tuo nome è stata una bellissima sorpresa, un racconto di formazione in cui un adolescente è alla ricerca del proprio “Io” attraverso le pulsioni ed esperienze che molti di noi giovani (ed ex adolescenti) abbiamo già provato.

Tratto dal romanzo omonimo di André Aciman, pubblicato in Italia da Guanda Editore, il film racconta un’estate in cui la routine giornaliera del giovane Elio (Timothée Chalamet) viene interrotta dall’arrivo dell’affascinante Oliver (Armie Hammer), studente americano ospite nella villa di famiglia in cui il diciassettenne è solito passare le vacanze. Il rappoChiamami col tuo nome Call me by your namerto fra i due inizialmente non è dei migliori poiché Elio prova un po’ di gelosia verso il nuovo arrivato: Oliver è bello e ammirato da tutte le ragazze del paese, è dotato di una grande conoscenza culturale e si mostra sempre come una persona disinvolta e senza tanti pudori. Abituato a un ambiente culturalmente stimolante, grazie anche ai genitori che l’hanno cresciuto fra musica classica e letture in lingua originale, Elio entra in una specie di competizione che da luogo a grandi discussioni intellettuali a cui l’americano cerca di tener testa, ma l’adolescenza è anche un periodo critico di cambiamento e di domande, in cui si abbandona l’infanzia e si prende consapevolezza di una maturità che passa attraverso la sessualità , in cui le pulsioni e i desideri vengono incanalati verso un preciso canale di piacere.

Il modo in cui si avvicinano i due ragazzi è molto poetico perché, nonostante pensano che stiano vivendo qualcosa di sbagliato per la società  del tempo (il film è ambientato nel 1983), non riescono a sopprimere la naturalezza delle proprie emozioni, rappresentate dal regista in mani che si sfiorano, dita che ricalcano il contorno delle labbra e baci rubati su un prato lontano da occhi indiscreti. Se Elio vorrebbe vivere quest’amore in modo affamato e frettoloso tipico della sua giovane età, l’altro prende le distanze cercando di non portarlo in un universo che fa paura ancora anche a lui. Come per la maggior parte dei sentimenti, ci sono cose che non puoi reprimere perché sono semplicemente l’espressione di noi stessi, ed è per questo che si riavvicinano e danno sfogo alla passione. Nulla di morboso o sessualmente esplicito, nessuna scena gratuita offerta alla fantasia dello spettatore, ma il regista entra in punta di piedi nella stanza da letto dei due amanti, quasi a non volerli disturbare, ed è proprio questa delicatezza che mi è piaciuta, senza fronzoli o elementi grotteschi.

Luca Guadagnino racconta una storia d’amore con una regia che potrebbe sembrare abbastanza povera (effettivamente il cachet usato non era alto), con una narrazione lenta e contemplativa fatta d’immagini e silenzi che spesso sono un’espressione del bello intorno a noi, quasi una grande dichiarazione d’amore che lui stesso fa alla cultura, all’arte e alla bellezza dell’Italia. Un estetismo che ha un sapore decadente, di un essere bohémien lontano dai giorni nostri, dove si discute leggendo opere di Eraclito o preferendo la musica di Bach a quella della disco-music suonata nel bar del paese. Il tutto può sembrare anacronistico ma vengono anche affrontati temi attuali come l’omofobia, sia della società  sia individuale, proprio quella che Oliver si ritrova a provare decidendo per un matrimonio di circostanza. La paura di amare e di essere amati da uno biologicamente uguale a se stessi vince sulla felicità personale, e si preferisce dare agli altri ciò che sembrerebbe giusto.Thimothée Chalamet Armie Hammer Call me by your name

In alcuni aspetti, la regia di Guadagnino rende omaggio a Bernardo Bertolucci, famoso regista italiano di Ultimo tango a Parigi, e mi ha ricordato in particolare due film che ho visto varie volte nel corso degli anni: non è difficile riconoscere l’ambientazione contadina di Io ballo da sola, dove la giovane Liv Tyler viene mandata a trascorrere le vacanze estive nella campagna toscana, in un caseggiato popolato da artisti ed esteti (come i genitori di Elio), scoprendo il suo essere donna attraverso il primo rapporto sessuale; inoltre non posso non citare i tre giovani di The Dreamers nella Parigi rivoluzionaria del ’68, che per tutto il film si divertono omaggiando continuamente sia la cinematografia sia la letteratura.

La mia semplice recensione non rende giustizia a questo piccolo gioiello che può essere già definito come un classico dell’amore gay sul grande schermo, ma le emozioni che mi ha trasmesso non riesco a esprimerle tutte a parole perché l’amore non viene sminuito ed è rappresentato come la cosa più naturale del mondo! Non capisco come alcuni riescano già a criticare il rapporto fra Elio e Oliver come qualcosa di perverso per via della giovane età di uno dei due protagonisti, ma siamo in Italia e il finto moralismo che pervade la nostra società deve manifestarsi nella malizia degli occhi di persone che hanno la solita omofobia interiorizzata.

“Stai male e ora vorresti non provare nulla, forse non hai mai voluto provare nulla, ma ciò che ora provi io lo invidio. Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a trent’anni siamo già prosciugati e ogni volta che ricominciamo una nuova storia con qualcuno diamo sempre di meno, ma renderti insensibile così da non provare nulla è uno sbaglio!”

Candidato a quattro Premi Oscar, fra cui miglior film e migliore attore protagonista (Thimothée Chalamet è stato bravissimo!), in Italia è stato distribuito nelle sale italiane da Warner Bros e vi consiglio di andare a vederlo! Ovviamente se non vi danno fastidio storie d’amore omosessuali, ma se leggete il mio blog non penso che siate un pubblico mentalmente chiuso.

CONSIGLIATO! ^^

LINO

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Il cane che guarda le stelle

Rieccomi! Non sono morto, ero soltanto in quel periodo dell’anno in cui vengo risucchiato dal “nulla” e questo senso di vuoto s’impossessa di tutti gli aspetti della mia vita, compreso il mio triste blog (sempre più abbandonato a se stesso). Spero di non essere in ritardo per consigliarvi una lettura da regalare (o regalarvi) con la dolce storia del piccolo Happy e del suo sfortunato padrone: Natale si avvicina e abbiamo bisogno di tanti buoni sentimenti ma soprattutto di emozionarci.

Il cane che guarda le stelle è un manga seinen che s’inserisce perfettamente nel filone dello slice of life, focalizzandosi sul rapporto fra un uomo e il suo cane (come in Allevare un cane di Jiro Taniguchi) e puntando dritto alle emozioni con un finale strappalacrime (io sono annegato fra le mie XD ). La cosa principale che distingue i due fumetti è che Takashi Murakami ha dato voce ai pensieri del cane come se fosse un vero e proprio bambino, creando sia dei siparietti comici sia dei momenti di riflessione.

“I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa…”

Hoshi Mamoru Inu comincia presentandoci un’auto abbandonata in un sentiero ritrovata dalla polizia e l’identificazione di due cadaveri di un uomo e di un cane, perché l’autore comincia a raccontare proprio dal triste finale: la bellissima amicizia fra i due protagonisti ci viene narrata attraverso un lunghissimo flashback cominciando proprio dal ritrovamento di Happy, abbandonato in uno scatolone e portato a casa dalla piccola Miku, la figlia del protagonista umano della storia. Gli anni passano e purtroppo le cose non vanno bene per il padrone di Happy e, dopo aver perso il lavoro, la moglie chiede il divorzio e la figlia, un adolescente ribelle, pensa solo a divertirsi disinteressandosi della famiglia e del cagnoIl cane che guarda le stelle Takashi Murakamilino. Dopo aver venduto la casa, Happy e il suo padrone partono per un viaggio on the road verso il sud del Giappone, dove vogliono ricominciare una nuova vita, magari vicino al mare, in una casetta di campagna. Purtroppo i soldi rimasti sono pochi e l’uomo, da tempo ammalato di cuore, non riesce più ad andare avanti in quest’avventura e, in una gelida sera d’inverno, si addormenta per sempre. Happy non capisce cosa sia successo al suo padrone e continua la vita di tutti i giorni sperando che il suo “papà” si svegli. Il tempo passa e pure il cane inizia a sentirsi stanco e, rientrando nell’auto abbandonata, si accascia ai piedi dell’uomo e cade anche lui nel lungo sonno… è inutile, anche a riassumere la storia, mi emoziono! 😥

Nel volume è presente anche un’altra storia parallela alla vicenda principale in cui Kyosuke Okutsu, un assistente sociale, si ritrova a lavorare sul caso dell’auto abbandonata in un campo e a cercare l’identità di quest’uomo e del suo piccolo amico. Okutsu ricorderà tutta la sua infanzia passata insieme ai nonni e al cane che amava stare fuori a guardare le stelle, sentendosi in colpa per non essere stato un bravo padrone.

La storia raccontata in questo fumetto è di una semplicità quasi disarmante: il modo sincero con cui Happy ama il padrone penso che sia simile a quello che i nostri animali domestici provino nei nostri confronti, che ci aspettano sempre e soffrono quando non ci siamo, che sono subito pronti a riappacificarsi anche se li hai sgridati pesantemente, che ci amano in un modo così naturale, così disinteressato, così bello che difficilmente un altro essere umano potrebbe fare. È un libro che ti porta a riflettere sul tuo personale rapporto con l’animaletto che hai in casa, per cui ti chiedi se anche lui pensa le stesse cose di Happy e se anche lui prova quelle emozioni, soprattutto se ti stai comportando nel migliore dei modi ricambiando nella maniera giusta il loro affetto.

Serializzato fra le pagine del magazine Weekly Manga Action di Futabasha Publishing, in Giappone il manga ha avuto così tanto successo (più di quattrocentomila copie vendute) che ha pure goduto anche di una trasposizione cinematografica nel 2011 diretta da Tokiyuki Takomoto. L’edizione italiana è a cura di JPop Manga che ha presentato l’opera sia con la copertina originale sia con una variant cover disegnata da Elisa Macellari disponibile in tutte le librerie Mondadori.

Consigliato? Penso che non ci sia bisogno che vi dia una risposta affermativa perché si capisce perfettamente che mi è piaciuto molto! Forse mi sono immedesimato troppo nella storia che ho voluto scrivere la recensione velocemente per non rattristarmi nuovamente nel ricordare la trama (io senza il mio Happy/Chicco morirei). È un ottimo regalo di Natale per chi apprezza i fumetti semplici ma di grande emozione, ma soprattutto è consigliato a chi ama gli animali e possiede un amico pelosino nella propria famiglia.

LINO

Big Hero 6

Domenica scorsa mi sono dedicato alla visione del cinquantaquattresimo Classico Disney che snobbai l’anno scorso e che invece si è rivelata una piacevole sorpresa. È interessante perché cerca un compromesso fra il mondo dei comics americani e gli anime giapponesi con diversi elementi come l’ambientazione nella città futuristica di San Fransokyo (un mix fra San Francisco e Tokyo) e la presenza di un team di supereroi.

Big Hero 6 è il primo film nato dalla collaborazione fra Walt Disney Pictures e i Marvel Studios perché la storia si basa proprio su un fumetto di quest’ultima. Affidato alla regia di Don Hall (Winnie the Pooh Nuove avventure nel bosco dei 100 acri) e Chris Williams (BoltUn eroe a quattro zampe), agli Oscars 2015 ha vinto il premio come Miglior film d’animazione dell’anno.Big Hero 6 Baymax Disney Marvel

Hiro Hamada è un ragazzino di quattordici anni che vive a San Fransokyo, dotato di un’intelligenza diversa dalla media (si è già diplomato) ma che spreca il suo tempo nei bot duelli – incontri clandestini in cui si fanno combattere i propri robot. Tadashi, il fratello maggiore, gli fa capire che sta sprecando il suo tempo e lo porta al San Fransokyo Istitute of Technology dove gli fa vedere come molti giovani talentuosi come lui, usano il loro tempo dedicandosi alla scoperta di nuove tecnologie, e gli presente alcuni suoi amici: Wasabi si occupa di laser utilizzandoli per tagliare ogni cosa in modo più preciso, Gogo Tomago vuole inventare un veicolo su due ruote velocissimo, Honey Lemon è una chimica che studia le reazioni fra i diversi componenti e infine c’è il nerd Fred amante dei supereroi che fa da mascotte alla scuola. Tadashi mostra al fratello il progetto a cui sta lavorando da tanto tempo chiamato Baymax, un robot dall’aspetto morbido e rassicurante, che ha lo scopo principale di guarire le persone come se fosse un infermiere universale. Hiro decide di voler entrare in questa scuola ma per essere ammessi bisogna deve presentare un progetto scientifico-tecnologico interessante: usando i microbot (dei piccoli pezzi di robot che funzionano attraverso un trasmettitore neurale) mostra come si può dare vita a tutto quello che vuole e/o pensa.

Dopo aver saputo dell’ammissione, scoppia un incendio nell’istituto che distrugge il progetto del ragazzino. Tadashi rientra nell’edificio per salvare il Professor Callaghan ma perde la vita. Hiro, rimasto solo al mondo con la zia Cass, rinuncia a frequentare la scuola e s’isola nella camera che condivideva con il fratello. Un giorno attiva Baymax attraverso una sua espressione di dolore e inizia così la loro collaborazione per far luce sulla reale morte di Tadashi, sul perché l’unico microbot rimasto continua a essere attivo e soprattutto cercheranno di scoprire chi si nasconde dietro la maschera Kabuki.

In una scala da uno a dieci, come valuti il tuo dolore?

“In una scala da uno a dieci, come valuti il tuo dolore?” – cit. Baymax

Walt Disney ama sempre il melodramma facendo morire sempre qualcuno di caro al/alla protagonista, iniziò da piccolo traumatizzandomi con Bambi (in cui la madre viene uccisa dai cacciatori) e non rinuncia tuttora a spargere tristezza! XD *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° La morte di Baymax, come quella di Bing Bong in Inside Out, è un sacrificio fatto per aiutare l’amico ma soprattutto rappresenta il passaggio dall’età infantile all’adolescenza, in cui il protagonista matura anche emotivamente. *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Big Hero 6 è un racconto moderno di amicizia, in cui l’argomento principale è destinato alla tecnologia offrendo uno spunto di riflessione: Fino a dove l’uomo può spingersi in nome della scienza? Se gli amici di Hiro creano nuovi strumenti per migliorare la vita degli altri, c’è anche chi vuole usarla a proprio piacimento per far del male o per guadagnare il più possibile. A questo proposito è molto bello il progetto di Tadashi, che vuole usare la scienza in modo utile, lontano dalle logiche di mercato, in modo che aiuti tutti.

Consigliato? Assolutamente sì, un piccolo gioiellino moderno con un buffissimo Baymax che ti addolcisce il cuore!

LINO

Frozen – Il Regno di Ghiaccio

Il vostro blogger è sempre così veloce e aggiornato che è riuscito a vedere Frozen solo quattordici mesi dopo la sua uscita! Non male per uno che ha aspettato sedici anni per recuperare Mulan. XD

Il film d’animazione Disney, diventato un fenomeno mondiale, mi ha lasciato un po’ con la bocca asciutta e ammetto che avevo troppe aspettative, ma cercate di capirmi, ho avuto la home di Facebook invasa da ogni tipo di cosa dedicata ad Anna ed Elsa e ormai DOVEVO vederlo a tutti i costi. Tutte le appassionate di cosplay lo scorso hanno si vestivano come le sorelle di Arendelle e se non trovavano l’amica con cui fare la coppia cosplay, la maggior parte di esse sceglieva Elsa versione figa dei ghiacci. I collezionisti di figures e dolls pubblicavano le foto di tutti i loro acquisti relativi a Frozen dalle bambole di tutte le dimensioni al merchandising più vario che ha reso felice casa Disney.Frozen Disney Elsa

Spinto dalla curiosità e dai due Premi Oscar vinti nel marzo del 2014 (Miglior film d’animazione e Miglior canzone), domenica scorsa ho visto il 53° Classico Disney, diretto da Chris Buck e Jennifer Lee, che s’ispira a La regina delle nevi di Andersen (il papà de La Sirenetta).

*°*°*°*°*°Attenzione, il testo è pieno di spoiler*°*°*°*°*°

Elsa e Anna sono le figlie dei Reali di Arendelle, un regno che si trova nella lontana Scandinavia, e sono inseparabili ma la primogenita ha un dono che mette in pericolo la vita dell’altra sorella: crea e manipola il ghiaccio. Mentre giocano, Elsa colpisce involontariamente Anna, lasciandola priva di sensi, e i genitori, impauriti da questo potere, chiedono consiglio ai troll su come continuare a crescere la figlia. Ad Anna vengono cancellati i ricordi inerenti ai poteri della sorella e quest’ultima viene isolata nella sua stanza, fin quando non sarà capace di controllarsi. Dopo la perdita dei due genitori in un naufragio, gli anni passano ed Elsa arriva alla maggiore età, pronta per diventare la nuova regina. Viene data una grande festa in suo onore dove vengono aperte le porte del palazzo, Anna incontra il principe Hans, se ne innamora e lo presenta alla sorella, nella speranza che le dia la benedizione per il matrimonio. Elsa si rifiuta e dà sfogo ai suoi poteri davanti a tutti, perdendo il controllo, e scappa dalla residenza reale.

Arendelle viene ricoperta da neve e ghiaccio, e Anna parte alla ricerca della sorella, lasciando tutto nelle mani di Hans che in realtà ha altri obiettivi: disfarsi delle principesse e impadronirsi del Regno. Nel frattempo, Elsa ha trovato rifugio nella Montagna del nord in cui ha costruito il suo palazzo di ghiaccio e dove si sente libera di essere se stessa, senza avere paura di far del male agli altri a causa del suo potere. Durante il viaggio Anna conosce Kristoff con la sua renna Sven, che si uniscono nella ricerca e trovano Elsa: purtroppo l’incontro va male, le due sorelle finiscono per litigare e la principessa erede al trono colpisce la sorella con del ghiaccio. Anna comincia a sentirsi debole e i suoi capelli diventano bianchi. Solo un atto di vero amore potrà salvarla dal diventare ghiaccio, essendo stata colpita al cuore. La salverà Kristoff o Anna si pentirà del gesto e la aiuterà?Frozen Disney Anna Olaf

La fine di questo Disney Classic, mi ha fatto inorridire come fece il risveglio di Aurora in Maleficent – ma non voglio svelarvi nulla – per non dire che la filosofia che in molti mi proponevano, quella delle principesse indipendenti, non regge perché se Anna decide di regnare da sola, seguendo l’esempio di Elizabeth la regina vergine sposata con la patria, la sorella trova l’amichetto con cui passare il resto della sua vita. Inoltre, se verrà prodotto un secondo capitolo della storia (cosa molto probabile), di sicuro infileranno un principe anche per la regina di ghiaccio. Intanto accontentiamoci del cortometraggio Frozen Fever che uscirà nei cinema il 12 marzo, anticipando il film Cinderella di Kenneth Branagh.

La colonna sonora merita una menzione a parte perché ha riscosso un grandissimo successo, risultando il disco più venduto nel 2014, secondo solo a 1989 di Taylor Swift. Il brano Let it go, vincitore del Premio Oscar, rappresenta la rinascita artistica di Idina Menzel, famosa attrice di Broadway che ha tentato varie volte la carriera discografica con scarso successo, che molti di voi conosceranno per il suo ruolo in Glee come coach dei Vocal Adrenaline ma soprattutto come madre biologica di Rachel Berry (Lea Michele), figlia adottiva di una coppia gay. La Menzel, doppiatrice originale di Elsa, in Italia è sostituita da Serena Autieri che canta la versione italiana di Let it go intitolata All’alba sorgerò, invece Anna, che in America viene doppiata da Kristen Bell (…qualcuno ha detto Veronica Mars?), nel nostro paese è sostituita da Serena Rossi. Esistono anche le pop version di Let it go: Demi Lovato per gli USA e Martina Stoessel, conosciuta meglio come Violetta, per l’Italia.

In definitiva non posso dire che Frozen non mi sia piaciuto, però non è nemmeno il capolavoro che in tanti vanno a sbandierare: classica storia Disney cantata con l’inconfondibile happy ending. Fra le due sorelle io preferisco Anna perché Elsa è così… antipatica. Molto divertente il personaggio di Olaf, il pupazzo di neve creato da Elsa, con i suoi siparietti comici che rallegrano la storia.Frozen Disney Olaf

Sarò all’antica, ma queste grafiche troppo computerizzate non mi piacciono per nulla, e non reggono il confronto allo stile meraviglioso di grandi classici come La Bella e la Bestia o La Sirenetta.

LINO

Full bloom darling

Dallo scorso novembre la casa editrice Flashbook ha ricominciato a pubblicare manga yaoi o Boy’s love, dopo le (ingiuste) delusioni di vendita di titoli come Neanche il tempo per sognare di Yugi Yamada e Come mai arrossisci qui? di Saika Kunieda. Per un pelo che hanno portato nuove autrici, perché le pubblicazioni italiane si erano fossilizzate su Hinako Takanaga, mangaka che è diventata il mio incubo fra gli scaffali della fumetteria.

Ieri mi sono dato alla lettura di Full bloom darling, volume unico di Kotetsuko Yamamoto (un’autrice di cui ignoravo l’esistenza) attirato soprattutto dal tratto accattivante! Se le altre mangaka annunciate dalla casa editrice – Yoneda KFull bloom darling Kotetsuko Yamamoto Flashbookou e Rihito Takarai – le conoscevo, questa è stata una piacevole sorpresa. 🙂

Takashi Murakami è un giovane ragazzo che lavora in un negozio di fiori, il Flower Hall, insieme all’amico Ryo e a Haruhiko Fujimori, il titolare dell’attività commerciale e il fidanzato di Takashi. Il carattere del timido e introverso protagonista sembra non essere in linea con quello del “capo” che cerca continuamente un contatto fisico ovunque loro si trovino! I due ragazzi non hanno avuto ancora un normale rapporto sessuale perché Takashi è terrorizzato dal dolore che potrebbe provare (essendo due uomini… insomma, non devo essere io a spiegarvelo XD ) ma Haruhiko non si perde d’animo e lo molesta in tutti i modi, fin quando la sua preda cade nel tranello e riesce nel suo intento finale. XD Nel corso del volume vedremo Takashi e Haruhiko affrontare i classici problemi di tutte le coppie, dalla convivenza alla gelosia, senza dimenticare il terzo incomodo che vuole insinuarsi nella relazione.

I due personaggi principali sono così diversi che si completano a vicenda: Takashi è giovane, inesperto e incapace a controllare le proprie emozioni, chiudendosi a guscio quando non sa come reagire, invece Haruhiko è un uomo sicuro di sé, passionale, sfrontato e con un grande “appetito”. 😉

La storia di Mankai darling è semplice e lineare, il volume si legge velocemente perché raccontato senza troppi fronzoli e le scene romantiche sono alternate a quelle di passione, ma quest’ultime non sono volgari ma leggermente accennate.

Nonostante sia presentato come volume unico, in Giappone è stato pubblicato anche un secondo volume che racconta nuove avventure con i nostri protagonisti ma in Italia non è stato ancora annunciato – e Flashbook ha fatto capire che tutto dipenderà dalle vendite di questo volume.

Consigliato? Sì, soprattutto a chi vuole una lettura leggera ma non stupida e con la giusta dose di romanticismo.

LINO

Si dà il caso che

Just so happens è il classico esempio di un bel slice of life ma lasciato a metà, una graphic novel dell’artista anglo-giapponese Fumio Obata che cerca d’indagare nella profondità dell’animo umano ma non ci riesce del tutto.

Io e i “capolavori” dichiarati dalla Bao Publishing abbiamo qualche problema. Dopo la delusione di E la chiamano estate di Jillian e Mariko Tamaki, anche questo Si dà il caso che mi ha lasciato abbastanza indifferente.

Due sono le cose: o io non capisco nulla di fumetto (probabile come cosa, mica possiedo la verità assoluta) o gli intellettualoni critici della narrazione a fumetti gridano al “capolavoro” troppo facilmente per ragioni commerciali o di pubblicità.

Si dà il caso che racconta il ritorno di Yumiko in Giappone a seguito della morte del padre, a causa di un incidente durante un’escursione in montagna. La ragazza vive da anni a Londra, dove lavora come designer, ed è legata sentimentaSi dà il caso che Fumio Obata Bao Publishinglmente a Mark. Subito dopo la telefonata del fratello, Yumiko vola in Giappone un po’ controvoglia, dove la aspettano familiari e cerimonie funebri. Inizialmente la giovane non riesce a capire come si sente, frastornata dal jet lag e da tutte quelle formalità che le vengono imposte, non prova niente ma solo tanto fastidio, tranne nel momento in cui mettono il padre nel forno per cremarlo e la ragazza si scioglie in un mare di lacrime. In seguito Yumiko ne approfitta per andare a trovare la madre, divorziata dal marito quando lei e il fratello erano adolescenti, che è sempre stata un modello per la protagonista: essendo una donna intellettualmente emancipata, ha cercato di seguire il suo sogno di diventare scrittrice andando contro tutta la famiglia e scegliendo una vita di solitudine. Quando apprende che la figlia ha una relazione stabile con un uomo, la madre non reagisce molto bene perché ha paura che Yumiko possa finire a essere la classica casalinga soggiogata al potere maschile. Nel viaggio di ritorno a Londra, la ragazza ripensa al Giappone e capisce che la vita di Londra è quella che le appartiene.

Il tema del viaggio e del ritorno a casa, è stato usato in tante produzioni culturali e anche nel fumetto, e spesso comporta una profonda analisi del personaggio che ritorna nei luoghi dell’infanzia e della vita famigliare di un tempo. Just so happens mi ha ricordato Al tempo di papà ma senza quella bella analisi che fa Jiro Taniguchi sull’interiorità di una persona: si percepisce che Yumiko non è molto contenta di tornare in Giappone ma non si capisce il perché, considerando che nel racconto non ci sono elementi di rottura con il passato e il nucleo famigliare ma solo il suo sogno di studiare design a Londra. La protagonista si sente sia un’estranea nella capitale inglese sia in Giappone, ma questo non viene spiegato, a parte il contare gli anni di residenza nella città. Dopo aver sbadigliato alla commemorazione del padre, si scioglie in lacrime nel momento della cremazione, va a trovare la madre e torna a Londra – tutto troppo velocemente.

Troppi temi buttati fra le pagine e non analizzati, un minestrone di sentimenti che cambia da una pagina all’altra, un’incompletezza narrativa che ti porta a valutare questa graphic novel come un fumetto a metà.

Le illustrazioni di Obata sono bellissime, come anche l’edizione cartonata di Bao Publishing, ma diciannove euro sono eccessivi per centoquaranta pagine. È vero che le graphic novel costano sempre più dei manga o dei comics, ma certi prezzi stanno diventando proibitivi: molti volumi per cui ho dei dubbi, possono stare tranquillamente a prendere la polvere negli scaffali di una libreria. Ringrazio di aver preso l’e-book di quest’opera! XD

Consigliato? Non saprei. Forse voi, che avete una sensibilità diversa dalla mia, potreste trovare particolari che non ho saputo apprezzare.

LINO

PIL di Mari Yamazaki

Nerdini non sono impazzito! Questo non è un post di economia perché PIL non vuol dire prodotto interno lordo ma è il nome di una band punk degli anni ’80, i Public Image Limited, amata dalla protagonista di questa meravigliosa graphic novel giapponese.

PIL è un volume unico di Mari Yamazaki, una mangaka famosa per la serie di successo Thermae Romae (pubblicato in Italia da Star Comics in sei volumi), che ci parla del rapporto fra un’adolescente dall’animo ribelle e il nonno che ha il brutto vizio di spendere i soldi per cose inutili.

Anni ‘80, Nanami Hatano è una sedicenne che vive con l’anziano Tokushirô, il nonno materno che cresce la nipote dopo che la madre ha scelto di continuare il suo sogno di diventare una famosa cantante lirica e girare per il mondo. La teenager è un’appassionata di musica punk e sogna di andare a vivere a Londra, meta di molti giovani alternativi, ma inizia a svolgere vari lavoretti per far quadrare i conti del nonno spendaccione. A scuola, NanaPIL Mari Yamazaki Rizzoli Lizardmi viene sempre ripresa per il suo aspetto poco curato, soprattutto per i capelli (i giapponesi sono molto fissati con l’ordine nell’aspetto fisico e nell’uniforme scolastica) e per la sua frangetta che supera il limite delle sopracciglia: se “i capelli sono la cornice del viso”, lei decide di non averne bisogno e prende la decisione estrema di rasarsi a zero! Il nonno rimane senza parole per la scelta della nipote e le impone di portare una parrucca, che puntualmente la ragazza leva quando è fuori di casa o dall’istituto privato che frequenta.

Questo meraviglioso manga josei è uno slice of life molto tenero ma anche divertente! Il divario generazionale dei due protagonisti crea delle situazioni comiche irresistibili e mostra che, nonostante i caratteri molto diversi (e i tanti anni che li separano), l’affetto che provano è così profondo che crea tanta complicità.

Per tutta l’opera si respirano gli anni ottanta (periodo che amo particolarmente) e il fascino del punk che andava tanto di moda ai tempi dalla musica, vista spesso come “frastuono e urli”, alla moda delle magliette bucate e delle creste colorate.

Mari Yamazaki sembra molto coinvolta nel racconto perché, come ammette lei stessa nella postfazione, Nanami è stata costruita pensando alla sua adolescenza turbolenta da vera punk girl che sognava Londra e che finì per trasferirsi a Firenze per studiare presso l’Accademia di Belle Arti, scappando da un Giappone che le stava stretto.

Pubblicato in Giappone sulla rivista josei Office You di Shueisha, in Italia è stato proposto da Rizzoli Lizard nelle sue solite meravigliose edizioni di cui non ho mai niente da ridire! Il volume si rifà all’edizione francese della Casterman ed è impreziosito da un’introduzione scritta da Jiro Taniguchi, autore di cui ho già parlato nel blog per opere come Allevare un cane e Al tempo di papà.

Rizzoli ha già confermato che porterà altre opere dell’autrice a cominciare da Giacomo Foscari. Io spero che questa casa editrice porti altri lavori di mangaka snobbate (ingiustamente) dalle case editrici italiane, per esempio dei bei volumi unici di Kyoko Okazaki e/o Kiriko Nananan.

Consigliato a pieni voti! 🙂

LINO