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Venivamo tutte per mare

“In segreto nutrivamo la speranza che qualcuno ci liberasse. […] A volte, la notte, mentre ci preparavamo per andare a letto, d’un tratto scoppiavamo in lacrime…”

The Buddha in the Attic è un romanzo di Julie Otsuka che racconta una triste pagina di storia inerente alle donne giapponesi che emigravano in America, le cosiddette Spose in fotografia: giovani ragazze, quasi tutte minorenni, che venivano spedite nel “nuovo mondo” per conoscere il futuro marito. L’autrice, per la stesura del suo romanzo, ha usato tante fonti storiche – soprattutto biografie di donne che arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del novecento – e ha scelto di raccontare la storia senza una protagonista ma creando una voce narrante corale con la quale rappresentare tantissimi tipi di donne che trovarono fortuna o solo una vita di lavoro e sacrifici.

Il libro comincia con il racconto del lungo viaggio fatto in nave dalle donne, di un’età compresa fra i dodici (“…veniva dalla sponda orientale del lago Biwa, e non aveva ancora cominciato a sanguinare”) e i trentasette anni, che furono date in sposa a dei perfetti sconosciuti spesso per gli interessi economici della famiglia. Prima della partenza, le madri insegnarono alle loro figlie a “essere una perfetta moglie giapponese”: cucinavano, cucivano, servivano il tè, disponevano i fiori nel modo giusto, sVenivamo tutte per mare di Julie Otsukatrappavano le erbacce nel giardino, spaccavano la legna, camminavano con gli alluci all’interno ma soprattutto impararono che “una ragazza deve mimetizzarsi dentro la stanza, deve essere presente senza rivelare la propria esistenza”.

Il viaggio rappresentava la fuga da un futuro destinato al lavoro nei campi o, nel peggiore dei casi, dalla possibilità di essere venduta dal proprio padre a una casa di geishe per una discreta somma di denaro. Tante false aspettative erano custodite nei cuori di queste ragazzine, credendo che sarebbero finite a vivere in enormi case con la servitù e il lusso più sfrenato. Quest’atteggiamento sognatore delle giapponesi era alimentato anche dalle lettere (false) che i loro uomini scrivevano in cui raccontavano di possedere grandio abitazioni con bellissimi giardini in cui piantare tulipani oppure di essere diventati proprietari di aziende importanti e di poterle mantenere senza problemi. Arrivate a destinazione, la situazione cambiò e le varie donne si salutarono per andare incontro alla nuova vita: capirono che le lettere erano solo bugie, che gli uomini non erano belli come nelle fotografie e che alla fine i loro futuri mariti non erano altro che dei semplici immigrati che facevano lavori umili nelle case dei bianchi – dove anche loro saranno costrette a piegare la schiena. La prima notte sarà l’esperienza che più le traumatizzerà perché le madri non spiegarono “cosa” il loro marito avrebbe voluto: o in modo gentile o con la violenza, il coniuge dovette costatare l’effettiva verginità delle compagne.

I lavoratori giapponesi divennero una presenza costante nelle case e nei campi dei bianchi perché erano seri, precisi, discreti e potevano “vivere con un cucchiaino di riso al giorno”. Nel primo trentennio del novecento, l’integrazione fra gli adulti riuscì  parzialmente in uno strano rapporto fra servo e padrone, invece i bambini di origine giapponese andarono a scuola insieme ai bianchi senza problemi, sentendosi americani a tutti gli effetti. È proprio per questo loro senso di appartenenza alla propria comunità che rifiutarono le loro tradizioni con piccoli gesti quotidiani come i vestiti all’occidentale o cambiando i loro nomi da SumireShizukoEtsuko a VioletSugarEsther. Purtroppo gli orrori del Secondo Conflitto Mondiale arrivarono alle orecchie degli americani e i giapponesi vennero costretti a lasciare le loro abitazioni perché considerati come dei traditori.

Nel racconto della Otsuka viene raccontata la difficoltà di conoscere una cultura totalmente diversa da quella di origine e di apprendere una lingua che non si conosce, si respira un’iniziale nostalgia di casa che verrà rimpiazzata dalla creazione di una propria famiglia (in cui esperienze femminili come il parto o la maternità saranno vissute in solitudine, senza l’aiuto di una madre vicina) e si può comprendere tutta l’illusione dei sogni fatti sulla nave. Inoltre l’attacco a Pearl Harbour porterà i giapponesi ad aver paura per la propria vita perché il clima di razzismo che viene a crearsi, viene supportato dal Presidente Roosevelt che considera tutti i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.

L’edizione italiana di Venivamo tutte per mare è a cura di Bollati Boringhieri editore che ha pubblicato anche il sequel Quando l’imperatore era un dio (When the Emperor was divine).

Consigliato e promosso a pieni voti! ^_^

LINO

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La ragazza dai sette nomi: la mia fuga dalla Corea del Nord

“Lasciare la Corea del Nord non è come lasciare un qualsiasi altro paese. È come lasciare un altro universo. Per quanto possa spingermi lontano, non sarò mai del tutto libera dalla sua forza di gravità.”

Testimonianze come quella di Hyeonseo Lee sono preziose perché ti consentono di aprire gli occhi su realtà molto diverse dalle nostre tanto da pensare che non esistano nel nuovo millennio. The girl with seven names è il racconto della fuga di una giovane ragazza dalla Corea del Nord, paese in cui vige tuttora la dittatura, nazione in cui il popolo è abbandonato nella propria ignoranza, usata come strumento di controllo da parte del regime.

L’autrice ricorda molto Malala Yousafzai sia per coraggio sia per voglia di raccontare la verità, un’altra eroina dei nostri tempi che si è battuta contro una società maschilista che non le permetteva nemmeno di studiare solo perché era di sesso femminile. Proprio come nell’autobiografia Io sono Malala, La ragazza dai sette nomi racconta la storia della famiglia della disertrice nordcoreana, iniziando dall’incontro dei suoi genitori fino alla sua fuga per Seul, passando dalla Cina. Nella stesura del libro, Hyeonseo è stata aiutata dallo scrittore americano David John e il nome che utilizza non è il vero: se avesse usato quello reale della nascita, avrebbe potuto causare la tortura e/o la morte di famigliari rimasti in patria. Raggiunta la libertà, decide di tagliare con la vecchia se stessa e opta per il nome odierno formato da Hyeon (“luce del sole”) e Seo (“buona sorte”) proprio per

“…poter vivere la mia vita nella luce e nel calore, e per non dover mai più nascondermi nell’ombra.”

Dall’infanzia ai diciassette anni, la vita di Hyeonseo era come quella di tutti i suoi coetanei che crescevano nel mito di abitare nella nazione più forte del mondo, cercando di essere dei bravi comunisti. Vissuta inizialmente a Hyesan, città di confine con la Cina, fu costretta a trasferirsi in varie città della Corea del nord a causa del lavoro del padre nell’esercito.  In tutte le scuole che frequentò,  l’indottrinamento ideologico si basava su una “storia riscritta”, finalizzata al culto della famiglia Kim con racconti e leggende riguardanti i due leader e a una politica del terrore in cui i nemici soprattuto erano la Corea del Sud e gli americani. A Hyeonseo veniva detto che dall’altra parte del paLa ragazza dai sette nomi Hyeonseo Lee Mondadoriese le persone morivano per strada perché erano poverissimi, che i bambini erano costretti a rovistare nella spazzatura e che gli yankee americani si divertivano a picchiare la gente.

Crescendo, tutta la propaganda del Regime cominciò a starle stretta e, avendo ereditato il carattere ribelle della madre, iniziò a dubitare del suo paese perché inizia a conoscere anche il lato oscuro della società: le esecuzioni di massa in piazza a cui erano obbligati ad assistere, le denunce dei “bravi cittadini”, le impiccagioni dimostrative con i corpi lasciati appesi per settimane per le strade, il bowibu (la polizia segreta) e il banjang (il capo quartiere). Tutti conoscevano questo sistema di terrore ma allo stesso tempo ogni singola persona faceva finta di non sapere nulla fin quando non veniva toccata la propria famiglia proprio come successe a  Hyeonseo. Il  padre fu accusato di corruzione e abuso di potere e morì in ospedale dopo aver subito terribili torture.

La vita di Hyeonseo cambiò per sempre quando una fredda sera di dicembre, poco prima di compiere diciotto anni, decise di attraversare il fiume Yalu che separa Hyesan dalla proibita Cina, cercando di sfruttare il fatto che non essendo ancora maggiorenne, non avrebbe avuto pene severe come quelle riservate agli adulti (in questo caso la pena di morte) se l’avessero scoprita. Purtroppo qualcosa andò storto e sua madre la obbligò a non tornare indietro. D’ora in poi comincia la nuova vita di Hyeonseo in cui per più di dieci anni dovrà cavarsela da sola, in un paese sconosciuto, con la costante paura di essere rimpatriata e consegnata direttamente alla polizia di Pyongyang. La ragazza vivrà da clandestina cambiando nome e identità per ben sette volte (eccovi spiegato il “sette nomi” del titolo) fingendosi sino-coreana e lavorando grazie a documenti falsi. Riuscirà a ottenere la cittadinanza sudcoreana assicurandosi la salvezza? E la madre e il fratello che fine avranno fatto? Saranno stati puniti a causa della sua fuga?

Il racconto autobiografico dell’autrice è semplice e ti tiene incollato alle pagine perché vuoi sapere se ce la farà e se riuscirà a ricongiungersi ai famigliari rimasti a Hyesan. La vita di questa ragazza coraggiosa si scontra con la realtà, perché se cresci in una nazione fuori dal mondo in cui l’unica cosa che devi fare è adorare la Famiglia Kim, l’impatto con la normalità può essere traumatico. Hyeonseo conoscerà la cattiveria delle persone come chi denuncia alla polizia i fuggiaschi nordcoreani o cerca di estorcere denaro, vivrà sempre sotto copertura (e scapperà per non essere condannata a una morte certa), dovrà sempre convivere con l’ansia dell’essere sola al mondo e di non ricevere mai un abbraccio, una parola di conforto o una carezza prima di andare a dormire.

Un libro stupendo che trasmette speranza e che, come nel caso di Malala, consiglierei di far leggere nelle scuole alle nuove generazioni perché se è giusto studiare Dante Alighieri o la Grecia classica, è opportuno anche far conoscere la storia contemporanea, che aiuta a far riflettere la realtà che viviamo.

L’edizione italiana è a cura di Mondadori, abbellita da cartine geografiche in cui vengono mostrati la Corea in generale e i vari “percorsi per la libertà” fatti dai disertori nordcoreani, e un inserto fotografico personale dell’autrice.

Consigliato e promosso a pieni voti.

LINO

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Ali d’argento

Come sostengo sempre, MAI fidarsi delle recensioni e dei commenti degli altri perché il proprio gusto personale può differire da quello della maggioranza, cosa che purtroppo mi accade spesso. Anche se mi parlano bene o male di un libro/ film/ fumetto, preferisco sempre lasciarmi guidare dall’istinto e di dedicarmi a una determinata opera. Tutta questa introduzione per affermare che, al contrario di tutti i commenti entusiastici letti, Ali d’argento di Ayumi Tachihara è stata una mezza delusione.

Serializzato su Shonen Champion di Akita Publishing, il volume unico di Tsubasa racconta una triste pagina di storia contemporanea dei kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Personalmente son sempre rimasto affascinato dalle storie di questo periodo storico, non perché come Miss Italia 2015 avrei voluto vivere a quei tempi (io ho studiato storia e castronerie simili non mi sognerei nemmeno a dirle per sbaglio) ma perché ritengo che quel periodo storico non si debba dimenticare facilmente per evitare errori già commessi in passato.

Daisuke Shibusawa è un caporale dell’esercito che decide di far parte di una Squadra di attacco speciale, ovvero di sacrificare la propria vita per la salvezza del Paese. Nonostante la guerra fosse agli sgoccioli (e il Giappone sapeva di averla persa), nel 1945 nacquero tante Squadre Speciali composte da uomini dell’esercito che programmavano attacchi contro le navi americane, schiantandosi con tutto il loro carico di bombe. In occidente vengono erroneamente chiamati Kamikaze ma il termine giusto è TAli d'argento Ayumi Tachihara Planet Mangaokko (contrazione del termine giapponese Tokubetsu Kohgeki Tai): un atto considerato nobile, seguito addirittura da festeggiamenti, considerato come un grande orgoglio per la famiglia che destinava il proprio figlio alla morte gloriosa. Il caporale Daisuke la prima volta scampa a questa morte per un problema al proprio aereo ma al secondo tentativo riesce nell’attacco, morendo convinto di aver salvato la madre e tutto il popolo giapponese – non ho anticipato nulla, fin dalla prima pagina si capisce che è il racconto degli ultimi giorni tormentati del protagonista.

Se da una parte viene presentata una filosofia di vita molto diversa dalla nostra, come il suicidio visto come atto di sacrificio per il bene altrui, dall’altra ho trovato l’opera molto povera di contenuti. Sette capitoli abbastanza vuoti, dove si poteva approfondire maggiormente le convinzioni che portarono questi uomini a morire per la patria oppure l’autrice poteva spiegare meglio il tormento, le paure e l’orgoglio di Daisuke. Per tutto l’arco narrativo viene presentato un personaggio abbastanza scialbo, che accenna a un rapporto con la madre rimasta già vedova (sarebbe stato interessante leggere del giorno prima della partenza per la missione), che accetta passivamente questo incarico e non fa altro che ripetere “Madre, l’ho fatto per voi” o “Madre, l’ho fatto per proteggervi” o altre frasi di autoconvincimento.

Consigliato? Non saprei perché molti l’hanno apprezzato proprio per questa sua “semplicità”. Tralasciando lo stile acerbo e scialbo della Tachihara, la postfazione di Gianluca Bevere e Keiko Sakisaka vale quasi più di tutto il manga, in cui sono spiegate il periodo storico e le valenze simboliche connesse a esso. Un vero peccato perché l’argomento è molto interessante, lontano dalle logiche occidentali dove la morte, per non parlare del suicidio, viene visto come tabù, qualcosa che non si vuole mai affrontare ma che purtroppo rimane l’unica certezza nella vita di una persona poiché tutti prima o poi scrivono la parola “fine” al proprio libro. Sarebbe stato interessante conoscere anche il tipo di propaganda che l’Impero fece per invogliare al sacrificio, il terrore psicologico innescato nella povera gente (per esempio i suicidi di massa per non diventare oggetto di violenza) e il perché, nonostante si sapesse che la guerra fosse persa, si continuava questo folle gesto di martirio. Forse l’unico merito che gli riconosco è quello di avermi incuriosito molto su questi argomenti e sulle “squadre speciali”, che approfondirò meglio con qualche libro (se ne avete da consigliarmi, scrivetemelo pure nei commenti).

LINO

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Big Hero 6

Domenica scorsa mi sono dedicato alla visione del cinquantaquattresimo Classico Disney che snobbai l’anno scorso e che invece si è rivelata una piacevole sorpresa. È interessante perché cerca un compromesso fra il mondo dei comics americani e gli anime giapponesi con diversi elementi come l’ambientazione nella città futuristica di San Fransokyo (un mix fra San Francisco e Tokyo) e la presenza di un team di supereroi.

Big Hero 6 è il primo film nato dalla collaborazione fra Walt Disney Pictures e i Marvel Studios perché la storia si basa proprio su un fumetto di quest’ultima. Affidato alla regia di Don Hall (Winnie the Pooh Nuove avventure nel bosco dei 100 acri) e Chris Williams (BoltUn eroe a quattro zampe), agli Oscars 2015 ha vinto il premio come Miglior film d’animazione dell’anno.Big Hero 6 Baymax Disney Marvel

Hiro Hamada è un ragazzino di quattordici anni che vive a San Fransokyo, dotato di un’intelligenza diversa dalla media (si è già diplomato) ma che spreca il suo tempo nei bot duelli – incontri clandestini in cui si fanno combattere i propri robot. Tadashi, il fratello maggiore, gli fa capire che sta sprecando il suo tempo e lo porta al San Fransokyo Istitute of Technology dove gli fa vedere come molti giovani talentuosi come lui, usano il loro tempo dedicandosi alla scoperta di nuove tecnologie, e gli presente alcuni suoi amici: Wasabi si occupa di laser utilizzandoli per tagliare ogni cosa in modo più preciso, Gogo Tomago vuole inventare un veicolo su due ruote velocissimo, Honey Lemon è una chimica che studia le reazioni fra i diversi componenti e infine c’è il nerd Fred amante dei supereroi che fa da mascotte alla scuola. Tadashi mostra al fratello il progetto a cui sta lavorando da tanto tempo chiamato Baymax, un robot dall’aspetto morbido e rassicurante, che ha lo scopo principale di guarire le persone come se fosse un infermiere universale. Hiro decide di voler entrare in questa scuola ma per essere ammessi bisogna deve presentare un progetto scientifico-tecnologico interessante: usando i microbot (dei piccoli pezzi di robot che funzionano attraverso un trasmettitore neurale) mostra come si può dare vita a tutto quello che vuole e/o pensa.

Dopo aver saputo dell’ammissione, scoppia un incendio nell’istituto che distrugge il progetto del ragazzino. Tadashi rientra nell’edificio per salvare il Professor Callaghan ma perde la vita. Hiro, rimasto solo al mondo con la zia Cass, rinuncia a frequentare la scuola e s’isola nella camera che condivideva con il fratello. Un giorno attiva Baymax attraverso una sua espressione di dolore e inizia così la loro collaborazione per far luce sulla reale morte di Tadashi, sul perché l’unico microbot rimasto continua a essere attivo e soprattutto cercheranno di scoprire chi si nasconde dietro la maschera Kabuki.

In una scala da uno a dieci, come valuti il tuo dolore?
“In una scala da uno a dieci, come valuti il tuo dolore?” – cit. Baymax

Walt Disney ama sempre il melodramma facendo morire sempre qualcuno di caro al/alla protagonista, iniziò da piccolo traumatizzandomi con Bambi (in cui la madre viene uccisa dai cacciatori) e non rinuncia tuttora a spargere tristezza! XD *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° La morte di Baymax, come quella di Bing Bong in Inside Out, è un sacrificio fatto per aiutare l’amico ma soprattutto rappresenta il passaggio dall’età infantile all’adolescenza, in cui il protagonista matura anche emotivamente. *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Big Hero 6 è un racconto moderno di amicizia, in cui l’argomento principale è destinato alla tecnologia offrendo uno spunto di riflessione: Fino a dove l’uomo può spingersi in nome della scienza? Se gli amici di Hiro creano nuovi strumenti per migliorare la vita degli altri, c’è anche chi vuole usarla a proprio piacimento per far del male o per guadagnare il più possibile. A questo proposito è molto bello il progetto di Tadashi, che vuole usare la scienza in modo utile, lontano dalle logiche di mercato, in modo che aiuti tutti.

Consigliato? Assolutamente sì, un piccolo gioiellino moderno con un buffissimo Baymax che ti addolcisce il cuore!

LINO

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My KPOP Top 5: Girls’ Generation, Wonder Girls, HyunA, 2NE1 e After School

In un precedente post non-sense vi avevo anticipato la mia ossessione per il Kpop e di quanto io abbia trascorso l’estate rinchiuso nella mia casetta nel paesello sperduto a “studiare” tutto quello che mi sono perso fino a oggi. Per chi non lo sapesse il Kpop è l’abbreviazione di korean pop (bisogna precisare che quando parlo di Corea in generale, mi riferisco alla Corea del Sud), un genere musicale che strizza l’occhio all’occidente, in particolar modo allo stile delle grandi star americane, con influenze hiphop, dance e techno.

La popolarità di questo pop esce dai confini coreani, invadendo oltre all’Asia Orientale (Giappone, Cina e Taiwan), anche l’Europa e l’America, creando dei grandi fanbase di appassionati di musica e cultura asiatica. In Italia ho scoperto che è un genere molto amato grazie a gruppi e pagine dedicate al genere – Io ho una predilezione per le girlband e qualche solo artist femminile.

Gli artisti kpop sono delle vere e proprie macchine da guerra, spesso spremuti fino all’osso per far più soldi possibili: Cantano live (spesso aiutati dal pre-rec), ballano e parlano più lingue (oltre al coreano, generalmente il giapponese e l’inglese, ma ultimamente si sta puntando anche al mercato cinese). Inoltre recitano al cinema e/o in teatro, partecipano a serie televisive, diventano testimonial di diversi prodotti, firmano linee di abbigliamento, scrivono libri o diventano blogger di successo.

Iniziamo con la mia personalissima TOP 5 delle canzoni kpop che amo di più.

1. GIRLS’ GENERATION: OH! 

Datemi kpop, cheerleaders e atmosfera cute/kawaii e mi conquisterete! XD Le ho Conosciute con il lancio internazionale di The Boys, le otto ragazze – Taeyeon (la leader), Hyoyeon, Seohyun, Yoona, Tiffany (la mia bias), Sooyoung, Sunny e Yuri – sono coloro che hanno dato vita al mio amore per il kpop. Le SNSD sono una delle girlband più famose che ci sia in circolazione, tanto da essere considerate in Corea come girlgroup nazionale, e sono quasi perfette! *modalità fanboy attivata* Altre canzoni degne di note sono: Mr. Taxi, Catch me if you can, Party, Run devil run, Galaxy supernova, I got a boy e Check.

2. WONDER GIRLS: I FEEL YOU 

Sono considerate le regine del kpop ma ammetto che non mi piacevano molto fin quando non sono ritornate quest’anno con un concept totalmente diverso. Reboot, il nuovo album, è una bomba ed è tutto ispirato agli anni ottanta, periodo che personalmente amo tanto. Ye Eun, Yubin, Hye Rim e Sunmi hanno proposto un comeback che non si limita alla solita perfomance cantata e ballata ma si presentano come una vera e propria band, ricordandomi Jem & le Holograms. Musica vintage con elementi di modernità, look con costumi sgambati rubati a Olivia Newton-John in Physical, I feel you è sensuale sia nella musica sia nel testo. Dell’album meritano menzione anche Candle, Oppa, One black night e Back.

3. HYUNA: RED

Miss Hyuna Kim non ne vuole sapere di essere zuccherosa come alcune sue colleghe ma lei stessa si definisce una bad girl che sa quello che vuole. Ha varie carriere parallele (iniziata da giovanissima nelle Wonder Girls) ed è apprezzata sia come solo artist sia come rapper delle 4Minute. Canta sia canzoni pop sia hip-hop, è un’ottima performer e in questa canzone quando rappa mi ricorda Nicki Minaj! Lei è TOP e questo video è quello in cui la sua bellezza viene esaltata di più degli altri. XD Segnalo French kiss e Ice cream come solita; Crazy, Volume up, Is it poppin e Whatcha doin’ today con le 4minute.

4. 2NE1: I AM THE BEST

Penso che sia la canzone kpop più conosciuta anche all’estero, usata in vari programmi televisivi e sdoganata da Emma Stone in un’intervista televisiva. La leader CL ultimamente è ovunque (dai VMA’s alla Fashion week milanese) insieme all’ormai inseparabile Jeremy Scott della maison Moschino che la usa come sponsor vivente alle sue creazioni e come musa. Le 2NE1 furono scoperte in occidente da Will I Am dei Black Eyed Peas che promise il loro lancio a livello internazionale, mai avvenuto (a parte un duetto nell’album del produttore americano). I am the best è un masterpiece del kpop e del gruppo mi piacciono pure I love you, Ugly, Scream e Crush.

5. AFTER SCHOOL: SHAMPOO

Non sarà il loro successo più famoso ma questa canzone dolce e carina, con melodia anni novanta, la preferisco ad altri loro singoli e video super sexy e danzerecci. L’accademia di danza che ricorda Fame!, i completini presi da un dance movie e un insegnante gnocco, sono gli ingredienti di un video semplicissimo. Le ragazze del dopo scuola mancano da un bel po’ sulla scena per problemi della casa discografica, anche se sono veramente tanti i fan che le aspettano. Adorabile è la sub-unit Orange Caramel formata da Nana, Raina e Lizzy, che si presenta come un gruppo più divertente e spensierato, mettendo da parte la sensualità tipica di queste girlband. Altre canzoni che meritano di essere ascoltate sono Because of you, Diva e Bang! Come AS; Lipstick, Aing, Shanghai romance e My copycat come OC.

Le canzoni sarebbero tante e ho cercato di spremere tantissimo, lasciando fuori Ailee, Sistar, Girl’s Day, Kara, AOA, Gfriend, Lee Hi, T-ara, Miss A e tante altre. La mia TOP 5 è finita e ho cercato di limitarmi molto! XD Sono curioso di sapere la vostra nei commenti, sempre se vi piace il kpop! XD

LINO

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La quinta camera

Molti autori giapponesi, e stranieri in generale, sono attratti dalla cultura occidentale e amano soprattutto l’Europa. L’Italia è uno dei paesi più amati dal popolo giapponese e Natsume Ono è un’autrice che ha un rapporto particolare con il nostro bel paese perché spesso ambienta le sue opere nelle nostre città (Ristorante paradiso e Kuma no interi) e opta per titoli in lingua italiana (Gente e Amato Amaro) – ha vissuto per brevi periodi in Italia e dimostra di conoscere molto bene i nostri usi e costumi.

La quinta camera è il manga d’esordio della Ono, pubblicato originariamente nel 2003 come web comic da Penguin Shobou e raccolto successivamente nel 2006 in un singolo volume da Shogakukan, casa editrice con cui ha pubblicato la sua opera più famosa Saraiya Gorou (House of five leaves), seinen storico serializzato sulla rivista Ikki, ambientato nel periodo Edo. Pubblica manga anche con lo pseudonimo di Basso, quando si tratta di manga boys love più o meno espliciti.

Gobanme no heya è uno slice of life ambientato a Bologna dove c’è un appartamento abitato da quattro uomini e una quinta camera sempre disponibile per essere affittata a studenti universitari. Massimo ha un bar ed è il proprietario della casa, Al inveLa quinta camera Gobanme no heya Natsume Onoce fa il camionista e ha un matrimonio finito alle spalle, Cele è un eccentrico fumettista e infine c’è il piccolo Luca che è un’artista di strada. Nei sei capitoli autoconclusivi che compongono il volumetto, conosceremo Charlotte, studentessa danese venuta in Italia per frequentare un corso di lingua italiana e che inciucerà con Al, l’americano Mike che segue una dieta particolare a base di patatine fritte, poi Akio, il piccolo giapponese a cui sono dedicati anche i capitoli extra sulle festività del Natale e del Capodanno e Brooke, sceneggiatrice americana.

I quattro ragazzi vivranno insieme fino a quando saranno costretti a separarsi per vari motivi: *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° Anna, la fidanzata di Massimo, aspetta un bambino. Lui le chiede di sposarla e vivranno nell’attuale appartamento che condivide con gli altri tre ragazzi. Cele accetta la proposta di lavoro come insegnante in una scuola di fumetto a Roma, Luca si trasferisce in Sicilia e Al (anche se viene detto esplicitamente) andrà a convivere con Charlotte *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Il manga non brilla per grandi colpi di scena e presenta una storia “genuina” tipica del genere, però durante la lettura si avverte un bel senso di calore domestico, di tranquillità e di quotidianità di questo strano gruppo di coinquilini. Massimo e i suoi amici sono tutti molto diversi fra loro e come in una grande famiglia, ci sono i litigi ma allo stesso tempo ci si aiuta a vicenda, e la cosa più importante è che alla fine ci si vuole bene anche se non si dice apertamente.

L’edizione italiana è a cura di J-Pop Edizioni che per la stampa non usa il classico bianco e nero ma una variante del marrone (lo chiamerei l’effetto seppia delle nostre fotocamere) che dona anche un po’ di malinconia al volume.

Consigliato? A me è piaciuto molto ma non so se tutti potrebbero apprezzarlo per vari motivi: il primo è il genere che non è apprezzato da tutti perché lo slice of life può cadere nell’errore del “non dire nulla”; il secondo motivo è lo stile dell’autrice, lontano dai disegni curati di molte sue colleghe, preferendo tavole poco curate nel dettaglio con personaggi dalle anatomie solamente abbozzate, anche se c’è da ammettere che fa parte del suo essere alternativo.

Purtroppo non sono mai arrivate altre opere di Natsume Ono e/o Basso in Italia sia perché una leggenda (in casa degli ex Kappa Boys) narra che l’autrice non voleva essere pubblicata nel nostro paese sia perché non è un “nome” che ha lo stesso appeal di un qualsiasi autore di shonen o shojo di basso spessore (ma di grande successo commerciale).

LINO

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Immanuel Casto: Da grande sarai fr**io

Al mio primo ascolto ho pensato: “Immanuel sei un fott**o genio!” e ammetto di aver avuto un po’ la pelle d’oca perché questa canzone che si presenta con un titolo provocatorio in realtà è un inno al coming out per la comunità LGBT.

Spesso quando si legge qualcosa inerente a Immanuel Casto, ci aspettiamo che si tratti di una delle sue “porcate” che conosciamo (…e che ci piacciono!), ma stavolta non è così perché il Re del porn groove mi ha piacevolmente sorpreso! Da grande sarai fr**io, l’ultimo singolo scritto con Fabio Canino, non è una canzone nata per divertire ma per fare riflettere, ed è pure il secondo singolo di The Pink Album, ultimo lavoro discografico che sarà disponibile dal 25 settembre.

Messi da parte gli espliciti riferimenti sessuali a cui ci ha abituato in molti singoli, in questa ballad elettropop Casto s’impegna raccontando la storia di accettazione comune a tante persone, iniziando proprio dall’infanzia – Attenzione! Gender! Propaganda Gender! XD non ditelo ad Adinolfi e alle Sentinelle in piedi! XD – in cui un bambino è se stesso, ignaro del mondo dei pregiudizi degli adulti. Crescendo imparerà che la vita per lui non sarà una passeggiata perché spesso sarà considerato come un“diverso” ma Immanuel lo rassicura dicendogli che c’è passato pure lui.

Il video è molto semplice, con il cantautore che recita in vari ruoli del mondo omosessuale come il nerd, il bear barbuto, il fighetto fino ad arrivare al suo alter ego drag. Io non voglio aggiungere altro a parte ribadire la mia ammirazione per questa canzone e lasciarvi con il video e il testo della canzone!

TESTO

“È palese a tutti, è una pura ovvietà / inutile negarlo, lo sa anche il tuo papà / danzi in cameretta con la tua manina al vento / l’ho capito al volo, mi è bastato un momento.

Da grande sarai fr**io / è scritto nelle stelle / il dolore arriva ma tu tanto sei già diva.

Da grande sarai fr**io / ma non si può dire / oggi a Pordenone nasce un piccolo busone.

Cresci, sogna, balla e canta / cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Col tuo grembiulino stirato e perfetto / con un poster di Justin Bieber sul tuo letto / e ripensi a lui poco prima di dormire / lo scrivi sul diario e cambi il nome al femminile.

Da grande sarai fr**io ma tanto gay è bello / dai libero sfogo a quell’istinto ricchioncello

Da grande andrà meglio ma tu ancora non lo sai / piccolo uranista non fermarti mai.

Cresci, sogna, balla e canta / Cresci e sboccia, mia piccola sfranta / che c’è di male se il glitter t’incanta

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

E ti chiedi perché / se ne accorgono tutti / tutti tranne te /e imparerai che / per nascondere il dolore basta un po’ di correttore.

Conosci a memoria tutti i programmi tv / guardi tutto tranne il calcio, tuo papà non ne può più / come reagirà quando dopo cena / gli dirai che per Natale tu vuoi Barbie Sirena?

Da grande sarai fr**io e lo stai per scoprire / fidati di me può far paura da morire / ma non stare zitto in un paese che t’ignora /esci allo scoperto quando verrà l’ora.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / niente di sbagliato.

Da grande sarai fr**io / da grande sarai fr**io / e non è un reato / ci sono passato.”

LINO

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Inside Out: Emozioni fuori di mente

Non amo particolarmente i nuovi film d’animazione perché non li sento più “miei” come una volta ma soprattutto perché li trovo così “computerizzati” che diventano automaticamente brutti. Sono lontani i tempi dei Capolavori Disney che ho amato da bambino, ma ogni tanto qualche nuova produzione mi riserva una gradita sorpresa.

Inside out è il nuovo film che nasce dall’ormai consolidata collaborazione fra Walt Disney Pictures e la Pixar Animation Studios (iniziata nel 1995 con il primo capitolo di Toy Story), che mette in scena le emozioni che ognuno prova dentro di sé sotto forma di simpatici personaggi colorati. Alla regia troviamo un nome già noto della Pixar come Pete Docter, autore già di Monsters & co. e Up.

La prima emozione a comparire nella vita di Riley, la protagonista, è Gioia (Joy), una specie di fatina che mi ricorda tanto Trilly (Thinkerbell) e che ha il compito di garantire la felicità della bambina. Purtroppo non passa molto tempo dalla comparsa di Tristezza (Sadness) e crescendo fanno la loro comparsa anche Disgusto (Disgust), Paura (Fear) e Rabbia (Anger). Tutti questi cinque personaggi devono cooperare all’interno di Riley, in una sorta di base computerizzata in cui controllano le giuste emozioni e ognuno di loro hInside out Disney Pixara una precisa funzione: oltre a quella già citata di Gioia, c’è Disgusto che evita che la bambina venga avvelenata fisicamente (ma anche socialmente), Paura cerca di proteggerla, Rabbia rappresenta la sua voglia di giustizia e, dietro le quinte, c’è Tristezza che avverte gli altri quando Riley ha bisogno di aiuto. Il Quartiere generale è collegato con le cinque isole che rappresentano un singolo aspetto della personalità della protagonista.

La vita degli Anderson trascorre tranquillamente nel Minnesota, Riley è la bambina più felice del mondo perché ha dei genitori che la amano e la sostengono nell’hockey, sport che pratica insieme alla sua migliore amica. Purtroppo la famiglia si trova costretta a doversi traferire a San Francisco per il nuovo lavoro del padre e tutte le aspettative di una vita migliore crollano il primo giorno nella nuova scuola, a causa di un pasticcio di Tristezza: mentre Riley viene invitata dalla maestra a presentarsi ai compagni di classe, le cinque emozioni le fanno ricordare i bei momenti passati nel Minnesota come quando giocava con la squadra di hockey o quando pattinava sul ghiaccio con i genitori ma Tristezza tocca un ricordo base (generalmente sono delle palle dorate) facendolo diventare blu, ovvero triste. Gioia cerca di salvare il ricordo danneggiato ma rimane coinvolta in un incidente con Tristezza, scomparendo dal quartiere generale con tutti i ricordi base. Riley rimane da sola con Rabbia, Disgusto e Paura che la rendendo apatica, depressa e aggressiva. Gioia e Tristezza si troveranno a vagare nella mente della protagonista, cominciando nel labirinto della Memoria a lungo termine fino ad arrivare al Subconscio, e nel loro viaggio incontreranno tanti personaggi fra cui Bing Bong, l’amico immaginario dell’infanzia della bambina. Tranquilli, è un film DisneyPixar quindi l’happy ending è assicurato!

Originale, divertente e riflessivo, Inside Out è il cartone animato rivelazione del 2015 e che merita di essere visto da grandi e piccini: i bambini ameranno questi personaggi chiassosi e molto diversi fra loro che creano situazioni esilaranti, ma i bambinonicresciuti apprezzeranno il viaggio che si fa nell’interiorità di una persona poiché tutti siamo stati un po’ Riley.

Ho amato tanto Bing Bong, un gatto-elefante-delfino rosa e morbido perché fatto di zucchero filato, che aiuterà Gioia a salvare Riley *°*°*°*°*°SPOILER*°*°*°*°*° quando finiranno nel Baratro dei ricordi dimenticati, un luogo dove vengono buttati i ricordi che non servono più. Il simpatico amico immaginario si sacrificherà al posto di Gioia e rimarrà in quel luogo buio, scomparendo per sempre… *°*°*°*°*°FINE SPOILER*°*°*°*°*°

Consigliato? Assolutamente sì! Un bel film d’animazione, ottimo per le famiglie perché non troppo infantile e che merita molto successo al contrario di opere di media qualità… qualcuno ha detto Frozen ?! XD

LINO

Pubblicato in: Cinema

Città di carta

“A Margo piacevano così tanto i misteri che alla fine lo è diventato anche lei.”

Ammetto di essere andato al cinema a vedere Città di carta con molta diffidenza per i troppi elementi in comune con l’adattamento cinematografico di un altro libro di John Green: Colpa delle stelle (The fault in our stars) non mi è piaciuto molto perché si è presentato come il solito polpettone drammatico adolescenziale visto e rivisto. Inoltre i miei dubbi erano alimentati sia dagli sceneggiatori (sempre il duo Neustadter e Weber) sia per l’attore principale Nat Wolff, già visto nella precedente pellicola nei panni di Isaac, l’amico cieco.

Quentin Jacobsen (Nat Wolff) è il classico secchione a cui piace studiare – il suo sogno è di diventare un medico – e divide il suo tempo con gli amici di sempre Ben (Austin Abrams) e Marcus (Justice Smith). Fin da piccolo Quentin ha una cotta per la sua viCittà di carta Paper Towns John Green Cara Delevingne Nat Wolffcina di casa Margo Roth Spiegelman (Cara Delevingne), vecchia compagna di giochi che crescendo si è allontanò da lui, diventando l’idolo della scuola per il suo essere bella e misteriosa. Una notte, poco prima della Cerimonia del Diploma, Margo entra in camera di Quentin attraverso la finestra e gli chiede di aiutarla in una piccola vendetta contro il suo ragazzo che andava a letto con una delle sue migliori amiche e tutti gli altri che lo sapevano ma preferivano restare zitti. Trascorsa la notte di follia, Quentin crede che tutto ricomincerà e che la sua love story finalmente avrà un happy ending ma Margo è scompare. Quentin, non crede che sia scappata per attirare l’attenzione della gente e, con l’aiuto di Ben e Marcus, inizia a cercarla attraverso degli indizi lasciati da lei stessa. Inizia così una caccia al tesoro che porterà i tre amici a passare molto tempo insieme prima di separarsi definitivamente per andare al college e a un viaggio on the road alla ricerca di Margo che ha trovato la sua città di carta

Vi aspettate un bell’happy ending? Non ne sarei così sicuro perché il personaggio interpretato da Cara Delevingne è uno di quelli che odi per il suo essere abbastanza… psicopatico! Penso che sia una delle ragazze più odiose nella mia classifica personale di personaggi femminili, avvicinandosi al mio odio personale per Joey Potter (Katie Holmes) in Dawson’s creek e Marissa Cooper (Mischa Barton) in The O.C. XD Inoltre Quentin riuscirà a trovarla o l’ha persa per sempre? Andate al cinema e lo scoprirete! – preferibilmente in orari in cui ci siano ragazzine piene di ormoni (con cui ho litigato in sala perché non stavano mai zitte), che quando Ansel Elgort (Gus di Colpa delle stelle) appare per un piccolo cameo, iniziano a urlare e a battere i piedi per l’emozione…

Distribuito dalla 20th Century Fox, per la regia di Jack Schreirer, Paper Towns mi ha piacevolmente sorpreso perché è (erroneamente) presentato come un film d’amore per teenager, che cerca di sfruttare la scia dell’amore sfortunato di Hazel e Gus, ma in realtà è un film che parla soprattutto del valore dell’amicizia e dell’importanza di essere se stessi. Il viaggio viene usato come metafora di vita e di crescita: i ragazzi partono per cercare Margo ma in realtà finiscono per rendersi conto di essere cambiati, di essere cresciuti, di avere sogni e aspirazioni diversi, senza però tradire la propria amicizia. Per la cultura americana, il college rappresenta il passaggio dall’infanzia all’età adulta, in cui i ragazzi lasciano la propria casa e tutto il resto per costruirsi un futuro. Quentin, Ben e Marcus andranno in università diverse e non si vedranno per tanto tempo ma quel legame che li lega dall’infanzia, la sincerità e la bellezza dell’amicizia, riuscirà a sopravvivere anche a quest’altra prova della vita.

Consigliato? Assolutamente sì, a metà fra un road movie e un racconto di formazione, assistiamo a una caccia al tesoro dove la principessa non vuole essere né salvata né trovata. E il cavaliere che farà? Forse ha capito che ha perso tempo a dare troppa attenzione alla dama sbagliata. 😉

LINO

Pubblicato in: Music

Nostalgic Wave in Music: Sigle, Trash e Anni Novanta

Continua il viaggio nella nostalgic wave , iniziato ieri con i cartoni animati e/o anime, parlando di musica e di canzoni-simbolo del passato!

L’idolo dell’infanzia è Cristina D’Avena che ha cantato tutte le sigle dei miei cartoni animati preferiti, canzoni di cui ricordo tuttora i testi e che riascolto con piacere. Ogni volta cCristina D'Avena Kiss me Licia Love me Liciahe usciva una Fivelandia o Cristina e i suoi amici in tv iniziava la tortura ai miei genitori per andare alla caccia della cassettina desiderata. Oltre alle sigle dei cartoni, della D’Avena ho amato anche tutte le colonne sonore sia dei telefilm dedicati a Kiss me LiciaLove me Licia, Licia dolce Licia, Teneramente Licia e Balliamo e cantiamo con Licia – sia le serie televisive in cui era la protagonista – Arriva Cristina, Cristina, Cri Cri e L’Europa siamo noi.

Oltre alle canzoni della D’Avena, da piccolo amavo tantissimo ballare e rimanevo affascinato dalle dive che si esibivano nei varietà della televisione italiana, focalizzandomi su alcune icone che oggi chiameremmo trash o comunque amate soprattutto dalla comunità LGBT: Heather Parisi (Cicale e Disco Bambina), Lorella Cuccarini (La notte vola, Liberi liberi e Io ballerò), Viola Valentino (Comprami), Amanda Lear (Tomorrow), Sabrina Salerno (Boys boys boys), Ivana Spagna (Easy lady e Call me), le Ragazze Cin Cin (Cin cin) e, l’ho lasciata appositamente per ultima, la fantastica e bravissima Raffaella Carrà con tutto il suo repertorio! *cin cin cin cin ricoprimi di baci, cin cin cin cin assaggia e poi mi dici, cin cin cin cin diventeremo amici…*

Piccola menzione va anche alla dance anni novanta contenuta nelle varie compilation estive come Hit Mania Dance (ma anche quelle del Festivalbar), di cui ricordo soprattutto pezzi come The summer is crazy di Alexia, What is love di Haddaway, Rhythm is a dancer degli Snap!, Sweet dreams (are made of this) degli Eurythmics, All that she wants degli Ace of base, Sweet Harmony di The Beloved, Would I lie to you di Charles & Eddie e Please don’t go di Double You.

Tutta questa premessa serve a confessare i miei cinque peccati musicali, quelli indimenticabili, che hanno traviato la mia esistenza (come fece Sailor Moon per i cartoni animati). Pronti?

  1. AMBRA ANGIOLINI: T’appartengo
  2. SPICE GIRLS: Wannabe
  3. BRITNEY SPEARS: …Baby one more time
  4. CHRISTINA AGUILERA: Genie in a bottle
  5. CELINE DION: My heart will go on

Adesso potete pure abbandonare il blog e vergognarvi di seguirmi su tutti i social network! XD XD XDBritney Spears Baby one more time

Alle elementari ero completamente pazzo dell’ex-ragazza prodigio della scuola di Gianni Boncompagni e cercavo di non perdermi neanche una puntata di Non è la RAI, trasmissione creata ad hoc per il sottoscritto pieno di balletti, stacchetti musicali e tanta roba inutile, fino a quando nel 1994 fu presentato il singolo T’appartengo che divenne un’ossessione tanto da sapere a memoria la coreografia fatta da Ambra in trasmissione. Ho tuttora la cassetta originale conservata in una scatola, un reperto storico che ha più di vent’anni!

Triste per la fine del programma con le ragazze sgallettanti in playback e che piangevano davanti alla telecamera, ci pensò una girlband venuta dall’Inghilterra a farmi impazzire nuovamente… le mitiche Spice Girls! C’è veramente bisogno di parlare di Wannabe? Il primo album Spice si consumò a furia di riavvolgere il nastro della cassettina originale comprata da Ricordi (oggi si chiama Feltrinelli) e le seguì fino all’abbandono da parte di Geri Halliwell, con l’album delle quattro disperate e il definitivo scioglimento che distrusse il mio giovane cuore. Ovviamente io ero del team Baby Spice/ Emma Bunton e cercavo di avere tutto di loro: album, singoli, magliette, figurine, l’orrendo film (con tanto di bus in cui Emma aveva un’altalena al suo interno) e i chupa-chups con le loro foto. L’anno di Spice World, quello di Spice up your life, le cinque inglesine più amate del mondo vennero in tour a Milano e mio padre non mi portò facendomi piangere per mesi (e ancora oggi non l’ho perdonato).

Dopo le Spice Girls mi drogai di tutto quel teen pop inglese che trasmetteva l’MTV UK Chart pieno di personaggi finiti nel dimenticato ma arrivò la verginella pura d’America a risanare il mio cuore frantumato: Ladies and Gentlemen, the legendary Miss Britney Spears! Le treccine con i pon pon rosa, la divisa da scolaretta sexy e una canzone pop orecchiabile e pulita, furono gli ingredienti vincenti di un’icona che seguì fino a quando non si peChristina Aguilera XTINA fighters Genie in a bottlerse per strada nel suo blackout personale. Iniziai con Baby one more time, passando per Crazy (nel video c’era Melissa Joan Hart, l’attrice che interpretava Sabrina, vita da strega) e per Ooops!…I didi t again, amandola definitivamente in I’m a slave 4 U.

Nel frattempo una vecchia amica della Spears conosciuta anni prima al Mickey Mouse Club cercò d’imporsi sulle scene come nuova reginetta del teen pop, grazie a una voce nettamente superiore e all’aspetto della tipica ragazza bionda americana della porta accanto. Christina Aguilera in Genie in a bottle si strusciava sulla spiaggia e, al contrario della collega, rivendicava già una sessualità più spinta sia per il testo della canzone e sia per le moine che faceva alla telecamera. L’eterna rivale di Britney s’impose sulla scena internazionale grazie al riconoscimento delle sue doti vocali da parte di tutta la critica musicale, finendo per voler mostrarsi come la bad girl del pop con il suo secondo album Stripped.

Terminiamo la carrellata con una bella canzone smielata sfornata da Celine Dion che fu colonna sonora di tutti gli innamorati del tempo (chissà se poi i loro amori naufragarono come il Titanic). My heart will go on portò la Dion nell’Olimpo delle dee della musica rendendola famosa in tutto il mondo. Erano gli anni di Jack & Rose, in cui tutti andavano al cinema a piangere guardando Titanic e le ragazzine erano impazzite per Leonardo Di Caprio… insomma, tutti volevamo una storia d’amore come la loro, non pensando che alla fine lui muore assiderato: romanticismo macabro. La canzone divenne un tormentone ma il peggio venne quando a scuola mi fecero suonare una versione pacchiana con il flauto dolce per le lezioni di musica o quando mi fissai che dovevo rifarla al pianoforte come la versione originale di James Horner che si sente nel film.

Tirate fuori gli scheletri dagli armadi e ditemi le vostre canzoni del passato!

LINO