Venivamo tutte per mare

“In segreto nutrivamo la speranza che qualcuno ci liberasse. […] A volte, la notte, mentre ci preparavamo per andare a letto, d’un tratto scoppiavamo in lacrime…”

The Buddha in the Attic è un romanzo di Julie Otsuka che racconta una triste pagina di storia inerente alle donne giapponesi che emigravano in America, le cosiddette Spose in fotografia: giovani ragazze, quasi tutte minorenni, che venivano spedite nel “nuovo mondo” per conoscere il futuro marito. L’autrice, per la stesura del suo romanzo, ha usato tante fonti storiche – soprattutto biografie di donne che arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del novecento – e ha scelto di raccontare la storia senza una protagonista ma creando una voce narrante corale con la quale rappresentare tantissimi tipi di donne che trovarono fortuna o solo una vita di lavoro e sacrifici.

Il libro comincia con il racconto del lungo viaggio fatto in nave dalle donne, di un’età compresa fra i dodici (“…veniva dalla sponda orientale del lago Biwa, e non aveva ancora cominciato a sanguinare”) e i trentasette anni, che furono date in sposa a dei perfetti sconosciuti spesso per gli interessi economici della famiglia. Prima della partenza, le madri insegnarono alle loro figlie a “essere una perfetta moglie giapponese”: cucinavano, cucivano, servivano il tè, disponevano i fiori nel modo giusto, sVenivamo tutte per mare di Julie Otsukatrappavano le erbacce nel giardino, spaccavano la legna, camminavano con gli alluci all’interno ma soprattutto impararono che “una ragazza deve mimetizzarsi dentro la stanza, deve essere presente senza rivelare la propria esistenza”.

Il viaggio rappresentava la fuga da un futuro destinato al lavoro nei campi o, nel peggiore dei casi, dalla possibilità di essere venduta dal proprio padre a una casa di geishe per una discreta somma di denaro. Tante false aspettative erano custodite nei cuori di queste ragazzine, credendo che sarebbero finite a vivere in enormi case con la servitù e il lusso più sfrenato. Quest’atteggiamento sognatore delle giapponesi era alimentato anche dalle lettere (false) che i loro uomini scrivevano in cui raccontavano di possedere grandio abitazioni con bellissimi giardini in cui piantare tulipani oppure di essere diventati proprietari di aziende importanti e di poterle mantenere senza problemi. Arrivate a destinazione, la situazione cambiò e le varie donne si salutarono per andare incontro alla nuova vita: capirono che le lettere erano solo bugie, che gli uomini non erano belli come nelle fotografie e che alla fine i loro futuri mariti non erano altro che dei semplici immigrati che facevano lavori umili nelle case dei bianchi – dove anche loro saranno costrette a piegare la schiena. La prima notte sarà l’esperienza che più le traumatizzerà perché le madri non spiegarono “cosa” il loro marito avrebbe voluto: o in modo gentile o con la violenza, il coniuge dovette costatare l’effettiva verginità delle compagne.

I lavoratori giapponesi divennero una presenza costante nelle case e nei campi dei bianchi perché erano seri, precisi, discreti e potevano “vivere con un cucchiaino di riso al giorno”. Nel primo trentennio del novecento, l’integrazione fra gli adulti riuscì  parzialmente in uno strano rapporto fra servo e padrone, invece i bambini di origine giapponese andarono a scuola insieme ai bianchi senza problemi, sentendosi americani a tutti gli effetti. È proprio per questo loro senso di appartenenza alla propria comunità che rifiutarono le loro tradizioni con piccoli gesti quotidiani come i vestiti all’occidentale o cambiando i loro nomi da SumireShizukoEtsuko a VioletSugarEsther. Purtroppo gli orrori del Secondo Conflitto Mondiale arrivarono alle orecchie degli americani e i giapponesi vennero costretti a lasciare le loro abitazioni perché considerati come dei traditori.

Nel racconto della Otsuka viene raccontata la difficoltà di conoscere una cultura totalmente diversa da quella di origine e di apprendere una lingua che non si conosce, si respira un’iniziale nostalgia di casa che verrà rimpiazzata dalla creazione di una propria famiglia (in cui esperienze femminili come il parto o la maternità saranno vissute in solitudine, senza l’aiuto di una madre vicina) e si può comprendere tutta l’illusione dei sogni fatti sulla nave. Inoltre l’attacco a Pearl Harbour porterà i giapponesi ad aver paura per la propria vita perché il clima di razzismo che viene a crearsi, viene supportato dal Presidente Roosevelt che considera tutti i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.

L’edizione italiana di Venivamo tutte per mare è a cura di Bollati Boringhieri editore che ha pubblicato anche il sequel Quando l’imperatore era un dio (When the Emperor was divine).

Consigliato e promosso a pieni voti! ^_^

LINO

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2 pensieri su “Venivamo tutte per mare

  1. Millefoglie ha detto:

    Non sapevo di queste vicende. Sembra un titolo davvero molto interessante! Credo anche di avere il libro in casa (forse lo aveva comprato mia mamma), quindi spero di trovare il tempo di leggerlo al più presto!
    Bella recensione 😉

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