Si dà il caso che

Just so happens è il classico esempio di un bel slice of life ma lasciato a metà, una graphic novel dell’artista anglo-giapponese Fumio Obata che cerca d’indagare nella profondità dell’animo umano ma non ci riesce del tutto.

Io e i “capolavori” dichiarati dalla Bao Publishing abbiamo qualche problema. Dopo la delusione di E la chiamano estate di Jillian e Mariko Tamaki, anche questo Si dà il caso che mi ha lasciato abbastanza indifferente.

Due sono le cose: o io non capisco nulla di fumetto (probabile come cosa, mica possiedo la verità assoluta) o gli intellettualoni critici della narrazione a fumetti gridano al “capolavoro” troppo facilmente per ragioni commerciali o di pubblicità.

Si dà il caso che racconta il ritorno di Yumiko in Giappone a seguito della morte del padre, a causa di un incidente durante un’escursione in montagna. La ragazza vive da anni a Londra, dove lavora come designer, ed è legata sentimentaSi dà il caso che Fumio Obata Bao Publishinglmente a Mark. Subito dopo la telefonata del fratello, Yumiko vola in Giappone un po’ controvoglia, dove la aspettano familiari e cerimonie funebri. Inizialmente la giovane non riesce a capire come si sente, frastornata dal jet lag e da tutte quelle formalità che le vengono imposte, non prova niente ma solo tanto fastidio, tranne nel momento in cui mettono il padre nel forno per cremarlo e la ragazza si scioglie in un mare di lacrime. In seguito Yumiko ne approfitta per andare a trovare la madre, divorziata dal marito quando lei e il fratello erano adolescenti, che è sempre stata un modello per la protagonista: essendo una donna intellettualmente emancipata, ha cercato di seguire il suo sogno di diventare scrittrice andando contro tutta la famiglia e scegliendo una vita di solitudine. Quando apprende che la figlia ha una relazione stabile con un uomo, la madre non reagisce molto bene perché ha paura che Yumiko possa finire a essere la classica casalinga soggiogata al potere maschile. Nel viaggio di ritorno a Londra, la ragazza ripensa al Giappone e capisce che la vita di Londra è quella che le appartiene.

Il tema del viaggio e del ritorno a casa, è stato usato in tante produzioni culturali e anche nel fumetto, e spesso comporta una profonda analisi del personaggio che ritorna nei luoghi dell’infanzia e della vita famigliare di un tempo. Just so happens mi ha ricordato Al tempo di papà ma senza quella bella analisi che fa Jiro Taniguchi sull’interiorità di una persona: si percepisce che Yumiko non è molto contenta di tornare in Giappone ma non si capisce il perché, considerando che nel racconto non ci sono elementi di rottura con il passato e il nucleo famigliare ma solo il suo sogno di studiare design a Londra. La protagonista si sente sia un’estranea nella capitale inglese sia in Giappone, ma questo non viene spiegato, a parte il contare gli anni di residenza nella città. Dopo aver sbadigliato alla commemorazione del padre, si scioglie in lacrime nel momento della cremazione, va a trovare la madre e torna a Londra – tutto troppo velocemente.

Troppi temi buttati fra le pagine e non analizzati, un minestrone di sentimenti che cambia da una pagina all’altra, un’incompletezza narrativa che ti porta a valutare questa graphic novel come un fumetto a metà.

Le illustrazioni di Obata sono bellissime, come anche l’edizione cartonata di Bao Publishing, ma diciannove euro sono eccessivi per centoquaranta pagine. È vero che le graphic novel costano sempre più dei manga o dei comics, ma certi prezzi stanno diventando proibitivi: molti volumi per cui ho dei dubbi, possono stare tranquillamente a prendere la polvere negli scaffali di una libreria. Ringrazio di aver preso l’e-book di quest’opera! XD

Consigliato? Non saprei. Forse voi, che avete una sensibilità diversa dalla mia, potreste trovare particolari che non ho saputo apprezzare.

LINO

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5 pensieri su “Si dà il caso che

  1. millefoglie94 ha detto:

    Direi che non fa per me…poi 19 euro sono davvero tanti! °_°
    Anche io a volte mi chiedo se sono tardona/insensibile io o se la pubblicità ha esagerato! Molto spesso, però, è la seconda u.u (un po’ di autostima ci vuole ogni tanto!)

      • millefoglie94 ha detto:

        Io con la critica non mi trovo quasi mai d’accordo XD quindi nella maggior parte dei casi ignoro premi e compagnia. Mi è bastata la delusione quando ho scoperto che Frozen aveva vinto millemila Oscar e Si alza il vento è stato salutato con la manina -.- non è per fare la pro Miyazaki a tutti i costi, ma c’era davvero un abisso!

  2. Daiana ha detto:

    Lino a me questa graphic novel è piaciuta molto, ma devo ammettere che ho dovuto rileggerla una seconda volta per riuscire a cogliere il messaggio e per poterla apprezzare quindi!
    Quello che non hai spiegato è la visione che per tutto il fumetto accompagna la protagonista: l’attore del teatro Nò.
    Lei da Giapponese fa fatica a esprimere il suo stato d’animo perché la cultura del proprio paese non ammette certi comportamenti in pubblico, per questo nonostante la situazione continua “a portare una maschera” che solo alla fine si frantumerà (nota bene la metafora e il confronto sempre con l’attore, che simboleggia il suo blocco), quando finalmente capisce di essere andata oltre, di aver ormai abbracciato la cultura europea più aperta e meno schiava delle convenzioni. (lo si nota bene quando lei al telefono si lascia andare e fa delle smorfie mentre la signora anziana di fianco la guarda male.)
    Io devo dire che li considero dei soldi ben spesi! Anche solo per il fatto di aver lo sketch sul volume fattomi fare a Lucca dall’autore! xD *-*

    • acutequeernerdworld ha detto:

      la tua analisi è perfetta e non ho parlato appositamente del “Teatro No” perché mi è sembrato buttato lì tanto per riempire le pagine. per me non ne vale la spesa, troppo frettoloso e poco analizzato. ci sono tanti slice of life che affrontano questo argomento e se non proponi un buono/ottimo punto di vista, rischi di non arrivare al punto. molto bello graficamente e i colori che sembrano acquarelli, ma dal punto di vista del contenuto abbastanza vuoto. poi come si dice sempre: “i gusti son gusti” 🙂

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