Aggretsuko

Avete mai desiderato mandare a quel paese il vostro datore di lavoro? Avete mai avuto colleghi ingombranti e impiccioni? Avete mai avuto la voglia di mollare tutto e ricominciare da capo? È proprio quello che accade alla giovane Retsuko, una office lady di venticinque anni che lavora presso un’importante azienda di trading e che sogna un futuro migliore.

Soffocata da un capo dispotico e maschilista, si ritrova ad avere sempre lavoro extra e a dover sostenere ritmi estenuanti che lasciano poco tempo a tutto il resto, ma nessuno conosce il suo segreto: quando è arrabbiata o deve scaricare la tensione, la ragazza si reca in un karaoke per sfogarsi cantando… Death Metal! Retsuko non rivela a nessuno questa sua passione soprattutto perché vuole che quel locale rimanga la sua oasi di relaxAggretsuko Netflix Sanrio anime

Aggressive Retsuko è una serie nata dalla collaborazione fra la Sanrio (storica casa di Hello Kitty e altri personaggi kawaii) e Netflix, composta da dieci episodi e che si può trovare in streaming sulla famosa piattaforma digitale. Nonostante si presenti con un look dolce in cui i protagonisti sono rappresentati sotto forma di animali, è un anime che non verrebbe molto apprezzata dai bambini per i temi affrontati – l’alienazione dal lavoro, gli stereotipi della società, il sessismo.

Nel mondo esistono tante Retsuko (panda rosso), ovvero giovani donne in carriera stanche della routine giornaliera e che sognano l’amore ma non tutte hanno lo stesso sogno segreto… lasciare il lavoro, sposarsi e fare la casalinga per tutta la vita! XD Per avere una migliore forma fisica (ma soprattutto per trovare l’uomo dei suoi sogni), s’iscrive a un corso di yoga dove fa amicizia con i “piani alti” dell’azienda che frequentano la stessa palestra: Washimi (uccello), assistente del Presidente della società, e Gori (gorilla), direttrice del marketing. Circondata da bizzarri colleghi di lavoro come Fenneko (volpe) o Haida (iena), Retsuko riesce a trovare l’amore grazie a un appuntamento al buio organizzato da Tsunoda (cerbiatto), in cui conosce Reseasuke che lavora nel reparto commerciale della stessa azienda… come finirà?

Non lasciatevi ingannare dalla dolcezza dello stile (che rimane una cosa piacevole per gli occhi) e recuperate questa serie intelligente! Se avete amato i ragionamenti contorti di Ally McBeal e la divertente vita da single di Bridget Jones, Retsuko saprà conquistarvi portandovi in una quotidianità che, molti di noi, abbiamo già provato sulla nostra pelle! XD Speriamo in una seconda stagione! 🙂

LINO

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Indomite: Storie di donne che fanno ciò che vogliono

Pénélope Bagieu è una fumettista francese che non è nuova su questo blog, poiché ho già recensito alcune sue opere pubblicate in Italia, come Un amore di cadavere e La mia vita è assolutamente affascinante, ed evito la sua presentazione per parlare direttamente di questo bellissimo volume pubblicato da Bao Publishing.Indomite Penelope Bagieu Bao Publishing

Indomite è la raccolta del blog a fumetti Les Culottées (“le sfacciate”), ospitato sul sito internet del quotidiano Le Monde a partire dal gennaio 2016, in cui l’autrice racconta le biografie di trenta donne scelte per l’importanza che rappresentano nel percorso dell’emancipazione femminile. Le mini-storie sono state poi raccolte nei due volumi di Culottées: Des femmes qui ne font que ce qu’elles veulent (“Sfacciate: Donne che fanno ciò che vogliono”), pubblicati da Gallimard, e sono composte da poche pagine in cui l’autrice si concentra su alcuni episodi della loro vita evidenziandone l’aspetto rivoluzionario.

Nel primo volume vengono raccontate le vite di:

  1. Clémentine Delait, la donna barbuta dei Vosgi che trasformò il suo problema fisico in notorietà;
  2. Nzinga, regina dell’Angola che fermò i coloni portoghesi e riuscì a governare per quarant’anni;
  3. Margaret Hamilton, attrice famosa per aver interpretato la strega cattiva de Il Mago di Oz, rimanendo sfigurata a causa di un incidente sul set;
  4. Las Mariposas, le tre sorelle Mirabal simbolo della lotta alla dittatura della Repubblica Dominicana;
  5. Josephina van Gorkum, nobildonna cattolica che sposò un militare protestante;
  6. Lozen, guerriera Apache;
  7. Annette Kellerman, nuotatrice australiana che inventò il prototipo del moderno costume da bagno;
  8. Delia Akeley, prima esploratrice ad attraversare l’Africa;
  9. Josephine Baker, artista afroamericana coinvolta nelle lotte contro le discriminazioni raziali;
  10. Tove Jansson, mamma dei Mumin;
  11. Agnodice, dottoressa ateniese che si finge uomo per studiare medicina;
  12. Leymah Gbowee, attivista liberiana e Nobel per la pace nel 2011;
  13. Giorgina Reid, custode del faro di Montauk;
  14. Christine Jorgensen, primo uomo che si operò per diventare una donna;
  15. Wu Zetian, unica imperatrice cinese che diede vita a una dinastia.

Quindici storie che raccontano vittorie al femminile trovando lo spazio giusto in un mondo prettamente maschile, battaglie individuali che hanno portato le donne alla libertà di cui godono oggi (anche se il cammino è ancora lungo), piccoli episodi che possono sembrare delle cose scontate ma che in realtà furono delle grandi rivoluzioni per i tempi in cui vivevano.

L’autrice ha creato a un libro che urla girl power in ogni pagina ma che non è dedicato esclusivamente a un pubblico femminile, anzi è una lettura per tutti, un modo leggero per conoscere biografie di molte donne che sono state spesso ignorate dalla narrativa contemporanea. È un fumetto che regalerei a tutte le bambine, per dimostrarle che essere donna non è un limite ma se si ha la forza di combattere per qualcosa in cui si crede o che non si ritiene giusto, nessuno può fermarti perché quando si parla di sesso debole non è altro che una descrizione maschilista che tenta di sminuire una donna basandosi su determinate qualità fisiche. Una lettura necessaria e non scontata.

L’edizione italiana è bellissima, tutta a colori (alla fine di ogni storia c’è un’illustrazione dedicata al personaggio), pagine spesse, copertina rigida con i ritratti delle protagoniste in rilievo. Consigliato a pieni voti e aspetto il secondo volume! Magari ci risentiamo su queste pagine per una seconda recensione… 😉

LINO

Dawson’s Creek Reunion

Da Sinistra a Destra: Kerr Smith, Meredith Monroe, Katie Holmes, Michelle Williams, Busy Philipps, James Van Der Beek, Mary Beth Peil e Joshua JacksonDawson's Creek reunion EW

Sono bastati pochi minuti, e il popolo del web è impazzito! Le foto della reunion del cast di Dawson’s Creek hanno mandato in delirio i vecchi fan della serie (me compreso)! Rivederli tutti insieme dopo tantissimi anni, è stato un momento di ricordi dall’aspro sapore adolescenziale fatto di emozioni contrastanti perché se da una parte è stata una piacevole sorpresa, dall’altra noto come gli anni passao troppo velocemente e ti ritrovi ad avere più di trent’anni – tratto da una storia vera! 😉

Le foto non sono altro che uno special della rivista americana Entertainment Weekly per il mese di aprile, dedicato alla storica serie televisiva creata da Kevin Williamson (Scream, So cos hai fatto e The Vampire Diaries), per festeggiare i vent’anni trascorsi dalla messa in onda del primo episodio del 20 gennaio 1998 – negli Stati Uniti su The WB, perché da noi fu trasmesso il 13 gennaio 2000 su Italia 1 – con cinque copertine diverse (una con il quartetto originale e le altre con i singoli ragazzi). Dawson's creek cast on the Entertainment Weekly's cover

Non l’hai mai visto? Impossibile! È stato replicato fino alla nausea ed è folle non conoscere il dramma d’amore per la ragazza dell’altra parte del lago, colei che saliva nella camera dell’imbranato adolescente attraverso a una scala sul tetto, per condividere momenti di pura cinefilia e amore platonico. Dawson’s creek è stata forse la “serie adolescenziale per eccellenza” perché se mettiamo da parte il linguaggio usato dai ragazzi del telefilm, spesso sofisticato e tendente al filosofico-esistenziale, fu la prima a mostrare adolescenti normali, con una quotidianità più simile ai loro coetanei, pieni di fragilità e situazioni meno perfette dei precedenti amici di Beverly Hills. Famiglie apparentemente perfette ma distrutte da un tradimento o da genitori menefreghisti; la necessità di trovare il giusto posto nel mondo e l’istruzione come riscatto sociale; l’amore sofferto, non corrisposto, la depressione e i disturbi mentali ma soprattutto fu apprezzato per aver portato sullo schermo un esempio positivo come Jack McPhee, primo omosessuale dichiarato in una serie per teenager affrontando con naturalezza un argomento difficile come l’outing.

È una serie che occupa ancora un posto speciale nel mio cuore e questa reunion mi fa sperare che in un futuro lontano, si potrebbe avere anche uno special di un paio d’ore in cui venga raccontato se Dawson Leery sia riuscito a diventare un regista famoso e se sia riuscito a vincere l’Oscar, se Joey Potter e Pacey Witter stiano ancora insieme, se Jack stia ancora insieme al fratello poliziotto di Pacey e se si sia preso cura della figlia di Jen Lindley (che purtroppo morì lasciandole un video-testamento che mi lacerò il cuore facendomi piangere per ore…), insomma ci sono troppi “se”!

In questo periodo di reboot e remake, non mi dispiacerebbe ricantare quel “anouanauei” che sentivo all’inizio della sigla… XD

LINO

Le figlie perdute della Cina

Ci sono libri che si leggono e si rimane soddisfatti per una storia piacevole o per un argomento d’interesse ben sviluppato, limitandosi a un soddisfacimento solo oggettivo di lettura, poi ci sono libri come quello di Xinran Xue che ti colpiscono semplicemente raccontando la realtà di un determinato fenomeno socio-culturale del proprio paese d’origine.

L’autrice de Le figlie perdute della Cina è una giornalista e scrittrice famosa per il programma radiofonico Parole nel vento della sera (“Words on the night breeze”), andato in onda dal 1989 al 1997, in cui raccontava le storie di donne che non avevano voce nella vita di tutti i giorni e prendevano coraggio per esprimersi su temi diversi come la vita matrimoniale o la maternità in una società che le relegava sempre a un ruolo casalingo, e diede vita al suo best-seller mondiale The good women of China (pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer Editore con il titolo di La metà dimenticata), che anticipa questo libro. Le storie raccontate, sono le esperienze piene di dolore, confessate all’autrice, di donne che si sono trovate nella situazione di dover “sistemare” la figlia femmina, spiegando così anche la grande presenza di orfani cinesi adottati da famiglie straniere, di cui la maggior parte sono di sesso femminile.

“Hai mai sistemato una bambina?”

La prima volta che fanno questa domanda a Xinran, rimane perplessa perché non capisce cosa voglia dire ma dietro a questa frase si nasconde una terribile realtà di molte zone del paese: nel mLe figlie perdute della Cina Xinran Xue Longanesi Editoreigliore dei casi una figlia viene abbandonata vicino a un orfanotrofi o a luoghi dove si spera che qualcuno possa prendersi cura di lei, se no viene eliminata fisicamente appena nata. “Sistemare una bambina” era una pratica diffusa perché il primo dovere di una brava moglie è dare alla luce un erede, che sarebbe stato in grado di continuare la discendenza di famiglia. Preferire il figlio maschio, oltre a convinzioni culturali, ha antiche radici storiche che risalgono al sistema di distribuzione della terra, con cui una donna riceveva meno suolo arabile rispetto a un uomo, ma la giornalista si focalizza sulla politica del figlio unico del 1979 per spiegare questo problema sociale. Nata per limitare l’incremento demografico del paese, produsse grossi effetti negativi su tantissime famiglie perché avere un figlio in più, indipendentemente dal sesso di nascita, significava perdere il lavoro, non avere una casa e dover rinunciare a tutti gli aiuti previsti dalle politiche statali (istruzione, sanità, razioni alimentari e altro). Inoltre la poca educazione sessuale provocò una nuova generazione di giovani che erano sessualmente più liberi dei loro genitori ma ancora incastrati nei valori tradizionali della società, quindi gli abbandoni aumentarono a causa di gravidanze indesiderate nate da relazioni non “autorizzate” (senza dimenticare il business dell’aborto). Fortunatamente le cose cambiano e la Cina, grazie anche al boom economico che guarda sempre più all’Occidente e la voglia di diventare una delle principali potenze mondiali, nel 2001 ha promulgato una legge in cui è vietato qualsiasi atto di discriminazione e maltrattamento nei confronti delle donne che partoriscono figli di sesso femminile o che non sono fertili, e che è illegale discriminare, maltrattare e abbandonare le neonate.

“Ogni donna che ha partorito ha provato dolore, e le madri delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore.”

Le dieci storie raccontate in Message from an Unknown Chinese Mother sono di forte impatto emotivo, e spesso mi hanno colpito per la crudezza delle immagini descritte ma una storia mi ha colpito più di tutte, raccontata nel quinto capitolo (“I guerriglieri delle nascite clandestine: un padre in fuga”): durante un viaggio in treno, l’autrice conosce un uomo di mezz’età che viaggia insieme a una bambina di un anno e mezzo seduta sulle sue gambe. Xinran è intenerita dalla premura di quest’uomo nei confronti della figlia che lo abbraccia, ma poche ore dopo vede la bambina sulla banchina della stazione con un panino in mano, mentre il treno riparte e lei rimane sola. Inorridita, perché capisce cos è appena successo, si mette alla ricerca dell’uomo in treno e lo trova accanto a una donna in avanzato stato di gravidanza. Scopre che erano una coppia in fuga dai funzionari che controllavano le nascite, che attraversavano il paese da più di sette anni per non essere scoperti perché avevano già avuto altre tre figlie femmine che avevano già abbandonato in altre città. Mi si è stretto il cuore. L’immagine di questa bambina che prima gioca con il padre e subito dopo vede il treno allontanarsi non capendo il perché (“fortunatamente” grazie alla sua giovane età) mi ha fatto diventare così piccolo piccolo… senza pensare il dolore di una donna che è stata costretta a privarsi della gioia di essere madre per ben quattro volte.

Le figlie perdute della Cina non può lasciare indifferenti e s’inserisce a pieno nel genere dell’inchiesta giornalistica che si occupa dei diritti delle donne e in particolare dei minori, realtà che ci sembrano così lontane da noi, dove essere donna è ancora pericoloso (basta ricordare la storia di Malala Yousafzai) e la tua vita vale meno di quella di un uomo.

L’edizione italiana è di Longanesi Editore e comprende anche degli approfondimenti interessanti come le lettere sia delle madri che aspettano il ritorno della figlia abbandonata sia di quelle che hanno adottato, le leggi sulle adozioni e un’appendice dedicato anche al triste fenomeno del suicidio fra le donne.

CONSIGLIATO.

LINO

Chiamami col tuo nome

Ammetto di essere andato a vedere il nuovo film di Luca Guadagnino con tanti preconcetti riguardo all’ottima reputazione fra i cineasti intellettuali con cui non ho un ottimo rapporto, pensando di trovarmi davanti all’ennesimo film d’autore che spesso non capisco perché non ho l’occhio da cineasta consumato. Chiamami col tuo nome è stata una bellissima sorpresa, un racconto di formazione in cui un adolescente è alla ricerca del proprio “Io” attraverso le pulsioni ed esperienze che molti di noi giovani (ed ex adolescenti) abbiamo già provato.

Tratto dal romanzo omonimo di André Aciman, pubblicato in Italia da Guanda Editore, il film racconta un’estate in cui la routine giornaliera del giovane Elio (Timothée Chalamet) viene interrotta dall’arrivo dell’affascinante Oliver (Armie Hammer), studente americano ospite nella villa di famiglia in cui il diciassettenne è solito passare le vacanze. Il rappoChiamami col tuo nome Call me by your namerto fra i due inizialmente non è dei migliori poiché Elio prova un po’ di gelosia verso il nuovo arrivato: Oliver è bello e ammirato da tutte le ragazze del paese, è dotato di una grande conoscenza culturale e si mostra sempre come una persona disinvolta e senza tanti pudori. Abituato a un ambiente culturalmente stimolante, grazie anche ai genitori che l’hanno cresciuto fra musica classica e letture in lingua originale, Elio entra in una specie di competizione che da luogo a grandi discussioni intellettuali a cui l’americano cerca di tener testa, ma l’adolescenza è anche un periodo critico di cambiamento e di domande, in cui si abbandona l’infanzia e si prende consapevolezza di una maturità che passa attraverso la sessualità , in cui le pulsioni e i desideri vengono incanalati verso un preciso canale di piacere.

Il modo in cui si avvicinano i due ragazzi è molto poetico perché, nonostante pensano che stiano vivendo qualcosa di sbagliato per la società  del tempo (il film è ambientato nel 1983), non riescono a sopprimere la naturalezza delle proprie emozioni, rappresentate dal regista in mani che si sfiorano, dita che ricalcano il contorno delle labbra e baci rubati su un prato lontano da occhi indiscreti. Se Elio vorrebbe vivere quest’amore in modo affamato e frettoloso tipico della sua giovane età, l’altro prende le distanze cercando di non portarlo in un universo che fa paura ancora anche a lui. Come per la maggior parte dei sentimenti, ci sono cose che non puoi reprimere perché sono semplicemente l’espressione di noi stessi, ed è per questo che si riavvicinano e danno sfogo alla passione. Nulla di morboso o sessualmente esplicito, nessuna scena gratuita offerta alla fantasia dello spettatore, ma il regista entra in punta di piedi nella stanza da letto dei due amanti, quasi a non volerli disturbare, ed è proprio questa delicatezza che mi è piaciuta, senza fronzoli o elementi grotteschi.

Luca Guadagnino racconta una storia d’amore con una regia che potrebbe sembrare abbastanza povera (effettivamente il cachet usato non era alto), con una narrazione lenta e contemplativa fatta d’immagini e silenzi che spesso sono un’espressione del bello intorno a noi, quasi una grande dichiarazione d’amore che lui stesso fa alla cultura, all’arte e alla bellezza dell’Italia. Un estetismo che ha un sapore decadente, di un essere bohémien lontano dai giorni nostri, dove si discute leggendo opere di Eraclito o preferendo la musica di Bach a quella della disco-music suonata nel bar del paese. Il tutto può sembrare anacronistico ma vengono anche affrontati temi attuali come l’omofobia, sia della società  sia individuale, proprio quella che Oliver si ritrova a provare decidendo per un matrimonio di circostanza. La paura di amare e di essere amati da uno biologicamente uguale a se stessi vince sulla felicità personale, e si preferisce dare agli altri ciò che sembrerebbe giusto.Thimothée Chalamet Armie Hammer Call me by your name

In alcuni aspetti, la regia di Guadagnino rende omaggio a Bernardo Bertolucci, famoso regista italiano di Ultimo tango a Parigi, e mi ha ricordato in particolare due film che ho visto varie volte nel corso degli anni: non è difficile riconoscere l’ambientazione contadina di Io ballo da sola, dove la giovane Liv Tyler viene mandata a trascorrere le vacanze estive nella campagna toscana, in un caseggiato popolato da artisti ed esteti (come i genitori di Elio), scoprendo il suo essere donna attraverso il primo rapporto sessuale; inoltre non posso non citare i tre giovani di The Dreamers nella Parigi rivoluzionaria del ’68, che per tutto il film si divertono omaggiando continuamente sia la cinematografia sia la letteratura.

La mia semplice recensione non rende giustizia a questo piccolo gioiello che può essere già definito come un classico dell’amore gay sul grande schermo, ma le emozioni che mi ha trasmesso non riesco a esprimerle tutte a parole perché l’amore non viene sminuito ed è rappresentato come la cosa più naturale del mondo! Non capisco come alcuni riescano già a criticare il rapporto fra Elio e Oliver come qualcosa di perverso per via della giovane età di uno dei due protagonisti, ma siamo in Italia e il finto moralismo che pervade la nostra società deve manifestarsi nella malizia degli occhi di persone che hanno la solita omofobia interiorizzata.

“Stai male e ora vorresti non provare nulla, forse non hai mai voluto provare nulla, ma ciò che ora provi io lo invidio. Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a trent’anni siamo già prosciugati e ogni volta che ricominciamo una nuova storia con qualcuno diamo sempre di meno, ma renderti insensibile così da non provare nulla è uno sbaglio!”

Candidato a quattro Premi Oscar, fra cui miglior film e migliore attore protagonista (Thimothée Chalamet è stato bravissimo!), in Italia è stato distribuito nelle sale italiane da Warner Bros e vi consiglio di andare a vederlo! Ovviamente se non vi danno fastidio storie d’amore omosessuali, ma se leggete il mio blog non penso che siate un pubblico mentalmente chiuso.

CONSIGLIATO! ^^

LINO

I giocattoli non hanno identità

Mentre sistemo gli scaffali del negozio di giocattoli in cui lavoro, spesso mi fermo a osservare l’ampia scelta di prodotti che vengono proposti ai bambini di oggi ed è bello vedere la gioia che ancora procura l’avere un oggetto che, nonostante non abbia un grande valore economico, continua ad essere qualcosa d’importante a livello affettivo. La cosa che sto apprezzando molto è vedere abbattere una particolare barriera mentale da molti genitori, che mi ha perseguitato per tutta la mia infanzia: l’identità sessuale del giocattolo.

Da bambino, e si parla degli anni novanta, c’era già una vasta gamma di giocattoli ma erano ancora fortemente divisi per genere: il maschio giocava con le macchinine, le armi e il pallone da calcio, invece la femmina con le Barbie, gli accessori da cucina e i cosmetici finti. Barbie Centro soccorso animali MattelSe uscivi da uno di questi canoni eri, nel migliore delle ipotesi, considerato “strano”. La situazione sembrerebbe migliorata anche se inorridisco quando vedo alcune linee di giocattoli, soprattutto dedicate alle bambine, che nei nomi delle loro collezioni o negli slogan stampati sulla confezione, le incitano a essere delle brave signorine! Nel 2017 pensate ancora che le bambine sognino di essere le regine della casa che aspettano il principe azzurro? Purtroppo i giocattoli son sempre stati usati come un modo per trasmettere i canoni della buona società , imposti dal finto perbenismo badi una maschilizzazione dei ruoli ma… fortunatamente le cose cambiano.

Ho incontrato alcuni clienti che mi hanno fatto riflettere e sperare in un miglioramento (ovviamente la strada è ancora lunga), per esempio una madre entrò in negozio per cercare delle Barbie per suo figlio, collezionista affezionato della bambola più famosa del mondo, che con un sorriso d’imbarazzo mi confidò che erano per il maschio di casa. Inizialmente rimasi perplesso, soprattutto quando mi disse che ha provato a far giocare il bambino con altri “giochi da maschio” ma senza successo ma dopo decise di seguire le passioni del figlio, assecondandolo nell’acquisto di Barbie. Ho cercato di tranquillizzarla, di dirle che è normale che i bambini siano incuriositi da tutto quello che vedono, ma la madre mi disse che in realtà  non le importava nulla e se suo figlio voleva le barbie, lei avrebbe continuato a comprargliele, fregandosene dei giudizi della gente (e dei parenti) perché ciò che contava era la felicità del bambino. Ho amato la fierezza di questa madre che, inconsciamente, insegnava già al figlio che la libertà di essere sé stessi non si baratta con nessuna convenzione sociale.

Purtroppo io non fui così fortunato e non ebbi la possibilità di avere una Barbie tutta mia, quell’oggetto del desiderio che vedevo nelle case delle mie compagne di scuola, che tenevo fra le mani non appena ne avevo l’occasione perché sapevo che mi ero concesso per poco tempo e lontano dagli sguardi maliziosi degli adulti. Mi era proibita semplicemente perché ero maschio, perché i “maschietti normali” giocano con la pista delle macchine, perché l’idea adulta m’imponeva già all’età di sei anni di essere uomo anche nella scelta dei miei giocattoli.Paw Patrol La squadra dei cuccioli Zuma Skye Rubble Marshall Rocky Chase Solo l’atto del guardare lo scaffale delle Barbie al negozio mi faceva sentire a disagio perché credevo di fare una cosa sbagliata e ho avuto spesso un grande senso di colpa tutte quelle volte che tornavo a casa dopo essere stato a giocare da un’amica che mi proponeva le sue barbie con il camper, i cavalli e la piscina.

Ho parlato di Barbie ma potrei citare tanti altri prodotti che in molti ricorderanno, come Polly Pocket o Gira la Moda, ma la questione non cambia poiché non possiamo gettare sui figli le ansie da prestazione del mondo futuro e le frustrazioni del mondo adulto, soprattutto in un momento di svago come il gioco. Ho veramente ammirato la madre di cui vi ho parlato prima o anche altre madri che per le figlie comprano le piste automobilistiche, i personaggi di Cars o i Lego, dicendomi che le loro figlie non vogliono avere niente a che fare con i bambolotti e preferiscono vedere la velocità con cui sfreccia il proprio veicolo o costruire palazzi con i mattoncini colorati. Devo purtroppo riconoscere che è più facile per una bambina comprare giochi da maschio e non il contrario, perché viene tollerato dalla maggior parte dei genitori.

Apprezzo anche il fatto che oggi ci siano tanti nuovi cartoni animati, che poi danno vita a tutto il merchandising, che abbiano un pubblico più trasversale. Il primo che mi viene in mente è il fenomeno dei Super PigiaminiPJ Masks, in cui Gattoboy (Connor) e Geco (Greg) sono affiancati da Gufetta (Amaya),elemento fondamentale del team che combatte il crimine insieme ai compagni,Super Pigiamini PJ Masks Gattoboy Geco Gufetta Lunetta Romeo oppure Skye, la cagnolina di Paw PatrolLa squadra dei cuccioli, che nella femminilità  della sua divisa rosa, aiuta Ryder e gli altri cani a risolvere le missioni di salvataggio. Altri esempi possono essere la Monster High, linea di fashion dolls della Mattel (stessa casa di Barbie) che ha attirato un pubblico maschile per l’aspetto horror delle protagoniste in quanto figlie di alcuni famosi personaggi come Draculaura, figlia del Conte Dracula, o Frankie Stein, figlia di Frankestein, ma anche le Winx, i Pokemon, Frozen e i supereroi della Marvel e della DC Comics.

Lasciamo i bambini liberi di giocare che hanno tutto il tempo per scoprire i ruoli e i doveri imposti dalla nostra società in base al sesso, all’età anagrafica, al colore della pelle, alla religione e altre cose che a loro momentaneamente (e fortunatamente) sono sconosciute.

LINO

My capricorn friend

Rieccomi! Non mi sembra vero! Torno a scrivere su questo blog (sempre maltrattato dal sottoscritto) dopo una lunga assenza dovuta a impegni lavorativi che mi hanno proibito di avere del tempo da dedicare a me stesso e alle mie passioni… sacrifici che si sono rivelati sprecati grazie al modo di concepire l’ambiente del lavoro da parte dalle grandi aziende.

Dopo questa frecciatina velenosa, ritorno con le recensioni e riparto proprio dai manga che da sempre hanno avuto un ruolo fondamentale in questo blog, parlandovi di My capricorn friend, un seinen che mi è piaciuto molto sia per i temi raccontati sia per il finale a sorpresa. Ma seguiamo un ordine!

Yagiza no yujin è un fumetto che affronta l’argomento spinoso del bullismo, una grande piaga della società moderna che spesso è causa gravi fatti di cronaca fra i giovani, portandoci in un istituto superiore apparentemente normale in cui gli studenti si dividono fra lezioni e attività sportive. Yuya Matsuda è un liceale come tutti gli altri con la particolarità di abitare in una casa posta su un’altura in mezzo a forti raffiche di vento: sul balcone della sua camera finiscono oggetti di tutti i tipi fino a quando non gli capita fra le mani un frammento di giornale in cui viene descritto un futuro omicidio e il successivo suicidio del presunto assassino.

“Il liceo non è affatto quel posto splendido e divertente che mi ero immaginato.”

Una sera, tornando dal minimarket, Yuya incontra Naoto Wakatsuki, un suo compagno di classe, con una mazza sporca di sangue, nascosto nella penombra di una via secondaria. Naoto confessa che ha appena ucciso Akira Kaneshiro, il bullo della scuola, che lo maltrattava nel peggiore dei modi: tutti a scuola sapevano delle cose che doveva sopportare ma facevano finta di non accorgersene per non diventare i nuovi bersagli di colui conosciuto come la “bestia”. Assalito dai sensi di colpa per non aver mai fatto nulla, Yuya decide di aiutare l’assassino prima nascondendolo nella propria stanza, poi fuggendo con lui a Tokyo dove si scoprirà la verità su quest’omicidio.My capricorn friend J-POP Manga Seinen

È un thriller psicologico che mescola gli elementi classici dei romanzi gialli (ci sono un omicidio e un criminale da catturare) a quelli di una narrazione slice of life arrivando a utilizzare una vecchia usanza di origine ebraica, poiché si fa riferimento alla storia dell’angelo caduto Azazel: il capro di Azazel è un rito ebraico che veniva fatto secoli fa da un sacerdote che sceglieva due capri, uno da offrire a Dio e l’altro ad Azazel. Il primo capro era sacrificato per il suo sangue che veniva usato per purificare i propri peccati, il secondo invece veniva abbandonato nel deserto affinché si facesse carico di tutti i peccati della comunità (Azazel era anche il demone del deserto). Cosa c’entra tutto questo con la storia? Non posso anticiparvi nulla se no capireste il finale.

My capricorn friend è un manga che lascia spazio anche alla riflessione perché sappiamo come politiche e iniziative rivolte a colpire i bulli, continuano a fallire spesso per l’indifferenza generale della società o perché si sminuisce il problema definendole delle semplici ragazzate ma l’uso della violenza fisica e psicologica può provocare gravi conseguenze sul soggetto bullizzato che può portarlo a commettere gesti estremi.

Questo volume unico di Otsuichi (storia) e Masaru Miyokawa (disegni) lo trovate disponibile in italiano grazie a J-POP Manga – in Giappone è stato serializzato sulla rivista Weekly shonen jump di Shueisha – e ve lo consiglio a pieni voti!

LINO