Immanuel Casto e Romina Falconi: Who is afraid of gender?

“Who is afraid of gender? Who is afraid of gender? They want us to live in darkness but who is the real monster?”

GENIALE. Post già concluso😄 Torna una delle mie coppie preferite, che amo shippare (termine nerd che serve per parlare di coppie ideali ma non reali) e che spero che si amino per sempre e continuino a collaborare. Who is afraid of gender? è il nuovo singolo nato dalla collaborazione fra Immanuel Casto e Romina Falconi, canzone che è diventata la sigla ufficiale del Gay Village di Roma per questo 2016 con un testo interamente in inglese! Se il Casto Divo è sempre in tour portando il suo ultimo lavoro The pink album da cui ha estratto la meravigliosa Da grande sarai frxxio anche Romina non è stata con le mani in mano e dopo la pubblicazione del suo primo full album Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio (titolo che raggruppa i tre ep usciti in precedenza solo in digitale), adesso sta preparando il video per il suo nuovo singolo Circe.Immanuel Casto Romina Falconi Who is afraid of gender

In WIAOG la musica è molto divertente e danzereccia e il video mette in scena un Glee nostrano in salsa gaya, ambientato nella tipica high school americana dove fanno vari camei alcuni personaggi dello spettacolo: Eva Grimaldi interpreta una professoressa della gay academy, l’attore Federico Pacifici nei panni di un medico sostenitore delle teorie riparative, il nuotatore Alex Di Giorgio, il duo di drag queen Karma B, la Vanity Crew apparsa l’anno scorso a Italia’s Got Talent, la giovane attrice Marica Cotognini e la fantastica Vladimir Luxuria nei panni della preside della scuola. Se il messaggio è quello di non nascondersi e di essere sempre se stessi, ho amato la citazione satirica contro movimenti bigotti come quello delle sentinelle in piedi.😄

Bravi i miei ragazzacci della musica italiana e… quanto è bella Romina, biondissima, che fa la teenager?

Alla faccia di chi si perde in stupidi pregiudizi e che si occupa troppo dei fatti degli altri!

PROMOSSI

LINO

Liebster Award 2016 Edition

È bello sapere che qualcuno ancora si ricorda di te e del tuo blog nonostante non lo aggiorni più come una volta… effettivamente passo troppo tempo alla cassa di un noto fast food, torno a casa stanco e mi rimane ben poco per coltivare le mie passioni (che ultimamente sono l’oziare sul divano e dormire). Nonostante il periodo poco attivo da blogger, ho ricevuto ben tre nomination al Liebster Award 2016 da tre miei colleghi, che mi hanno posto varie domande che soddisfino le loro curiosità… iniziamo?😄 LiebsterAward_logo

Ringraziare il blogger che ti ha nominato.
Non una, non due ma ben tre nomination! Quindi ringrazio:
Le manga-pagelle di Caroline
Say Adieu to Yue
Io non sono quella ragazza

Scrivere qualche riga per promuovere un blog che seguite.
Non promuoverò nessun blog ma nominerò semplicemente quelli che seguo di più, oltre ai tre precedentemente ringraziati, vi consiglio di seguire:

  • My Millennium Puzzle
  • Love or Dead
  • Hana blog journal
  • Ore-Sama

Rispondere alle undici domande dei blogger che ti hanno nominato:

*°*°*°*°*° CAROLINE di Le manga-pagelle di Caroline *°*°*°*°*°

Dolce o Salato? Dolce e salato. Salato e dolce. Dolce. Ancora dolce e poi salato. Insomma, entrambi! Quando se tratta de magnà… se magna!😄

Una delle vostre serie tv preferite degli ultimi cinque anni (non quella in assoluto, ma quella appunto che vi è piaciuta di più negli ultimi cinque anni): Non saprei, perché ultimamente non ho seguito molte serie televisive, perdendo interesse poiché trovavo delle storie a cui non mi appassionavo quasi a nulla. Mi mancano il coinvolgimento che provavo per Dawson’s creek, Gilmore Girls (Una mamma per amica) e Sex & the city. Ne nomino alcune ovvero The Carrie diaries, per l’ambientazione anni ottanta e tutto il glam che ci sta dietro, e Glee, che inizialmente non amavo ma ho apprezzato andando avanti nella visione sia per tematiche sia per la mia anima da musical.

Il titolo di uno dei libri più brutti che avete letto (o dovuto leggere per forza, tipo perché assegnato a scuola ecc): I cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. Non posso dimenticare lo stupore nel leggerlo poiché lo trovai per caso spulciando fra gli scaffali della libreria, credendo di leggere una storia d’amore adolescenziale… ero così giovane e ingenuo che me lo feci regalare per Natale.

Pensate che prima o poi le coppie gay potranno sposarsi in Italia o è astrofantascienza? Ricordiamoci sempre che in Italia deve sempre metterci becco la CEI – Vaticano. Però la speranza è l’ultima a morire, no? Che ne pensate…fatemi sapere: Io sono pessimista. È già tanto se nel 2016 ci sia stato un riconoscimento legale delle coppie di fatto, figuriamoci altre cose. Forse in un futuro molto lontano, ma io sarò già morto. Potrei definirla fantascienza utopica.

Preferite i cani o i gatti? Ammetto di essere del TEAM DOG! Nessuno mi toglierà dalla testa che il rapporto che s’instaura fra un essere umano e un cane sia paragonabile a quello con un gatto. Dotato di una sensibilità simile a quella umana, esso è l’animale da compagnia per eccellenza con occhi che sanno comunicano tutto quello che non riescono a dire con le parole.

Estate (ovvero vacanze, caldo, mare, tempo libero) o Inverno (festività natalizie, freddo, vestirsi tipo omino Michelin)? Tutte e due perché rispecchiano il mio essere borderline: in inverno vado in letargo, mi piace il divano, le copertine in pile disperse per casa, la cioccolata calda, le tisane e il rotolarmi nel piumone come un involtino; in estate mi piace il mare (a modo mio cioè nelle ore meno calde e all’ombra), il sole che rimane alto fino a tarda ora, l’aria che si respira, il gelato, il rilassarsi nei parchi all’aria aperta, i locali con le proprie terrazze e/o dehor. Però se devo per forza scegliere uno dei due scelgo l’inverno – sì, lo so, sono una persona triste u.u

Avete visto L’Eurovision Song Contest 2016? Qual era il vostro pezzo preferito? Tifavo per Sound of silence di Dami Im dell’Australia ma ammetto che 1944 di Jamala era l’altra canzone che mi piaceva! Amo Francesca Michielin ma riconosco che sia poco internazionale per manifestazioni del genere e noi italiani mandiamo sempre artisti che possono essere maldigeriti da europei truzzi che ascoltano ancora la dance anni novanta.

Una delle vostre attrici di cinema preferite. In verità sono tre, non posso trascurarne una:
Keira Knightley. La amo soprattutto quando è protagonista di film in costume ed è perfetta nei panni di Elizabeth Bennett in Orgoglio e pregiudizio (Pride and prejudice). Altri film in cui l’ho amata sono Espiazione (Atonement) e Non lasciarmi (Never let me go).
Anne Hathaway. Esplosa in tutto il mondo con Il diavolo veste Prada (The devil wears Prada), è entrata nel mio cuore con il tristissimo One Day e la meravigliosa performance ne Les Misérables nei panni di Fantine, madre di Cosette.
Kirsten Dunst. Perfezione raggiunta in Marie Antoinette di Sofia Coppola ma meravigliosa anche ne Il giardino delle vergini suicide (The virgin suicides) sempre della stessa regista. Mi è piaciuta molto anche in Melancholia di Lars Von Trier e anche in film più leggeri come Mona Lisa Smile.
Dovrei nominarne altre ma mi fermo qui… no, anzi, solo qualche nome: Julia Roberts, Meryl Streep, Michelle Williams, Jennifer Lawrence e Carey Mulligan.

Qual è il vostro colore preferito? Rosso, Nero e Rosa.

Se doveste trasferirvi per lungo tempo in Europa, quale stato/paese scegliereste?Ho un amore sfrenato per tutto quello che riguarda la Francia e vorrei ritornare a Parigi. Ho vissuto per un mese a Lione, ho visitato il nord ma Paris… est Paris!

Il vostro ultimissimo acquisto… cosa avete comprato?^^ Street, l’ultimo album delle EXID!

 

*°*°*°*°*° YUE LUNG di Say adieu to Yue *°*°*°*°*°

L’albergo più squallido dove avete dormito: dove, quando e perché. Non ho avuto questa sfortuna… per un pelo!

Cinema: Siete mai usciti prima della fine di un film? Mi è successo con La vita di Adele (La vie d’Adèle). Ingiustamente valutato come un capolavoro dei film di formazione, io l’ho trovato molto volgare.

Il regalo più orrendo che avete ricevuto. Tanti😄 per questo negli ultimi anni faccio delle meravigliose wishlist!

Qual è l’ultima piccola bugia che avete detto? Io non dico mai le bugie! Ooops! Ne ho appena detta una!😄

Qual è la suoneria del vostro cellulare? Una di quelle tristi già presenti sullo smartphone. Quando ero ragazzino invece ero fissato nell’avere l’ultima suoneria del momento, addirittura con i primissimi Nokia le componevi e le scambiavi con gli infrarossi! Che ricordi! Sono vecchio u.u

Immaginatevi registi/e con un budget illimitato: Quale libro (o fumetto) porteresti sullo schermo? La trilogia dei Rainbow Boys di Alex Sanchez.

Un capo di abbigliamento che un tempo amavate ma che adesso trovate imbarazzante: Jeans sbiaditi e candeggiati, piumini super gonfi e i colori troppo accesi come il giallo o il rosa.

Frequentate una biblioteca? Prendete libri in prestito? La frequentavo più in periodo universitario per necessità ma non mi è mai piaciuta. Non mi piacciono i libri toccacciati da tutti e sono geloso delle mie cose.

Qual è il film più brutto del vostro regista preferito? Non ho un regista preferito ma una lunga lista di film orrendi!

Qual è il libro più brutto del vostro scrittore preferito? Brutto no, però Pasolini, Un uomo scomodo di Oriana Fallaci è stata una lettura inutile.

Siamo a Giugno ma… Voi l’avete tolto il piumone? Madre casalinga regina della casa l’ha tolto ma io lo tiro fuori e divento l’involtino umano😄

 

*°*°*°*°*° MARIA STEFANIA di Io non sono quella ragazza *°*°*°*°*°

Se poteste cambiare il finale di una storia che vi ha appassionato fino a poche pagine dalla fine per poi deludervi, quale sarebbe? Come la cambiereste? Con i libri non mi è mai capitato ma con i film sì, soprattutto con due che sono Dancer in the dark di Lars Von Trier e Suffragette di Sarah Gavron.

 

Scrivere a piacere undici cose di me:

  1. Leggo quasi di tutto ma ci sono dei generi letterari che non riesco proprio a digerire: Gialli, Thriller e testi in versione teatrale.
  2. Mi piacerebbe arrivare ad avere un alimentazione vegetariana (il vegan lo trovo eccessivo) ma non riesco proprio a rinunciare al prosciutto crudo… poveri maialini, perdonatemi!
  3. Ho una passione per tutti quei programmi televisivi che raccontano di malattie e schifezzine varie. Il top è Malattie imbarazzanti (Embarassing bodies) quando tratta di malattie cutanee e piedi rovinati.
  4. Odio le persone che non si espongono mai, che sembrano non avere un’idea, che usano la scusa della diplomazia per essere amati da tutti.
  5. Ho sempre amato i manga ma con gli anime non ho un bel rapporto. Conservo un bel ricordo dei cartoni animati della mia infanzia ma le nuove trasposizioni animate non mi piacciono.
  6. Sogno un amore romantico, di quelli da mozzare il fiato e sentire i violini alle orecchie ma allo stesso tempo penso che l’uomo non sia un essere monogamo e che l’amore non esista veramente ma è soltanto un sentimento spinto da vari interessi.
  7. Vorrei essere alto almeno dieci centimetri in più e mangiare di tutto senza ingrassare come alcuni ragazzi che conosco.
  8. Ci sono dei viaggi che vorrei fare prima di lasciare questa vita terrena: Giappone, Corea del sud, Islanda, New York e Disneyland Paris😄
  9. Odio lo sport in televisione come il calcio, la formula uno, il motociclismo, il nuoto, il tennis e il ciclismo. Fra pochi giorni inizieranno gli Europei di calcio e non sopporterò nessuno.
  10. Mi piacciono le lingue straniere e mi sarebbe piaciuto imparare il tedesco, lo spagnolo, il giapponese e il coreano, ma a malapena mi ricordo l’inglese e il francese studiato all’università!
  11. Il mio sogno più segreto sarebbe quello di scrivere di musica, cinema, libri e altri aspetti di lifestyle (anche di gossip… perché no?!) per qualche giornale o rivista. Se ce l’ha fatta Selvaggia Lucarelli, perché io no? Intanto continuo a servire panini e gelati alla cassa… *scappa via piangendo*

 

Premiare dei blog che segui:

Li trovate proprio all’inizio di questo post, sia nei ringraziamenti delle nomination sia nei blog che vi consiglio di seguire ^^

Per finire, le undici domande a cui sono invitati a rispondere i succitati blogger se decideranno di partecipare a loro volta al Liebster Award. Se avete già pubblicato il vostro Liebster Post, non scoraggiatevi, aggiornarlo con una nuova lista di domande e risposte non vi costa niente.

  1. Chi sono le tue Principesse Disney preferite?
  2. I bisessuali esistono o è semplice paura di non ammettere a se stessi di pendere più per una parte?
  3. Top 5 dei tuoi cantanti preferiti (sia solisti sia gruppi).
  4. Il viaggio dei tuoi sogni.
  5. Cosa ne pensi delle coppie aperte? Si può definire amore?
  6. Guerriera Sailor?
  7. Genere letterario preferito?
  8. La famiglia è solo quella “uomo e donna” o esistono altri tipi di famiglia?
  9. Il/la tuo/a sex symbol (max 3).
  10. Cosa c’è dopo questa vita?
  11. Carta o ebook?

Questo meme è stato lunghissimo… adesso aspetto le vostre risposte! Sono curiosissimo! *_*

LINO

Tiffany o Jessica: I just wanna dance o Fly?

Finalmente siamo arrivati al fatidico confronto fra due personalità importanti delle Girls’ Generation (o che ne hanno fatto parte)! Tiffany e l’ex membro Jessica hanno fatto il loro debutto musicale da soliste: la prima con I just wanna dance, l’altra con Fly. CATFIGHT!😄

Stephanie Hwang è l’ottava ragazza a entrare nelle SNSD tramite un’audizione a Los Angeles, città in cui è nata, cantando The voice within di Christina Aguilera: inizia così una lunga carriTiffany SNSD I just wanna danceera insieme alle altre ragazze, fatta di tanti successi e che la porta a essere tuttora in attività. Con Taeyeon e Seohyun fa parte delle TTS (TaeTiSeo), una sub-unit che viene formata nel 2012 con Twinkle fino ad arrivare all’undici maggio di quest’anno quando finalmente la S.M. Entertainment si decide a far debuttare come solista una seconda ragazza del gruppo (la prima fu la leader Taeyeon con I), dopo anni di annunci e rinvii. Jessica Jung invece, fa parte delle SNSD fino al settembre del 2014 quando annunciò di aver abbandonato ufficialmente il gruppo (la sua ultima presenza è nel video di Divine, singolo contenuto nella riedizione giapponese di The Best). Anche lei originaria di San Francisco, viene notata durante una vacanza in Corea del Sud insieme alla famiglia – la sorella Krystal diventerà un membro delle F(x), altro girlgroup della SM – e dopo l’esperienza con le Girls’ Generation, si concentra sulla sua attività di stilista e imprenditrice fondando il marchio Blanc & Eclare. Il diciassette maggio rilascia il suo primo mini album With love J con la Coridel Entertainment (casa discografica del fidanzato), da cui viene estratta Fly come title track in collaborazione con il rapper americano Fabolous.

I SONEs di tutto il mondo si trovano a un bivio: Tiffany o Jessica? Premiamo una delle ragazze più belle del girlgroup e che tuttora canta con le altre, boicottando l’ex membro traditore? Oppure supportiamo anche Jessica perché fa parte della storia delle Girls’ Generation?

Se Tiffany non ha ancora dichiarato nulla sul debutto di Sica (e sinceramente penso che non lo farà o semplicemente dirà due frasi di circostanza a causa del contratto con la SM), l’ex GG ha rilasciato un’intervista in cui auguraJessica Jung With love J Fly il meglio per l’ex collega, non sentendosi in competizione con lei e tifando sempre per il successo delle altre ragazze.

A mio modesto parere, trovo migliore il debutto di Tiffany: I just wanna dance ha una sonorità più ricercata, che richiama gli anni ottanta tornati molto di moda nel kpop riconoscendo che se anche non siamo ai livelli del meraviglioso REBOOT delle Wonder Girls (I feel you è stata l’ossessione della mia scorsa estate) l’uso dei sintetizzatori e di uno stile abbastanza semplice, rendono la nostra Stephanie una star che non ha nulla da invidiare alle cantanti più conosciute nel panorama internazionale. Molti si aspettavano un debutto più truzzo, che strizzasse l’occhio a cantanti come Britney Spears, che ci avrebbe fatto ballare senza fermarci, invece è riuscita a essere stilosa anche musicalmente parlando – anche se boccio totalmente la magliettona rosa che ha nel video… lei è bellissima e sta bene con tutto, perché non valorizzarla di più!

Jessica… BOH! Ho trovato la sua canzone abbastanza moscia e anonima. Forse mi serviranno più ascolti per farmela piacere però per adesso è un Ni (così come anche l’album). Che io sia troppo Tiffany-biased?😄

Ho parlato troppo e vi lascio con il video IJWD! ^_^

LINO

Lacrime di spine

“Conosci la storia della Principessa Rosaspina? Lei non faceva altro che aspettare, protetta dalle spine.”

A volte ritornano… ed eccomi qua, con una nuova recensione di un volume unico pubblicato la settimana scorsa da Goen Edizioni. Sarei voluto ripartire con il botto parlandovi di una bellissima storia ma questo Lacrime di spine è proprio un fumettino insulso che non colpisce né per originalità né per uno stile carino e gradevole.

Ibara no namida è un manga shoujo ai/ yuri di Rikachi, autrice che non conosco e di cui non si trovano molte informazioni sul web – la sua opera più famosa dovrebbe essere Meiji Hiiro Kitan (“A scarlet romance of the Meiji Era), un josei storico-sentimentale pubblicato sulle pagine di Be Love di Kodansha, raccolto poi in quattordici volumi e che ha anche un sequel intitolato Meiji Melancholia.

Maki è una giovane studentessa universitaria che ha chiuso il suo cuore da molto tempo a causa di una vecchia delusione amorosa: quando era bambina aveva una grande ammirazione per la sua amica del cuore Hiromi ma con il passare del tempo le due ragazze si allontanano perché alle medie Juli, una nuova studentessa, si mette in mezzo portandosi via l’amata compagna d’infanzia. Nel frattempo conosce Lilia, una ragazza dai capelli corti neri che diventerà la sua migliore amica fino a quando, dopo l’ennesima delusione amorosa, si accorgerà che quest’ultima è sempre vissuta nell’ombra per il bene di Maki, tenendo nascosto il suo amore per lei. Lacrime di spine Rikachi Tears of thorn

La trama non è originale anche se cerca di usare la fiaba de La bella addormentata nel bosco come metafora di un cuore ferito che non vuole sbocciare. Sarebbe un bel parallelo peccato che viene sviluppato nel più noioso dei modi: Maki s’innamora, è delusa, poi si rinnamora e si riprende un altro bel due di picche… peggio di Candy Candy! La protagonista inoltre, nonostante sia lesbica, aspetta il Principe Azzurro che la risvegli dal suo lungo sonno… c’è qualcosa che non va… ma se ti piace la vaniglia, che c’entra il cioccolato?! Se lei sembra più stupida di una qualsiasi bionda cheerleader dei telefilm americani, la sua amica Lilia è ancora peggio ricordandomi il povero André che ama in silenzio Oscar. Pensieri buttati frettolosamente su carta peggio di alcuni scioggiominkia in circolazione, con nessun approfondimento psicologico, e il pretesto di un’omosessualità al femminile usata per dare un senso in più alla storia.

Un volume unico che aveva tutte le premesse per essere una lettura originale e particolare quindi lo boccio in pieno sia per la storia sia per lo stile dell’autrice (abbastanza noioso). Qualcosa nel mondo dei manga si sta muovendo per il fronte omosessuale femminile, lontano dalle fantasie perverse degli uomini eterosessuali, ma siamo lontani da opere come Girl Friends di Milk Morinaga (Magic Press) o Aoi Hana di Takako Shimura (Renbooks), o da slice of life come quelli dei volumi unici di Ebine YamajiLove my life, Indigo blue e Free soul.

Super delusione!

LINO

The Danish Girl

Quando c’è Eddie Redmayne nei paraggi, il film si preannuncia sempre come qualcosa d’interessante poiché lui per me è la nuova rivelazione del cinema internazionale. Dotato di una versatilità artistica che pochi hanno, l’attore londinese è riuscito a piacermi in tutti i ruoli che ha interpretato: dal Colin Clark impacciato che asseconda tutti i capricci di Marilyn Monroe (Michelle Williams) al famoso astrofisico Stephen Hawking – performance che gli ha fatto vincere il Premio Oscar per il migliore attore – senza dimenticare la sua precedente collaborazione con Hooper nei panni di Marius Pontmercy, il rivoluzionario sposo di Cosette.

The danish girl riporta sullo schermo il giovane Redmayne nei panni di Lili Elbe, una fra le prime persone a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale nonché una delle prime a essere riconosciuta come persona transessuale – all’anagrafe era registrato come Einar Wegener, sposato con Gerda Gottileb / Wegener. Il film diretto da Tom Hooper non è una sceneggiatura originale perché è un riadattamento del libro La danese di David Ebershoff, e vede una nuova collaborazione fra regista e attore dopo Les Misérables.

The danish girl Eddie Redmayne Lili ElbeLa vita di coppia di Einar e Gerda non ha mai avuto tanti problemi, sono marito e moglie e vivono nella Copenaghen degli anni venti. Entrambi sono degli artisti specializzati in pittura, Einar dipinge soprattutto paesaggi, invece Gerda è alla ricerca del suo stile personale che troverà grazie all’aiuto del marito che poserà vestito da donna sostituendo una modella. Grazie a questi nuovi dipinti la moglie ottiene il successo sperato e i suoi ritratti dell’alterego di Einar diventano così famosi tanto da essere esposti a Parigi, dove in seguitosi trasferiranno. Dotato di una sensibilità diversa dagli altri uomini, Einar capisce che c’è qualcosa dentro di lui che ha tenuto nascosto per molto tempo e inizia a indossare abiti femminili e ad assumere l’identità di Lili Elbe, che presenta a tutti come una sua cugina lontana.

“Io penso con la mente di Lili. Sogno i suoi sogni”.

Spaventati dalla situazione, la coppia si rivolge a vari specialisti nella speranza che questo squilibrio della personalità possa essere curato. Gli vengono diagnosticate la schizofrenia e altre malattie mentali ma grazie alla moglie abbandona gli ospedali e cerca di vivere una vita normale come Lili. L’incontro con un dottore di una clinica di Dresda cambierà il suo futuro perché gli darà l’opportunità di realizzare il sogno di diventare una donna a tutti gli effetti, sottoponendolo a una serie d’interventi che ai tempi sono ancora in via sperimentale.

“Questo non è il mio corpo. Devo lasciarlo andare.”

Se Lili è determinata a compiere il gesto finale per essere finalmente felice, la moglie inizialmente è contraria perché ha paura di perdere il marito, ma il loro amore supera le classiche barriere della sessualità e Gerda sosterrà Lili fino al suo ultimo respiro.

Il film di Tom Hooper è una fiaba dolceamara ambientata nel passato ma che rimane attuale perché è un inno ad avere il coraggio di essere se stessi, andando contro la morale e i costumi nei quali amiamo ingabbiarci per essere “normali” agli occhi di tutti. Se l’interpretazione di Eddie Redmayne è favolosa – anche quest’anno è candidato come Migliore Attore protagonista agli Oscars contro il favorito Leonardo Di Caprio di Revenant – devo spendere due parole su Alicia Vikander, l’attrice svedese che interpreta Gerda, la vera rivelazione di questo film. Il legame che lega i due protagonisti è un amore così grande che scavalca il concetto romantico del sentimento cavalleresco dell’happy ending: Gerda, in un certo senso, diventa il principe forte su cui l’anima martoriata di Lili continua ad appoggiarsi. La sua non è semplice devozione coniugale di una moglie ma un sentimento che se ne frega della borghesia e lascia spazio alla purezza dell’amore inteso anche come sacrificio. L’amore che Gerda prova per Einer è lo stesso di quel giorno in cui s’incontrarono per la prima volta all’Accademia d’arte di Copenaghen e nonostante subisca un tradimento vedendo la morte metafisica del marito, aiuta Lili a emergere perché capisce che sarebbe egoistico trattenerla, ribadendo che non l’abbandonerà mai perché ha promesso a Einar che si sarebbe presa cura di lei.The danish girl Alicia Vikander Gelda Werner

Presentato alla scorsa Mostra internazionale del Cinema di Venezia, in Italia è stato distribuito da Universal Pictures senza alcun tipo di censura (in America, quei finti moralisti, gli han dato il Rating R) ed è candidato a ben quattro Premi Oscar.

Io non aggiungo altro alla mia recensione… Andate al cinema!

LINO

Il DDL Cirinnà spiegato a tutti (capre comprese)

In questi giorni ho letto tante cavolate sul DDL CIRINNÀ inventate da alcuni personaggetti famosi come Mario Adinolfi, Alessandra Mussolini, Roberto Formigoni, Matteo Salvini e amichetti vari, che cercano di fare una propaganda sbagliata utilizzando argomenti che non rientrano nel disegno di legge.

Ho deciso di fare un post molto semplice, comprensibile a TUTTI, per spiegare questo contestatissimo DDL anche alle capre che fanno finta di non capire. Il Decreto Legislativo della Senatrice Monica Cirinnà si basa due concetti principali:

  1. Unione Civile
  2. Stepchild Adoption

Due persone maggiorenni (per lo Stato Italiano devono aver compiuto il diciottesimo anno di età) consenzienti possono costituire un’unione civile, ovvero un rapporto di convivenza legato da vincoli affettivi ed economici, indipendentemente dal sesso biologico dei membri della coppia. Non ha la stessa valenza di un matrimonio ma la coppia acquisisce dei diritti e dei doveri nei confronti del proprio partner, come la mutua assistenza o diritti naturali di eredità in quanto coniuge, costruendo una famiglia a tutti gli effetti. È giusto parlare di unione perché è un legame di affetto reciproco fra due persone, ma il termine matrimonio non c’entra nulla con questo tipo di rapporto perché è una parola specifica che indica l’istituto giuridico (o il sacramento) con cui si legalizza l’unione fra un uomo e una donna che diventano rispettivamente marito e moglie. Basta conoscere la lingua italiana per capire che nel Testo Cirinnà si parla SOLO di unioni civili e NON di matrimonio gay. Semplice, no?

Il secondo punto è quello che fa incavolare tutti quegli ipocriti sostenitori della famiglia tradizionale e di eventi stupidi come il Family Day, ovvero la stepchild adoption che, tradotto letteralmente dall’inglese, significa “adozione del figliastro”. È semplicemente la possibilità per la persona convivente di poter adottare il figlio biologico del proprio partner. Non si parla di adozioni in orfanotrofio da parte di coppie omosessuali o di pratiche che sono vietate dal nostro ordinamento, ma è un’ulteriore tutela per il cittadino minorenne: qualora il genitore biologico venisse a mancare improvvisamente, il/la compagno/a diventa il suo tutore legale. NON vengono menzionati l’utero in affitto, i donatori di sperma anonimi, la procreazione assistita, la maternità surrogata o altro. Che piaccia o no è già famiglia

Perché essere contrari a un disegno di legge semplice, innocuo e quasi ovvio per una società civile e moderna come la nostra? Non c’è nessun pericolo: i rapporti eterosessuali continueranno a esistere, così come le famiglie tradizionali – quei bei nuclei in cui regna l’amore e tutti i suoi componenti si mettono a far colazione cantando a tavola, magari dentro a un mulino con le galline che girano per la cucina. Nessuno ha il diritto di creare famiglie di serie A e famiglie di serie B perché una famiglia è semplicemente un gruppo di persone legate fra loro da un rapporto di convivenza, di parentela e di affinità, che costituisce l’elemento fondamentale di ogni società, definizione in cui non è specificato nessun sesso in particolare.

Se Lilo spiega all’extraterrestre Stich cosa vuol famiglia – “Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato” – concludo prendendo spunto da questa citazione esprimendo il mio totale sostegno al DDL CIRINNÀ perché la famiglia è prima di tutto il luogo dell’amore, il posto in cui ti senti al sicuro, il legame che ti fa sentire parte di qualcosa più grande di te.
LINO

Il cane che guarda le stelle

Rieccomi! Non sono morto, ero soltanto in quel periodo dell’anno in cui vengo risucchiato dal “nulla” e questo senso di vuoto s’impossessa di tutti gli aspetti della mia vita, compreso il mio triste blog (sempre più abbandonato a se stesso). Spero di non essere in ritardo per consigliarvi una lettura da regalare (o regalarvi) con la dolce storia del piccolo Happy e del suo sfortunato padrone: Natale si avvicina e abbiamo bisogno di tanti buoni sentimenti ma soprattutto di emozionarci.

Il cane che guarda le stelle è un manga seinen che s’inserisce perfettamente nel filone dello slice of life, focalizzandosi sul rapporto fra un uomo e il suo cane (come in Allevare un cane di Jiro Taniguchi) e puntando dritto alle emozioni con un finale strappalacrime (io sono annegato fra le mie😄 ). La cosa principale che distingue i due fumetti è che Takashi Murakami ha dato voce ai pensieri del cane come se fosse un vero e proprio bambino, creando sia dei siparietti comici sia dei momenti di riflessione.

“I cani ci amano in modo sincero, da farci quasi sentire in colpa…”

Hoshi Mamoru Inu comincia presentandoci un’auto abbandonata in un sentiero ritrovata dalla polizia e l’identificazione di due cadaveri di un uomo e di un cane, perché l’autore comincia a raccontare proprio dal triste finale: la bellissima amicizia fra i due protagonisti ci viene narrata attraverso un lunghissimo flashback cominciando proprio dal ritrovamento di Happy, abbandonato in uno scatolone e portato a casa dalla piccola Miku, la figlia del protagonista umano della storia. Gli anni passano e purtroppo le cose non vanno bene per il padrone di Happy e, dopo aver perso il lavoro, la moglie chiede il divorzio e la figlia, un adolescente ribelle, pensa solo a divertirsi disinteressandosi della famiglia e del cagnoIl cane che guarda le stelle Takashi Murakamilino. Dopo aver venduto la casa, Happy e il suo padrone partono per un viaggio on the road verso il sud del Giappone, dove vogliono ricominciare una nuova vita, magari vicino al mare, in una casetta di campagna. Purtroppo i soldi rimasti sono pochi e l’uomo, da tempo ammalato di cuore, non riesce più ad andare avanti in quest’avventura e, in una gelida sera d’inverno, si addormenta per sempre. Happy non capisce cosa sia successo al suo padrone e continua la vita di tutti i giorni sperando che il suo “papà” si svegli. Il tempo passa e pure il cane inizia a sentirsi stanco e, rientrando nell’auto abbandonata, si accascia ai piedi dell’uomo e cade anche lui nel lungo sonno… è inutile, anche a riassumere la storia, mi emoziono!😥

Nel volume è presente anche un’altra storia parallela alla vicenda principale in cui Kyosuke Okutsu, un assistente sociale, si ritrova a lavorare sul caso dell’auto abbandonata in un campo e a cercare l’identità di quest’uomo e del suo piccolo amico. Okutsu ricorderà tutta la sua infanzia passata insieme ai nonni e al cane che amava stare fuori a guardare le stelle, sentendosi in colpa per non essere stato un bravo padrone.

La storia raccontata in questo fumetto è di una semplicità quasi disarmante: il modo sincero con cui Happy ama il padrone penso che sia simile a quello che i nostri animali domestici provino nei nostri confronti, che ci aspettano sempre e soffrono quando non ci siamo, che sono subito pronti a riappacificarsi anche se li hai sgridati pesantemente, che ci amano in un modo così naturale, così disinteressato, così bello che difficilmente un altro essere umano potrebbe fare. È un libro che ti porta a riflettere sul tuo personale rapporto con l’animaletto che hai in casa, per cui ti chiedi se anche lui pensa le stesse cose di Happy e se anche lui prova quelle emozioni, soprattutto se ti stai comportando nel migliore dei modi ricambiando nella maniera giusta il loro affetto.

Serializzato fra le pagine del magazine Weekly Manga Action di Futabasha Publishing, in Giappone il manga ha avuto così tanto successo (più di quattrocentomila copie vendute) che ha pure goduto anche di una trasposizione cinematografica nel 2011 diretta da Tokiyuki Takomoto. L’edizione italiana è a cura di JPop Manga che ha presentato l’opera sia con la copertina originale sia con una variant cover disegnata da Elisa Macellari disponibile in tutte le librerie Mondadori.

Consigliato? Penso che non ci sia bisogno che vi dia una risposta affermativa perché si capisce perfettamente che mi è piaciuto molto! Forse mi sono immedesimato troppo nella storia che ho voluto scrivere la recensione velocemente per non rattristarmi nuovamente nel ricordare la trama (io senza il mio Happy/Chicco morirei). È un ottimo regalo di Natale per chi apprezza i fumetti semplici ma di grande emozione, ma soprattutto è consigliato a chi ama gli animali e possiede un amico pelosino nella propria famiglia.

LINO

Venivamo tutte per mare

“In segreto nutrivamo la speranza che qualcuno ci liberasse. […] A volte, la notte, mentre ci preparavamo per andare a letto, d’un tratto scoppiavamo in lacrime…”

The Buddha in the Attic è un romanzo di Julie Otsuka che racconta una triste pagina di storia inerente alle donne giapponesi che emigravano in America, le cosiddette Spose in fotografia: giovani ragazze, quasi tutte minorenni, che venivano spedite nel “nuovo mondo” per conoscere il futuro marito. L’autrice, per la stesura del suo romanzo, ha usato tante fonti storiche – soprattutto biografie di donne che arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del novecento – e ha scelto di raccontare la storia senza una protagonista ma creando una voce narrante corale con la quale rappresentare tantissimi tipi di donne che trovarono fortuna o solo una vita di lavoro e sacrifici.

Il libro comincia con il racconto del lungo viaggio fatto in nave dalle donne, di un’età compresa fra i dodici (“…veniva dalla sponda orientale del lago Biwa, e non aveva ancora cominciato a sanguinare”) e i trentasette anni, che furono date in sposa a dei perfetti sconosciuti spesso per gli interessi economici della famiglia. Prima della partenza, le madri insegnarono alle loro figlie a “essere una perfetta moglie giapponese”: cucinavano, cucivano, servivano il tè, disponevano i fiori nel modo giusto, sVenivamo tutte per mare di Julie Otsukatrappavano le erbacce nel giardino, spaccavano la legna, camminavano con gli alluci all’interno ma soprattutto impararono che “una ragazza deve mimetizzarsi dentro la stanza, deve essere presente senza rivelare la propria esistenza”.

Il viaggio rappresentava la fuga da un futuro destinato al lavoro nei campi o, nel peggiore dei casi, dalla possibilità di essere venduta dal proprio padre a una casa di geishe per una discreta somma di denaro. Tante false aspettative erano custodite nei cuori di queste ragazzine, credendo che sarebbero finite a vivere in enormi case con la servitù e il lusso più sfrenato. Quest’atteggiamento sognatore delle giapponesi era alimentato anche dalle lettere (false) che i loro uomini scrivevano in cui raccontavano di possedere grandio abitazioni con bellissimi giardini in cui piantare tulipani oppure di essere diventati proprietari di aziende importanti e di poterle mantenere senza problemi. Arrivate a destinazione, la situazione cambiò e le varie donne si salutarono per andare incontro alla nuova vita: capirono che le lettere erano solo bugie, che gli uomini non erano belli come nelle fotografie e che alla fine i loro futuri mariti non erano altro che dei semplici immigrati che facevano lavori umili nelle case dei bianchi – dove anche loro saranno costrette a piegare la schiena. La prima notte sarà l’esperienza che più le traumatizzerà perché le madri non spiegarono “cosa” il loro marito avrebbe voluto: o in modo gentile o con la violenza, il coniuge dovette costatare l’effettiva verginità delle compagne.

I lavoratori giapponesi divennero una presenza costante nelle case e nei campi dei bianchi perché erano seri, precisi, discreti e potevano “vivere con un cucchiaino di riso al giorno”. Nel primo trentennio del novecento, l’integrazione fra gli adulti riuscì  parzialmente in uno strano rapporto fra servo e padrone, invece i bambini di origine giapponese andarono a scuola insieme ai bianchi senza problemi, sentendosi americani a tutti gli effetti. È proprio per questo loro senso di appartenenza alla propria comunità che rifiutarono le loro tradizioni con piccoli gesti quotidiani come i vestiti all’occidentale o cambiando i loro nomi da SumireShizukoEtsuko a VioletSugarEsther. Purtroppo gli orrori del Secondo Conflitto Mondiale arrivarono alle orecchie degli americani e i giapponesi vennero costretti a lasciare le loro abitazioni perché considerati come dei traditori.

Nel racconto della Otsuka viene raccontata la difficoltà di conoscere una cultura totalmente diversa da quella di origine e di apprendere una lingua che non si conosce, si respira un’iniziale nostalgia di casa che verrà rimpiazzata dalla creazione di una propria famiglia (in cui esperienze femminili come il parto o la maternità saranno vissute in solitudine, senza l’aiuto di una madre vicina) e si può comprendere tutta l’illusione dei sogni fatti sulla nave. Inoltre l’attacco a Pearl Harbour porterà i giapponesi ad aver paura per la propria vita perché il clima di razzismo che viene a crearsi, viene supportato dal Presidente Roosevelt che considera tutti i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.

L’edizione italiana di Venivamo tutte per mare è a cura di Bollati Boringhieri editore che ha pubblicato anche il sequel Quando l’imperatore era un dio (When the Emperor was divine).

Consigliato e promosso a pieni voti! ^_^

LINO

La ragazza dai sette nomi: la mia fuga dalla Corea del Nord

“Lasciare la Corea del Nord non è come lasciare un qualsiasi altro paese. È come lasciare un altro universo. Per quanto possa spingermi lontano, non sarò mai del tutto libera dalla sua forza di gravità.”

Testimonianze come quella di Hyeonseo Lee sono preziose perché ti consentono di aprire gli occhi su realtà molto diverse dalle nostre tanto da pensare che non esistano nel nuovo millennio. The girl with seven names è il racconto della fuga di una giovane ragazza dalla Corea del Nord, paese in cui vige tuttora la dittatura, nazione in cui il popolo è abbandonato nella propria ignoranza, usata come strumento di controllo da parte del regime.

L’autrice ricorda molto Malala Yousafzai sia per coraggio sia per voglia di raccontare la verità, un’altra eroina dei nostri tempi che si è battuta contro una società maschilista che non le permetteva nemmeno di studiare solo perché era di sesso femminile. Proprio come nell’autobiografia Io sono Malala, La ragazza dai sette nomi racconta la storia della famiglia della disertrice nordcoreana, iniziando dall’incontro dei suoi genitori fino alla sua fuga per Seul, passando dalla Cina. Nella stesura del libro, Hyeonseo è stata aiutata dallo scrittore americano David John e il nome che utilizza non è il vero: se avesse usato quello reale della nascita, avrebbe potuto causare la tortura e/o la morte di famigliari rimasti in patria. Raggiunta la libertà, decide di tagliare con la vecchia se stessa e opta per il nome odierno formato da Hyeon (“luce del sole”) e Seo (“buona sorte”) proprio per

“…poter vivere la mia vita nella luce e nel calore, e per non dover mai più nascondermi nell’ombra.”

Dall’infanzia ai diciassette anni, la vita di Hyeonseo era come quella di tutti i suoi coetanei che crescevano nel mito di abitare nella nazione più forte del mondo, cercando di essere dei bravi comunisti. Vissuta inizialmente a Hyesan, città di confine con la Cina, fu costretta a trasferirsi in varie città della Corea del nord a causa del lavoro del padre nell’esercito.  In tutte le scuole che frequentò,  l’indottrinamento ideologico si basava su una “storia riscritta”, finalizzata al culto della famiglia Kim con racconti e leggende riguardanti i due leader e a una politica del terrore in cui i nemici soprattuto erano la Corea del Sud e gli americani. A Hyeonseo veniva detto che dall’altra parte del paLa ragazza dai sette nomi Hyeonseo Lee Mondadoriese le persone morivano per strada perché erano poverissimi, che i bambini erano costretti a rovistare nella spazzatura e che gli yankee americani si divertivano a picchiare la gente.

Crescendo, tutta la propaganda del Regime cominciò a starle stretta e, avendo ereditato il carattere ribelle della madre, iniziò a dubitare del suo paese perché inizia a conoscere anche il lato oscuro della società: le esecuzioni di massa in piazza a cui erano obbligati ad assistere, le denunce dei “bravi cittadini”, le impiccagioni dimostrative con i corpi lasciati appesi per settimane per le strade, il bowibu (la polizia segreta) e il banjang (il capo quartiere). Tutti conoscevano questo sistema di terrore ma allo stesso tempo ogni singola persona faceva finta di non sapere nulla fin quando non veniva toccata la propria famiglia proprio come successe a  Hyeonseo. Il  padre fu accusato di corruzione e abuso di potere e morì in ospedale dopo aver subito terribili torture.

La vita di Hyeonseo cambiò per sempre quando una fredda sera di dicembre, poco prima di compiere diciotto anni, decise di attraversare il fiume Yalu che separa Hyesan dalla proibita Cina, cercando di sfruttare il fatto che non essendo ancora maggiorenne, non avrebbe avuto pene severe come quelle riservate agli adulti (in questo caso la pena di morte) se l’avessero scoprita. Purtroppo qualcosa andò storto e sua madre la obbligò a non tornare indietro. D’ora in poi comincia la nuova vita di Hyeonseo in cui per più di dieci anni dovrà cavarsela da sola, in un paese sconosciuto, con la costante paura di essere rimpatriata e consegnata direttamente alla polizia di Pyongyang. La ragazza vivrà da clandestina cambiando nome e identità per ben sette volte (eccovi spiegato il “sette nomi” del titolo) fingendosi sino-coreana e lavorando grazie a documenti falsi. Riuscirà a ottenere la cittadinanza sudcoreana assicurandosi la salvezza? E la madre e il fratello che fine avranno fatto? Saranno stati puniti a causa della sua fuga?

Il racconto autobiografico dell’autrice è semplice e ti tiene incollato alle pagine perché vuoi sapere se ce la farà e se riuscirà a ricongiungersi ai famigliari rimasti a Hyesan. La vita di questa ragazza coraggiosa si scontra con la realtà, perché se cresci in una nazione fuori dal mondo in cui l’unica cosa che devi fare è adorare la Famiglia Kim, l’impatto con la normalità può essere traumatico. Hyeonseo conoscerà la cattiveria delle persone come chi denuncia alla polizia i fuggiaschi nordcoreani o cerca di estorcere denaro, vivrà sempre sotto copertura (e scapperà per non essere condannata a una morte certa), dovrà sempre convivere con l’ansia dell’essere sola al mondo e di non ricevere mai un abbraccio, una parola di conforto o una carezza prima di andare a dormire.

Un libro stupendo che trasmette speranza e che, come nel caso di Malala, consiglierei di far leggere nelle scuole alle nuove generazioni perché se è giusto studiare Dante Alighieri o la Grecia classica, è opportuno anche far conoscere la storia contemporanea, che aiuta a far riflettere la realtà che viviamo.

L’edizione italiana è a cura di Mondadori, abbellita da cartine geografiche in cui vengono mostrati la Corea in generale e i vari “percorsi per la libertà” fatti dai disertori nordcoreani, e un inserto fotografico personale dell’autrice.

Consigliato e promosso a pieni voti.

LINO

Ali d’argento

Come sostengo sempre, MAI fidarsi delle recensioni e dei commenti degli altri perché il proprio gusto personale può differire da quello della maggioranza, cosa che purtroppo mi accade spesso. Anche se mi parlano bene o male di un libro/ film/ fumetto, preferisco sempre lasciarmi guidare dall’istinto e di dedicarmi a una determinata opera. Tutta questa introduzione per affermare che, al contrario di tutti i commenti entusiastici letti, Ali d’argento di Ayumi Tachihara è stata una mezza delusione.

Serializzato su Shonen Champion di Akita Publishing, il volume unico di Tsubasa racconta una triste pagina di storia contemporanea dei kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Personalmente son sempre rimasto affascinato dalle storie di questo periodo storico, non perché come Miss Italia 2015 avrei voluto vivere a quei tempi (io ho studiato storia e castronerie simili non mi sognerei nemmeno a dirle per sbaglio) ma perché ritengo che quel periodo storico non si debba dimenticare facilmente per evitare errori già commessi in passato.

Daisuke Shibusawa è un caporale dell’esercito che decide di far parte di una Squadra di attacco speciale, ovvero di sacrificare la propria vita per la salvezza del Paese. Nonostante la guerra fosse agli sgoccioli (e il Giappone sapeva di averla persa), nel 1945 nacquero tante Squadre Speciali composte da uomini dell’esercito che programmavano attacchi contro le navi americane, schiantandosi con tutto il loro carico di bombe. In occidente vengono erroneamente chiamati Kamikaze ma il termine giusto è TAli d'argento Ayumi Tachihara Planet Mangaokko (contrazione del termine giapponese Tokubetsu Kohgeki Tai): un atto considerato nobile, seguito addirittura da festeggiamenti, considerato come un grande orgoglio per la famiglia che destinava il proprio figlio alla morte gloriosa. Il caporale Daisuke la prima volta scampa a questa morte per un problema al proprio aereo ma al secondo tentativo riesce nell’attacco, morendo convinto di aver salvato la madre e tutto il popolo giapponese – non ho anticipato nulla, fin dalla prima pagina si capisce che è il racconto degli ultimi giorni tormentati del protagonista.

Se da una parte viene presentata una filosofia di vita molto diversa dalla nostra, come il suicidio visto come atto di sacrificio per il bene altrui, dall’altra ho trovato l’opera molto povera di contenuti. Sette capitoli abbastanza vuoti, dove si poteva approfondire maggiormente le convinzioni che portarono questi uomini a morire per la patria oppure l’autrice poteva spiegare meglio il tormento, le paure e l’orgoglio di Daisuke. Per tutto l’arco narrativo viene presentato un personaggio abbastanza scialbo, che accenna a un rapporto con la madre rimasta già vedova (sarebbe stato interessante leggere del giorno prima della partenza per la missione), che accetta passivamente questo incarico e non fa altro che ripetere “Madre, l’ho fatto per voi” o “Madre, l’ho fatto per proteggervi” o altre frasi di autoconvincimento.

Consigliato? Non saprei perché molti l’hanno apprezzato proprio per questa sua “semplicità”. Tralasciando lo stile acerbo e scialbo della Tachihara, la postfazione di Gianluca Bevere e Keiko Sakisaka vale quasi più di tutto il manga, in cui sono spiegate il periodo storico e le valenze simboliche connesse a esso. Un vero peccato perché l’argomento è molto interessante, lontano dalle logiche occidentali dove la morte, per non parlare del suicidio, viene visto come tabù, qualcosa che non si vuole mai affrontare ma che purtroppo rimane l’unica certezza nella vita di una persona poiché tutti prima o poi scrivono la parola “fine” al proprio libro. Sarebbe stato interessante conoscere anche il tipo di propaganda che l’Impero fece per invogliare al sacrificio, il terrore psicologico innescato nella povera gente (per esempio i suicidi di massa per non diventare oggetto di violenza) e il perché, nonostante si sapesse che la guerra fosse persa, si continuava questo folle gesto di martirio. Forse l’unico merito che gli riconosco è quello di avermi incuriosito molto su questi argomenti e sulle “squadre speciali”, che approfondirò meglio con qualche libro (se ne avete da consigliarmi, scrivetemelo pure nei commenti).

LINO