Le figlie perdute della Cina

Ci sono libri che si leggono e si rimane soddisfatti per una storia piacevole o per un argomento d’interesse ben sviluppato, limitandosi a un soddisfacimento solo oggettivo di lettura, poi ci sono libri come quello di Xinran Xue che ti colpiscono semplicemente raccontando la realtà di un determinato fenomeno socio-culturale del proprio paese d’origine.

L’autrice de Le figlie perdute della Cina è una giornalista e scrittrice famosa per il programma radiofonico Parole nel vento della sera (“Words on the night breeze”), andato in onda dal 1989 al 1997, in cui raccontava le storie di donne che non avevano voce nella vita di tutti i giorni e prendevano coraggio per esprimersi su temi diversi come la vita matrimoniale o la maternità in una società che le relegava sempre a un ruolo casalingo, e diede vita al suo best-seller mondiale The good women of China (pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer Editore con il titolo di La metà dimenticata), che anticipa questo libro. Le storie raccontate, sono le esperienze piene di dolore, confessate all’autrice, di donne che si sono trovate nella situazione di dover “sistemare” la figlia femmina, spiegando così anche la grande presenza di orfani cinesi adottati da famiglie straniere, di cui la maggior parte sono di sesso femminile.

“Hai mai sistemato una bambina?”

La prima volta che fanno questa domanda a Xinran, rimane perplessa perché non capisce cosa voglia dire ma dietro a questa frase si nasconde una terribile realtà di molte zone del paese: nel mLe figlie perdute della Cina Xinran Xue Longanesi Editoreigliore dei casi una figlia viene abbandonata vicino a un orfanotrofi o a luoghi dove si spera che qualcuno possa prendersi cura di lei, se no viene eliminata fisicamente appena nata. “Sistemare una bambina” era una pratica diffusa perché il primo dovere di una brava moglie è dare alla luce un erede, che sarebbe stato in grado di continuare la discendenza di famiglia. Preferire il figlio maschio, oltre a convinzioni culturali, ha antiche radici storiche che risalgono al sistema di distribuzione della terra, con cui una donna riceveva meno suolo arabile rispetto a un uomo, ma la giornalista si focalizza sulla politica del figlio unico del 1979 per spiegare questo problema sociale. Nata per limitare l’incremento demografico del paese, produsse grossi effetti negativi su tantissime famiglie perché avere un figlio in più, indipendentemente dal sesso di nascita, significava perdere il lavoro, non avere una casa e dover rinunciare a tutti gli aiuti previsti dalle politiche statali (istruzione, sanità, razioni alimentari e altro). Inoltre la poca educazione sessuale provocò una nuova generazione di giovani che erano sessualmente più liberi dei loro genitori ma ancora incastrati nei valori tradizionali della società, quindi gli abbandoni aumentarono a causa di gravidanze indesiderate nate da relazioni non “autorizzate” (senza dimenticare il business dell’aborto). Fortunatamente le cose cambiano e la Cina, grazie anche al boom economico che guarda sempre più all’Occidente e la voglia di diventare una delle principali potenze mondiali, nel 2001 ha promulgato una legge in cui è vietato qualsiasi atto di discriminazione e maltrattamento nei confronti delle donne che partoriscono figli di sesso femminile o che non sono fertili, e che è illegale discriminare, maltrattare e abbandonare le neonate.

“Ogni donna che ha partorito ha provato dolore, e le madri delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore.”

Le dieci storie raccontate in Message from an Unknown Chinese Mother sono di forte impatto emotivo, e spesso mi hanno colpito per la crudezza delle immagini descritte ma una storia mi ha colpito più di tutte, raccontata nel quinto capitolo (“I guerriglieri delle nascite clandestine: un padre in fuga”): durante un viaggio in treno, l’autrice conosce un uomo di mezz’età che viaggia insieme a una bambina di un anno e mezzo seduta sulle sue gambe. Xinran è intenerita dalla premura di quest’uomo nei confronti della figlia che lo abbraccia, ma poche ore dopo vede la bambina sulla banchina della stazione con un panino in mano, mentre il treno riparte e lei rimane sola. Inorridita, perché capisce cos è appena successo, si mette alla ricerca dell’uomo in treno e lo trova accanto a una donna in avanzato stato di gravidanza. Scopre che erano una coppia in fuga dai funzionari che controllavano le nascite, che attraversavano il paese da più di sette anni per non essere scoperti perché avevano già avuto altre tre figlie femmine che avevano già abbandonato in altre città. Mi si è stretto il cuore. L’immagine di questa bambina che prima gioca con il padre e subito dopo vede il treno allontanarsi non capendo il perché (“fortunatamente” grazie alla sua giovane età) mi ha fatto diventare così piccolo piccolo… senza pensare il dolore di una donna che è stata costretta a privarsi della gioia di essere madre per ben quattro volte.

Le figlie perdute della Cina non può lasciare indifferenti e s’inserisce a pieno nel genere dell’inchiesta giornalistica che si occupa dei diritti delle donne e in particolare dei minori, realtà che ci sembrano così lontane da noi, dove essere donna è ancora pericoloso (basta ricordare la storia di Malala Yousafzai) e la tua vita vale meno di quella di un uomo.

L’edizione italiana è di Longanesi Editore e comprende anche degli approfondimenti interessanti come le lettere sia delle madri che aspettano il ritorno della figlia abbandonata sia di quelle che hanno adottato, le leggi sulle adozioni e un’appendice dedicato anche al triste fenomeno del suicidio fra le donne.

CONSIGLIATO.

LINO

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Chiamami col tuo nome

Ammetto di essere andato a vedere il nuovo film di Luca Guadagnino con tanti preconcetti riguardo all’ottima reputazione fra i cineasti intellettuali con cui non ho un ottimo rapporto, pensando di trovarmi davanti all’ennesimo film d’autore che spesso non capisco perché non ho l’occhio da cineasta consumato. Chiamami col tuo nome è stata una bellissima sorpresa, un racconto di formazione in cui un adolescente è alla ricerca del proprio “Io” attraverso le pulsioni ed esperienze che molti di noi giovani (ed ex adolescenti) abbiamo già provato.

Tratto dal romanzo omonimo di André Aciman, pubblicato in Italia da Guanda Editore, il film racconta un’estate in cui la routine giornaliera del giovane Elio (Timothée Chalamet) viene interrotta dall’arrivo dell’affascinante Oliver (Armie Hammer), studente americano ospite nella villa di famiglia in cui il diciassettenne è solito passare le vacanze. Il rappoChiamami col tuo nome Call me by your namerto fra i due inizialmente non è dei migliori poiché Elio prova un po’ di gelosia verso il nuovo arrivato: Oliver è bello e ammirato da tutte le ragazze del paese, è dotato di una grande conoscenza culturale e si mostra sempre come una persona disinvolta e senza tanti pudori. Abituato a un ambiente culturalmente stimolante, grazie anche ai genitori che l’hanno cresciuto fra musica classica e letture in lingua originale, Elio entra in una specie di competizione che da luogo a grandi discussioni intellettuali a cui l’americano cerca di tener testa, ma l’adolescenza è anche un periodo critico di cambiamento e di domande, in cui si abbandona l’infanzia e si prende consapevolezza di una maturità che passa attraverso la sessualità , in cui le pulsioni e i desideri vengono incanalati verso un preciso canale di piacere.

Il modo in cui si avvicinano i due ragazzi è molto poetico perché, nonostante pensano che stiano vivendo qualcosa di sbagliato per la società  del tempo (il film è ambientato nel 1983), non riescono a sopprimere la naturalezza delle proprie emozioni, rappresentate dal regista in mani che si sfiorano, dita che ricalcano il contorno delle labbra e baci rubati su un prato lontano da occhi indiscreti. Se Elio vorrebbe vivere quest’amore in modo affamato e frettoloso tipico della sua giovane età, l’altro prende le distanze cercando di non portarlo in un universo che fa paura ancora anche a lui. Come per la maggior parte dei sentimenti, ci sono cose che non puoi reprimere perché sono semplicemente l’espressione di noi stessi, ed è per questo che si riavvicinano e danno sfogo alla passione. Nulla di morboso o sessualmente esplicito, nessuna scena gratuita offerta alla fantasia dello spettatore, ma il regista entra in punta di piedi nella stanza da letto dei due amanti, quasi a non volerli disturbare, ed è proprio questa delicatezza che mi è piaciuta, senza fronzoli o elementi grotteschi.

Luca Guadagnino racconta una storia d’amore con una regia che potrebbe sembrare abbastanza povera (effettivamente il cachet usato non era alto), con una narrazione lenta e contemplativa fatta d’immagini e silenzi che spesso sono un’espressione del bello intorno a noi, quasi una grande dichiarazione d’amore che lui stesso fa alla cultura, all’arte e alla bellezza dell’Italia. Un estetismo che ha un sapore decadente, di un essere bohémien lontano dai giorni nostri, dove si discute leggendo opere di Eraclito o preferendo la musica di Bach a quella della disco-music suonata nel bar del paese. Il tutto può sembrare anacronistico ma vengono anche affrontati temi attuali come l’omofobia, sia della società  sia individuale, proprio quella che Oliver si ritrova a provare decidendo per un matrimonio di circostanza. La paura di amare e di essere amati da uno biologicamente uguale a se stessi vince sulla felicità personale, e si preferisce dare agli altri ciò che sembrerebbe giusto.Thimothée Chalamet Armie Hammer Call me by your name

In alcuni aspetti, la regia di Guadagnino rende omaggio a Bernardo Bertolucci, famoso regista italiano di Ultimo tango a Parigi, e mi ha ricordato in particolare due film che ho visto varie volte nel corso degli anni: non è difficile riconoscere l’ambientazione contadina di Io ballo da sola, dove la giovane Liv Tyler viene mandata a trascorrere le vacanze estive nella campagna toscana, in un caseggiato popolato da artisti ed esteti (come i genitori di Elio), scoprendo il suo essere donna attraverso il primo rapporto sessuale; inoltre non posso non citare i tre giovani di The Dreamers nella Parigi rivoluzionaria del ’68, che per tutto il film si divertono omaggiando continuamente sia la cinematografia sia la letteratura.

La mia semplice recensione non rende giustizia a questo piccolo gioiello che può essere già definito come un classico dell’amore gay sul grande schermo, ma le emozioni che mi ha trasmesso non riesco a esprimerle tutte a parole perché l’amore non viene sminuito ed è rappresentato come la cosa più naturale del mondo! Non capisco come alcuni riescano già a criticare il rapporto fra Elio e Oliver come qualcosa di perverso per via della giovane età di uno dei due protagonisti, ma siamo in Italia e il finto moralismo che pervade la nostra società deve manifestarsi nella malizia degli occhi di persone che hanno la solita omofobia interiorizzata.

“Stai male e ora vorresti non provare nulla, forse non hai mai voluto provare nulla, ma ciò che ora provi io lo invidio. Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a trent’anni siamo già prosciugati e ogni volta che ricominciamo una nuova storia con qualcuno diamo sempre di meno, ma renderti insensibile così da non provare nulla è uno sbaglio!”

Candidato a quattro Premi Oscar, fra cui miglior film e migliore attore protagonista (Thimothée Chalamet è stato bravissimo!), in Italia è stato distribuito nelle sale italiane da Warner Bros e vi consiglio di andare a vederlo! Ovviamente se non vi danno fastidio storie d’amore omosessuali, ma se leggete il mio blog non penso che siate un pubblico mentalmente chiuso.

CONSIGLIATO! ^^

LINO

I giocattoli non hanno identità

Mentre sistemo gli scaffali del negozio di giocattoli in cui lavoro, spesso mi fermo a osservare l’ampia scelta di prodotti che vengono proposti ai bambini di oggi ed è bello vedere la gioia che ancora procura l’avere un oggetto che, nonostante non abbia un grande valore economico, continua ad essere qualcosa d’importante a livello affettivo. La cosa che sto apprezzando molto è vedere abbattere una particolare barriera mentale da molti genitori, che mi ha perseguitato per tutta la mia infanzia: l’identità sessuale del giocattolo.

Da bambino, e si parla degli anni novanta, c’era già una vasta gamma di giocattoli ma erano ancora fortemente divisi per genere: il maschio giocava con le macchinine, le armi e il pallone da calcio, invece la femmina con le Barbie, gli accessori da cucina e i cosmetici finti. Barbie Centro soccorso animali MattelSe uscivi da uno di questi canoni eri, nel migliore delle ipotesi, considerato “strano”. La situazione sembrerebbe migliorata anche se inorridisco quando vedo alcune linee di giocattoli, soprattutto dedicate alle bambine, che nei nomi delle loro collezioni o negli slogan stampati sulla confezione, le incitano a essere delle brave signorine! Nel 2017 pensate ancora che le bambine sognino di essere le regine della casa che aspettano il principe azzurro? Purtroppo i giocattoli son sempre stati usati come un modo per trasmettere i canoni della buona società , imposti dal finto perbenismo badi una maschilizzazione dei ruoli ma… fortunatamente le cose cambiano.

Ho incontrato alcuni clienti che mi hanno fatto riflettere e sperare in un miglioramento (ovviamente la strada è ancora lunga), per esempio una madre entrò in negozio per cercare delle Barbie per suo figlio, collezionista affezionato della bambola più famosa del mondo, che con un sorriso d’imbarazzo mi confidò che erano per il maschio di casa. Inizialmente rimasi perplesso, soprattutto quando mi disse che ha provato a far giocare il bambino con altri “giochi da maschio” ma senza successo ma dopo decise di seguire le passioni del figlio, assecondandolo nell’acquisto di Barbie. Ho cercato di tranquillizzarla, di dirle che è normale che i bambini siano incuriositi da tutto quello che vedono, ma la madre mi disse che in realtà  non le importava nulla e se suo figlio voleva le barbie, lei avrebbe continuato a comprargliele, fregandosene dei giudizi della gente (e dei parenti) perché ciò che contava era la felicità del bambino. Ho amato la fierezza di questa madre che, inconsciamente, insegnava già al figlio che la libertà di essere sé stessi non si baratta con nessuna convenzione sociale.

Purtroppo io non fui così fortunato e non ebbi la possibilità di avere una Barbie tutta mia, quell’oggetto del desiderio che vedevo nelle case delle mie compagne di scuola, che tenevo fra le mani non appena ne avevo l’occasione perché sapevo che mi ero concesso per poco tempo e lontano dagli sguardi maliziosi degli adulti. Mi era proibita semplicemente perché ero maschio, perché i “maschietti normali” giocano con la pista delle macchine, perché l’idea adulta m’imponeva già all’età di sei anni di essere uomo anche nella scelta dei miei giocattoli.Paw Patrol La squadra dei cuccioli Zuma Skye Rubble Marshall Rocky Chase Solo l’atto del guardare lo scaffale delle Barbie al negozio mi faceva sentire a disagio perché credevo di fare una cosa sbagliata e ho avuto spesso un grande senso di colpa tutte quelle volte che tornavo a casa dopo essere stato a giocare da un’amica che mi proponeva le sue barbie con il camper, i cavalli e la piscina.

Ho parlato di Barbie ma potrei citare tanti altri prodotti che in molti ricorderanno, come Polly Pocket o Gira la Moda, ma la questione non cambia poiché non possiamo gettare sui figli le ansie da prestazione del mondo futuro e le frustrazioni del mondo adulto, soprattutto in un momento di svago come il gioco. Ho veramente ammirato la madre di cui vi ho parlato prima o anche altre madri che per le figlie comprano le piste automobilistiche, i personaggi di Cars o i Lego, dicendomi che le loro figlie non vogliono avere niente a che fare con i bambolotti e preferiscono vedere la velocità con cui sfreccia il proprio veicolo o costruire palazzi con i mattoncini colorati. Devo purtroppo riconoscere che è più facile per una bambina comprare giochi da maschio e non il contrario, perché viene tollerato dalla maggior parte dei genitori.

Apprezzo anche il fatto che oggi ci siano tanti nuovi cartoni animati, che poi danno vita a tutto il merchandising, che abbiano un pubblico più trasversale. Il primo che mi viene in mente è il fenomeno dei Super PigiaminiPJ Masks, in cui Gattoboy (Connor) e Geco (Greg) sono affiancati da Gufetta (Amaya),elemento fondamentale del team che combatte il crimine insieme ai compagni,Super Pigiamini PJ Masks Gattoboy Geco Gufetta Lunetta Romeo oppure Skye, la cagnolina di Paw PatrolLa squadra dei cuccioli, che nella femminilità  della sua divisa rosa, aiuta Ryder e gli altri cani a risolvere le missioni di salvataggio. Altri esempi possono essere la Monster High, linea di fashion dolls della Mattel (stessa casa di Barbie) che ha attirato un pubblico maschile per l’aspetto horror delle protagoniste in quanto figlie di alcuni famosi personaggi come Draculaura, figlia del Conte Dracula, o Frankie Stein, figlia di Frankestein, ma anche le Winx, i Pokemon, Frozen e i supereroi della Marvel e della DC Comics.

Lasciamo i bambini liberi di giocare che hanno tutto il tempo per scoprire i ruoli e i doveri imposti dalla nostra società in base al sesso, all’età anagrafica, al colore della pelle, alla religione e altre cose che a loro momentaneamente (e fortunatamente) sono sconosciute.

LINO

My capricorn friend

Rieccomi! Non mi sembra vero! Torno a scrivere su questo blog (sempre maltrattato dal sottoscritto) dopo una lunga assenza dovuta a impegni lavorativi che mi hanno proibito di avere del tempo da dedicare a me stesso e alle mie passioni… sacrifici che si sono rivelati sprecati grazie al modo di concepire l’ambiente del lavoro da parte dalle grandi aziende.

Dopo questa frecciatina velenosa, ritorno con le recensioni e riparto proprio dai manga che da sempre hanno avuto un ruolo fondamentale in questo blog, parlandovi di My capricorn friend, un seinen che mi è piaciuto molto sia per i temi raccontati sia per il finale a sorpresa. Ma seguiamo un ordine!

Yagiza no yujin è un fumetto che affronta l’argomento spinoso del bullismo, una grande piaga della società moderna che spesso è causa gravi fatti di cronaca fra i giovani, portandoci in un istituto superiore apparentemente normale in cui gli studenti si dividono fra lezioni e attività sportive. Yuya Matsuda è un liceale come tutti gli altri con la particolarità di abitare in una casa posta su un’altura in mezzo a forti raffiche di vento: sul balcone della sua camera finiscono oggetti di tutti i tipi fino a quando non gli capita fra le mani un frammento di giornale in cui viene descritto un futuro omicidio e il successivo suicidio del presunto assassino.

“Il liceo non è affatto quel posto splendido e divertente che mi ero immaginato.”

Una sera, tornando dal minimarket, Yuya incontra Naoto Wakatsuki, un suo compagno di classe, con una mazza sporca di sangue, nascosto nella penombra di una via secondaria. Naoto confessa che ha appena ucciso Akira Kaneshiro, il bullo della scuola, che lo maltrattava nel peggiore dei modi: tutti a scuola sapevano delle cose che doveva sopportare ma facevano finta di non accorgersene per non diventare i nuovi bersagli di colui conosciuto come la “bestia”. Assalito dai sensi di colpa per non aver mai fatto nulla, Yuya decide di aiutare l’assassino prima nascondendolo nella propria stanza, poi fuggendo con lui a Tokyo dove si scoprirà la verità su quest’omicidio.My capricorn friend J-POP Manga Seinen

È un thriller psicologico che mescola gli elementi classici dei romanzi gialli (ci sono un omicidio e un criminale da catturare) a quelli di una narrazione slice of life arrivando a utilizzare una vecchia usanza di origine ebraica, poiché si fa riferimento alla storia dell’angelo caduto Azazel: il capro di Azazel è un rito ebraico che veniva fatto secoli fa da un sacerdote che sceglieva due capri, uno da offrire a Dio e l’altro ad Azazel. Il primo capro era sacrificato per il suo sangue che veniva usato per purificare i propri peccati, il secondo invece veniva abbandonato nel deserto affinché si facesse carico di tutti i peccati della comunità (Azazel era anche il demone del deserto). Cosa c’entra tutto questo con la storia? Non posso anticiparvi nulla se no capireste il finale.

My capricorn friend è un manga che lascia spazio anche alla riflessione perché sappiamo come politiche e iniziative rivolte a colpire i bulli, continuano a fallire spesso per l’indifferenza generale della società o perché si sminuisce il problema definendole delle semplici ragazzate ma l’uso della violenza fisica e psicologica può provocare gravi conseguenze sul soggetto bullizzato che può portarlo a commettere gesti estremi.

Questo volume unico di Otsuichi (storia) e Masaru Miyokawa (disegni) lo trovate disponibile in italiano grazie a J-POP Manga – in Giappone è stato serializzato sulla rivista Weekly shonen jump di Shueisha – e ve lo consiglio a pieni voti!

LINO

 

La Bella e la Bestia di Bill Condon

“È una storia sai, vera più che mai, solo amici e poi uno dice un noi, tutto cambia già.
È una realtà, che spaventa un po’, una poesia piena di perché e di verità.
Ti sorprenderà, come il sole ad est, quando sale su e spalanca il blu dell’immensità.
Stessa melodia, nuova armonia, semplice magia che ti cambierà, ti riscalderà.
Quando sembra che, non succeda più, ti riporta via come la marea, la felicità.
Ti riporta via, come la marea, la felicità…”

Basta soltanto una sera per ritornare bambini e rivivere la magia provata più di vent’anni fa… se penso che uno dei miei cartoni animati Disney preferiti sia uscito nel lontano 1991, vado all’ultimo piano, apro la finestra e mi butto giù dal balcone perché il tempo passa velocemente e sto diventando vecchio! 😥

Potrei definire quest’adattamento live di Beauty and the Beast con un semplice “meraviglioso” ma non avrebbe senso aver iniziato a scrivere sul blog. Conoscete tutti la storia? In Francia, un giovane principe (Dan Stevens) vive fra il lusso e la vanità più sfrenata, circondato solo da donne bellissime e feste sfarzose. Una sera una vecchia signora dall’aspetto trascurato bussa alla sua porta e gli offre in dono una rosa in cambio di ospitalità ma che il ragazzo respinge. L’anziana donna (Hattie Morahan) capisce che l’animo del principe è incapace di provare sentimenti per gli altri e gli lancia un incantesimo trasformandolo in una bestia e lasciandogli una rosa incantata che verrà custodita sotto una campana di vetro: se il principe riuscirà a trovare il vero amore, una donna che riesca ad amarlo al di là dell’aspetto esteriore, il sortilegio sarà spezzato ma a una condizione che non cada l’ultimo petalo della rosa.

Intanto a Villeneuve, vicino Parigi, c’è una ragazza un po’ diversa dalle sue coetanee e vista sempre con sospetto dagli abitanti del villaggio. Belle (Emma Watson) vive da sola con il padre (Kevin Kline), è una donna istruita amante dei libri, sognatrice e capace di provare sentimenti puri. Conoscerà la Bestia a causa di un malinteso provocato dal padre, che viene rinchiuso nella torre del castello, dove si sacrifica al suo posto e inizierà questa strana convivenza in luogo abitato da oggetti animati come il candelabro Lumière (Ewan McGregor), l’orologio Tockins (Ian McKellen), la teiera Mrs. Brics (Emma Thompson) e la tazzina Chicco. RiusciLa Bella e la Bestia Beauty and the Beast Emma Watson Disneyrà Belle a spezzare l’incantesimo?

Non ho apprezzato abbastanza i passati live action della Disney come Maleficent o Alice in wonderland, ma questo l’ho amato alla follia! Partiamo dal fatto che Belle è forse la prima eroina Disney indipendente della storia (Elsa Who??) perché è una donna forte, senza paura e che va contro tutte le convenzioni sociali che la vorrebbero come dedita alla famiglia e ai figli. Vive in un piccolo villaggio del 1700 ma è già una donna moderna e capisce che la cultura è la prima arma nelle mani di un essere umano libero: a questo proposito è molto significativa la scena in cui insegna a leggere a una bambina mentre lava il suo bucato alla fontana e viene ripresa poiché si tratta di un gesto riprovevole. L’happy ending con matrimonio non vuol dire che Belle è come tutte le principesse che aspettano di essere salvate dal principe azzurro, come Biancaneve Aurora, ma fin da subito fa capire che non ha bisogno di un uomo per sentirsi una donna realizzata.

Altro aspetto che ho apprezzato è il messaggio finale, quello che si potrebbe definire la morale della favola: il vero amore va oltre le apparenze. Sembra un concetto banale che in molti hanno già proposto ma se da una parte c’è una bestia che sta scontando una pena per la sua dissolutezza passata, dall’altra c’è una giovane donna che rifiuta le avances del figo di turno, Gaston (Luke Evans), e sceglie l’amore difficile, quello meno scontato, non conforme agli occhi della società ma che solo una persona veramente matura sentimentalmente è capace di vivere.

Cosa si può desiderare di più da un film femminista e contro le discriminazioni? Forse una svolta epocale per quanto riguarda la presenza di un personaggio dichiaratamente omosessuale in un film per tutti. LeTont (Josh Gad) è l’aiutante di Gaston (e palesemente innamorato di quest’ultimo) che, oltre a regalarci siparietti comici, al gran ballo finale danzerà con un altro uomo… Per questa scena, innocente sotto ogni punto di vista, alcuni cinema americani hanno boicottato la programmazione del film, in Malesia è stato vietato e nei cinema russi verrà proiettato con il divieto ai minori di sedici anni (in seguito alla legge contro la propaganda gay).

Fortunatamente viviamo in Italia e correte nei cinema a vederlo! Regia, Sceneggiatura, Scenografie, Effetti speciali, Animazioni varie e Musiche di grande qualità, senza scordarci un cast pieno di stelle del cinema. Passerete due ore a cantare, ricordando le vecchie canzoni del primo film Disney! Ovviamente non potevo dimenticarmi della meravigliosa cover del brano Beauty and the Beast, originariamente cantata da Celine Dion e Peabo Bryson, eseguita magnificamente da Ariana Grande e John Legend!

LINO

Avevano spento anche la luna

Dopo mesi di silenzio, ma soprattutto il giorno dopo la Festa delle Donne, perché non tornare a scrivere sul blog dopo più di sei mesi di silenzio con la recensione di un libro che mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine? Avevano spento anche la luna, romanzo d’esordio di Ruta Sepetys, porta alla luce una (delle tante) pagine di storia dimenticate dai libri scolastici ovvero la deportazione delle popolazioni baltiche nei gulag sovietici, ma soprattutto parla di donne e della loro forza nella vita.

Between Shades of Gray è una storia di fantasia ma fortemente biografica perché l’autrice, nata a Detroit ma figlia di rifugiati lituani, ha raccolto le diverse testimonianze di sopravvissuti attraverso due viaggi fatti nella terra natia: l’orrore inizia nel 1940 quando l’Unione Sovietica occupa Lituania, Lettonia ed Estonia, e vengono stilate delle liste di nomi di persone ritenute pericolose dal Cremlino. I soggetti iscritti in questi elenchi erano soprattutto intellettuali e politici contro il regime come professori universitari, avvocati, medici e artiAvevano spento anche la luna Ruta Sepetys Garzantisti, che furono costretti ad abbandonare le loro case per vivere dai dieci ai quindici anni in campi di lavoro in Siberia, stipati in treni affollati e costretti a giorni di viaggio senza sosta.

Lina Vilkas vive a Kaunas in un ambiente intellettuale vivo grazie a dei genitori amanti della cultura che la spingono ad assecondare la propria inclinazione d’artista tramite il disegno e la sua grande passione per Edward Munch. La notte del 14 giugno 1941 cambierà totalmente la sua vita: Lina, insieme al fratello Jonas e alla madre Elena, è sulla lista nera solo perché Kostas Vilkas, il padre, è il rettore dell’Università ed è considerato come un nemico di Stalin. L’NKVD, la polizia segreta sovietica, irrompe in casa loro e li costringe a lasciare tutto, caricandoli insieme a tanti sospetti in camion diretti alla stazione ferroviaria. Inizia un lungo viaggio che li porterà fino a Trofimovsk (Polo Nord), passando dai monti Altaj alla Siberia, per una prigionia che durerà dodici anni.

Un racconto crudo fatto attraverso gli occhi di un’adolescente che non capisce il motivo di essere privata della sua normalità, con un tono arrabbiato e impulsivo come la sua età ma allo stesso tempo pieno di speranza e di dignità. Lina proverà a non farsi risucchiare dal vortice della disperazione che la circonda ma viene provata dalla fame, dalle morti improvvise dei compagni di viaggio, dalla tirannia di uomini senza moralità, ma non perderà mai la lucidità affidandosi all’arte, cercando di documentare tutto il viaggio attraverso i suoi disegni, in modo di lasciare traccia di sé e farsi ritrovare dal padre.

Perché si parla di donne in questo romanzo? Perché sono loro il vero motore della resistenza all’orrore subito: Lina, Elena, la maestra Grybas, Janina e le altre si danno forza e tengono testa in onore dei mariti che sono misteriosamente scomparsi e deportati con un altro treno, rifiutando di firmare un’autodenuncia in cui si sarebbero condannare a venticinque anni di lavori forzati.

Un libro che non lascia indifferenti, dimostrato anche dal grande successo avuto a livello internazionale che l’ha portato a essere tradotto in più di ventotto paesi, in Italia è stato tradotto da Garzanti che ha pure pubblicato Ci proteggerà la neve (Salt to the sea), incentrato su Joana, l’amata cugina a cui Lina scriveva sempre lettere, che scappa con la famiglia in Germania.

Piccola curiosità: curiosando sul web ho trovato l’adattamento cinematografico del libro intitolato Ashes in the snow, diretto da Marius A. Markevicius, con Bel Powley nei panni di Lina, attrice britannica già vista in Diario di una teenager (The diary of a teenage girl) e Una notte con la regina (A royal night out). Purtroppo non ci sono molte notizie a riguardo. Peccato 😦

Libro consigliato!

LINO

Io prima di te

“Così stanno le cose. Sei scolpita nel mio cuore, Clark, fin dal primo giorno in cui sei arrivata con i tuoi abiti ridicoli, le tue terribili battute e la tua totale incapacità di nascondere ogni minima sensazione. Tu hai cambiato la mia vita…”

Ammetto subito la mia colpa: credevo che sarei uscito dal cinema con un “ma io te l’avevo detto che era il solito polpettone romantico” e invece mi son dovuto ricredere perché Io prima di te è stata una bella sorpresa, un film che parla d’amore ma senza annoiare eccessivamente lo spettatore poiché presenta anche un argomento che difficilmente viene trattato in questa tipologia di film. Me before you è prima di tutto un libro di successo mondiale di Jojo Moyes (in Italia è stato pubblicato da Mondadori), autrice londinese specializzata in letteratura rosa, che ha anche un sequel intitolato Dopo di te (After you), ma io vi parlerò della trasposizione cinematografica di Thea Sharrock che finalmente sono riuscito a vedere al cinema in una serata libera dal lavoro!

Louisa Clark (Emilia Clarke) è una ventiseienne che apprezza la semplicità della sua vita: ha un lavoro come cameriera nella caffetteria del paese, una famiglia che le vuole bene e un fidanzato fissato con il suo lavoro di personal trainer. La sua tranquillità viene interrotta dalla chiusura dio-prima-di-te-emilia-clarke-sam-claflin-me-before-youel locale in cui ha lavorato per sei anni, ritrovandosi senza un lavoro e una famiglia da mantenere poiché il padre è disoccupato da anni. Dopo un goffo colloquio con Camilla Traynor (Janet McTeer), Lou viene assunta come un assistente personale del giovane figlio della signora, rimasto quasi paralizzato dopo un terribile incidente. Will Traynor (Sam Claflin) in passato era un uomo che aveva tutto dalla vita come un lavoro di successo, soldi e belle donne, ma ormai odia la sua vita. In questo strano rapporto di incontro-scontro, le due diverse personalità impareranno ad accettarsi ma soprattutto capiranno quanto la vita possa essere crudele togliendoti quello che più ami, per poi ridarti una seconda possibilità grazie a quel misterioso sentimento che è l’amore.

Emilia Clarke, volto noto al pubblico per vestire i panni di Daenerys Targaryen ne Il Trono di spadeGame of thrones, interpreta un’eccentrica ragazza di una piccola cittadina della campagna inglese, amante dei vestiti stravaganti e molto buffa. Per molti versi ricorda Bridget Jones nella sua allegria e nella capacità di creare situazioni imbarazzanti di cui deve sempre scusarsi, ma la dolcezza intrinseca del suo animo e la naturalezza dei suoi sentimenti, la fanno diventare la miglior medicina per il cinico Will. Il signorino della famiglia Traynor è interpretato da Sam Claflin, il Finnick Odair di Hunger Games, uomo che non è più interessato alla sua vita terrena tanto da desiderare la cosiddetta “morte dolce”. Se inizialmente il rapporto fra i due personaggi è di tipo lavorativo, la dolce Lou capisce che la sua vocazione da infermiera tuttofare va al di là della semplice assistenza personale cercando di far apprezzare la semplicità della bellezza della vita a un uomo che ha già preparato tutto: alla fine dei sei mesi prestabiliti con i suoi genitori, Will si recherà in Svizzera, in una clinica specializzata in assistenza medica nel “dare la morte” a individui con una vita compromessa da malattie gravi.

“Non voglio pensarti in un mare di lacrime. Vivi bene. Semplicemente, vivi.”

Non siamo davanti al patetismo di adolescenti malati e sfigati alla Colpa delle stelle, ma di persone adulte che prendono decisioni difficili: non è così facile parlare di eutanasia, argomento che da sempre divide l’opinione pubblica per motivi sia religiosi sia etici. Louise non può accettare che l’uomo che ha imparato ad amare nei sei mesi di lavoro voglia andarsene proprio nel momento dell’apice della loro felicità ma Will è determinato nella sua scelta. Un tema veramente angosciante che non ho voglia di affrontare in una semplice recensione cinematografica perché si tratta di una scelta molto personale che non si può liquidare in poche righe.

Fin dove si può amare? Si dice spesso che amare è anche saper lasciare andare la persona amata verso direzioni che non si condividono, quindi si può considerare amore la libertà di lasciare il proprio uomo compiere un tale gesto?

GUARDATELO. Il mio unico consiglio è di guardarlo e di non lasciarvi ingannare da un trailer eccessivamente mieloso… non potete nemmeno perdervi gli eccessivi outfit kitsch della dolce Lou! Ah… lacrime assicurate! XD

LINO